28 febbraio 2020
Aggiornato 01:00
Calcio | Nazionale

Milan, la ricaduta di Conti: qualcosa non torna

Secondo il parere di illustri chirurghi e luminari del settore, i tempi per una guarigione completa dopo la rottura del crociato devono essere rispettati: al Milan è stato fatto ma Conti si è rotto di nuovo ugualmente.

Andrea Conti con la maglia della Nazionale
Andrea Conti con la maglia della Nazionale ANSA

MILANO - All’indomani del grave infortunio toccato in sgradita sorte al povero Andrea Conti, il mondo del calcio si interroga sul perchè di tante ricadute in casi di rotture del legamento crociato. Tanto per citare una brillante canzone di Edoardo Bennato di un po’ di anni fa: «E nel nome del progresso il dibattito sia aperto, parleranno tutti quanti, dotti medici e sapienti». 
La Gazzetta dello Sport oggi in edicola ha dedicato un ampio spazio alla questione, analizzando il pensiero di alcuni illustri professori e chirurghi, interpellati per cercare di dare una spiegazione al cosiddetto e sempre più frequente fenomeno del re-injury. Sul tavolo i casi di Arkadiusz Milik, di Alessandro Florenzi - i più simili a quanto capitato ad Andrea Conti - ma anche quelli del napoletano Ghoulam, di Kevin Strootman e del giovane terzino romanista Luca Pellegrini.

L’errore più grave
L’opinione condivisa in maniera plebiscitaria è che l’errore da non commettere è quello di affrettare i tempi. Spesso manca una comunicazione efficace tra il chirurgo che ha effettuato l’operazione e lo staff medico della società che cura la riabilitazione del calciatore infortunato, ma il problema nasce quando si cerca di ridurre i tempi dello stop. «Il caso di Florenzi - come sottolinea la Rosea - è emblematico: nel febbraio 2017 si fece nuovamente male mentre si allenava a Trigoria tre mesi e mezzo dopo la prima rottura del legamento crociato anteriore».

Affrettare i tempi
Discorso analogo per il centravanti polacco Milik, tornato in panchina dopo neppure 4 mesi dopo la prima rottura del crociato, malgrado le dichiarazioni rilasciate dopo il secondo infortunio dallo stesso attaccante napoletano: «Il medico sociale del Napoli mi diceva che ero pronto, ma io la pensavo diversamente. Volevo aspettare più a lungo, non mi sentivo bene». Come è andata a finire lo sappiamo tutti e non è escluso che anche per quanto riguarda il mancino Ghoulam siano state seguire le stesse errate procedure.
Secondo il parere di Stefano Zaffagini, uno dei 4 chirurghi ammessi alla più importante società scientifica sulla chirurgia del legamento crociato anteriore, chiamata ACL Study Group, i tempi da rispettare in casi di infortuni di questo tipo sono chiari: «Riabilitazione di 4 mesi, ritorno all’allenamento tra i 4 e i 6 mesi, ritorno all’attività agonistica tra i 6 e gli 8 mesi».

Il caso Conti
Ed eccoci quindi arrivare al caso di Andrea Conti, analizzando il quale i conti non tornano. Il processo di riabilitazione del terzino rossonero è stato seguito dallo staff medico del Milan rispettando tempi e modi. Il secondo infortunio, il re-injury però è arrivato lo stesso, 6 mesi e mezzo dopo l’intervento e durante una fase di allenamento, quando l’ex atalantino non era ancora tornato alla piena attività agonistica (aveva giocato solo un’amichevole a Milanello contro la squadra Primavera). E allora come spiegare questo disgraziato evento? Forse con la fatalità o magari si dovrebbe entrare nell’ordine di idee che i tempi di recupero dovrebbero essere ancora più lunghi. Una cosa è certa: Andrea Conti ha perso un’intera stagione e al Milan si sente la sua mancanza.