16 novembre 2019
Aggiornato 02:00

Dalla Cina con furore: il mondo del calcio è sempre più nelle loro mani

Milan e Inter sono solo le ultime due società finite nelle mani di imprenditori di Pechino. Ma come si spiega questa invasione nel calcio europeo? Ci spiega tutto Marcel Vulpis, direttore dell’agenzia stampa SportEconomy.it.

MILANO - Il gran giorno è ufficialmente annunciato: il 13 dicembre, a meno di clamorose sorprese, l’Ac Milan passerà dalle rassicuranti mani di Silvio Berlusconi e della Fininvest a quelle del consorzio cinese Sino-Europe Sports. Ma il club di via Aldo Rossi è solo l’ultimo in ordine cronologico a finire tra le grinfie del Dragone. Attualmente in Europa l'Aston Villa, il Birmingham e il Wolverhampton sono interamente di gruppi cinesi. La holding CMC detiene il 13% di City football group, proprietario di Manchester City e altre squadre nel mondo. Poi c’è un gruppo di investitori di Shangai che ha acquistato l'88% delle quote del West Bromwich Albion. Perfino la famiglia Pozzo ha ceduto all'invasione cinese, vendendo il Granada alla Desports. E ancora, il gruppo Dalian Wanda possiede il 20% dell'Atletico Madrid e l’azienda Infront (la compagnia che distribuisce i diritti televisivi per i mondiali di calcio), mentre il 45% dell'Espanyol è nelle mani del Rastar. In Francia il 100% del Sochaux è di proprietà dei cinesi di Ledus, mentre Chien Lee e Alex Zheng hanno acquisito l'80% del Nizza. Infine, la United Vansen international Sport è proprietaria del club olandese Ado Den Haag mentre la Cefc ha la maggioranza dello Slavia Praga. Tutto questo solo in Europa, mentre in Italia anche l’Inter è finita in mani asiatiche, per la precisione al gruppo Suning. Come si spiega questa invasione dei cinesi nel calcio continentale? Ne parliamo con un esperto di economia applicata al calcio, il direttore dell’agenzia Sporteconomy.it, Marcel Vulpis.

«Si spiega soprattutto con delle ragioni di carattere economico. Mi spiego meglio: spesso questi fondi di investimento cinesi che decidono di acquisire quote o addirittura la totalità di club calcistici nel nostro continente hanno come mission la diversificazione dei propri investimenti, quindi allocare risorse economiche dei loro soci, cioè coloro che hanno apportato capitali all’interno del fondo, e il calcio internazionale rappresenta un asset ideale. Soprattutto perchè il football è un grandissimo driver a livello di comunicazione, quindi la visibilità che può offrire un palcoscenico del genere è nettamente superiore a qualsiasi tipo di pubblicità alternativa, a costi magari anche inferiori a quelli dell’advertising tradizionale. Ecco, diciamo che oggi come oggi per i cinesi il calcio è un vero e proprio media».  

Il caso Pavia

In Italia l’esperienza calcio-Cina finora è stato tutt’altro che incoraggiante con il caso Pavia, società acquistata con grande sventolio di bandiere e proclami eclatanti da un gruppo cinese e alla fine rilevata da un imprenditore italiano per salvarla dal fallimento e garantire almeno l'iscrizione in Serie D. Come ci si può salvare dal rischio di finire nelle mani sbagliate, soprattutto tenendo conto che del mercato cinese riusciamo a sapere ben poco, a meno che non si tratti di magnati a livello mondiale.

«La situazione del Pavia è piuttosto chiara: non è stata fatta un’analisi accurata degli investitori prima di cedere la società, ma una cosa del genere, parlo quindi di un fallimento a seguito di una cessione senza adeguate garanzie, sarebbe potuta succedere anche se gli acquirenti fossero stati italiani». 

Incognita Inter

Veniamo all’Inter. I nuovi proprietari cinesi hanno iniziato subito con investimenti importanti, Joao Mario, Candreva, Gabigol etc. etc., ma i risultati al momento sono tutt’altro che incoraggianti. Al di là della crescita tecnica della squadra, è proprio l’organizzazione societaria a lasciare perplessi: prima l’addio prematuro di Mancini, nato a seguito di divergenze sostanziali con la dirigenza nerazzurra, poi la questione De Boer, preso poco prima dell’inizio del campionato e licenziato dopo appena 85 giorni e 7 sconfitte in 14 partite. Come ha dichiarato pubblicamente Tronchetti Provera «Non si può guidare l’Inter dalla Cina». Qual è la situazione attuale dell’Inter, che poi riguarda in prospettiva anche il Milan?

«Ammetto di non aver ancora capito molto della questione «milanese», e con milanese intendo sia dell’Inter che del Milan. Il problema vero è che sarebbe indispensabile una maggiore trasparenza nella gestione delle operazioni, che i vari passaggi delle suddette acquisizioni fossero spiegati con dovizia di particolari soprattutto ai tifosi che poi sono il vero capitale delle società, ancor più del pacchetto dei calciatori. Ad oggi tutti hanno raccontato di voler fare calcio in Europa, ma la mia sensazione è che molte di queste operazioni - senza voler parlare necessariamente di Inter e Milan -  siano esclusivamente di carattere economico e finanziario. Se così fosse, l’aspetto sportivo rappresenterebbe un aspetto meramente collaterale, e di conseguenza il progetto sarebbe già in partenza fallato. Il punto è che se i club di calcio diventano solo ed esclusivamente degli asset commerciali, si snatura la loro identità, la premessa per ritrovarsi poi con evidenti problemi dal punto di vista dei risultati. È il caso, visto che parlavamo di Inter, di Thohir che ha acquistato il club nerazzurro tre anni fa solo per rivenderlo e trarne un profitto, non certo per ottenere successi sul campo». 

I misteri di Sino-Europe Sports

Entriamo un po’ più nello specifico della questione Milan. Società che entrano ed escono dall’ormai famoso consorzio Sino-Europe. Non ci saranno Tcl Corporation e China Construction Bank, ampiamente annunciati in precedenza e il colosso assicurativo Pingan sembra in dubbio. In tutto questo Lippi ha di recente dichiarato «Non so chi c'è dietro la cordata vicina all'acquisto del Milan, ho chiesto anche ad alcuni dirigenti locali, ma nessuno è stato in grado di darmi una risposta. Non si capisce bene il quadro della situazione neppure da qua». Non un segnale molto confortante, eppure tra i tifosi rossoneri sembrano non esserci dubbi sulla solidità e la potenza economica di questa misteriosa cordata. 

«Quella del Milan forse è una vicenda ancora più ingarbugliata. Intanto vorrei capire il ruolo di Marco Fassone, al momento più che altro indicato per parlare con alcuni referenti in Cina. E poi c’è la storia dei soci, prima erano otto, poi sono diventati quattro, adesso non si sa bene quanti saranno nè quanti soldi metteranno. Io sono naturalmente contro le cordate, preferisco un patron alla Zhang Jindong dell’Inter, per capirci, al gruppo non ben identificato di proprietari. Perchè la domanda in casa Milan è una: chi comanderà? Ecco, anche questa mi sembra più un’operazione commerciale che sportiva». 

Il futuro di Donnarumma

A questo discorso si allaccia anche la delicata questione legata a Donnarumma. Il suo vivace procuratore, Mino Raiola, continua a ribadire che prima di pensare ad un eventuale rinnovo con il Milan vuole sapere chi c’è dietro questo misterioso consorzio chiamato Sino-Europe Sports e  naturalmente progetti e ambizioni del nuovo Milan cinese. Secondo te come andrà a finire?

«Io penso che Raiola abbia sostanzialmente ragione, ma non perchè io creda che i cinesi non esistono, quanto per una questione di metodo. Normale che il procuratore italo-olandese abbia bisogno di conoscere le strategie della nuova proprietà rossonera per capire se vincolare il proprio assistito al Milan oppure portarlo a giocare - e vincere - altrove. La mia sensazione è che possa ancora succedere di tutto, perchè, parafrasando il grande Boskov, «closing è quando si mettono le firme»».