30 novembre 2020
Aggiornato 00:00
Riforme

Il Jobs act di Renzi e la spina nel fianco dell'articolo 18

L'obiettivo del premier è quello di utilizzare la riforma del lavoro come arma di persuasione per provare a ottenere un po' di ossigeno dall'UE, ma l'argomento ha alzato il livello di allerta nel Pd, che teme l'offensiva Ncd (e europea) sullo statuto dei lavoratori.

ROMA - E' il Jobs act l'obiettivo di Matteo Renzi per i prossimi mesi, il presidente del Consiglio punta sulla riforma del lavoro come arma di persuasione per provare a ottenere un po' di ossigeno dall'Ue, ma l'argomento ha alzato il livello di allerta nel Pd, che teme l'offensiva Ncd (e europea) sull'articolo 18.

I DUBBI NEL PD - Le parole dette ieri dal premier avevano da un lato rassicurato, dall'altro lasciato qualche perplessità a molti nel Pd: bene dire che il problema non è l'articolo 18, ma meno chiaro è il riferimento al «modello tedesco» che è un sistema complesso. Per questo stamattina, prima di recarsi a palazzo Chigi dal sottosegretario Graziano Delrio, il ministro del Lavoro Giuliano Poletti ha voluto fare il punto con il Pd in una riunione alla quale partecipavano, tra gli altri, i capigruppo in Parlamento Luigi Zanda e Roberto Speranza, il presidente della commissione Lavoro di Montecitorio Cesare Damiano e il responsabile economia del Pd Filippo Taddei.

PRESSIONI DA UE? - L'esigenza di Renzi, spiegano in casa Pd, è quella di avere una importante riforma economica da presentare in Europa per dimostrare che l'Italia fa sul serio e che, quindi, ha tutti i titoli per chiedere quel cambio di politica economica che i rigoristi non vogliono dare. L'offensiva di Ncd sull'articolo 18, però, ha messo in allarme il Pd, e lo stesso premier non ha gradito perché sa bene che in casa democratica questo tema non verrebbe accettato. «Il timore - spiega un esponente della sinistra Pd che non era alla riunione - è che sull'articolo 18 non ci sia solo Ncd, ma anche pressioni europee». Alcuni sostengono anzi che proprio questa potrebbe essere la condizione posta dalla Germania e dagli altri sostenitori del rigore: una riforma del lavoro simile a quella spagnola.

I PALETTI DEI DEMOCRAT - Renzi, ieri in conferenza stampa, ha spiegato che lui guarda a Berlino e non a Madrid, ma appunto anche il «modello tedesco» è un concetto che molto nel Pd vogliono capire meglio: da quelle parti il mercato del lavoro comprende anche i «mini-job», lavori da poche centinaia di euro al mese, ma è integrato da un sistema di welfare ben più ampio, e costoso, di quello italiano. Per questo, oggi, i capigruppo Pd e Damiano hanno fissato una linea chiara: benissimo il contratto unico a tutele crescenti evocato ieri da Renzi, a patto che non si metta assolutamente in discussione l'articolo 18. Va bene prevedere la sospensione dell'articolo 18 per i primi tre anni, a patto che allo scadere di quel termine ci siano incentivi fiscali per assumere a tempo indeterminato e che a quel punto l'articolo 18 sia garantito come per i «vecchi» lavoratori.

OK AMMORTIZZATORI UNIVERSALI - Un percorso sul quale tanto Poletti quanto Taddei si sarebbero detti d'accordo, tanto che il responsabile economia Pd ha poi fatto una dichiarazione per spiegare che «il richiamo al modello tedesco è un richiamo ad andare avanti nel percorso delle riforme sul mercato del lavoro, dopo il decreto Poletti. Il desiderio di arrivare a ammortizzatori sociali universali, a una semplificazione contrattuale che favorisca il lavoro stabile e a superare infine politiche attive di formazione regionalizzate e riportarle all'interesse nazionale». Bisognerà ora vedere se la linea fissata da Pd e governo sarà accettata dagli altri partiti di maggioranza, a cominciare da Ncd.