19 aprile 2019
Aggiornato 06:30

Berlusconi: «Niente proproga, closing il 13 o mi riprendo il Milan»

Battagliero e sicuro di sè, il presidente rossonero ha fatto luce sul possibile futuro del Milan. Restano i dubbi sulle teorie espresse ancora una volta da Berlusconi e su quello che poteva essere è invece non è stato. Il vero rammarico per i tifosi milanisti.

MILANO - L’avviso ai naviganti - cinesi - arriva forte e chiaro nella notte di Pechino: Silvio Berlusconi non è disposto a fare sconti, nè a concedere proroghe o avallare ritardi. Se i soldi non arriveranno tutti ed entro la data di scadenza del patto firmato in agosto, Fininvest incasserà i 100 milioni di caparra versati di Sino-Europe Sports e si terrà il club di via Aldo Rossi: «Credo proprio che il closing ci sarà il 13 dicembre, altrimenti dovrò riprendermi il Milan con molto piacere, ma cambierò strategia. Sarà un Milan tutto italiano e molto giovane». 

Periodo elettorale

Le parole, pronunciate dal numero uno rossonero nel corso della registrazione della trasmissione televisiva Matrix e rilanciate con furia da tutte le agenzie del mondo, hanno avuto il potere di scuotere dalle fondamenta tutto il mondo del calcio. O meglio, quasi tutto. A rimanere impassibili, quasi nemmeno toccati dall’esternazioni presidenziali, sono stati proprio i tifosi milanisti, ormai abituati alla sovraesposizione berlusconiana - tipica del periodo elettorale - e per nulla impressionati dalla virulenza dei concetti espressi dall’imperatore di Arcore.

Non è un calcio per famiglie

Entrando più nello specifico, Silvio Berlusconi ha provato ad approfondire concetti già ribaditi fino allo sfinimento e per questo quasi stucchevoli nella loro ripetitività: «Vendere il Milan è stata una decisione necessaria, l'ho fatto con grande dolore ma l'ho presa perchè il calcio è cambiato, sono entrati i soldi facili degli arabi e non c'è più possibilità per una famiglia di competere». 

La domanda mai fatta

E qui come al solito scatta il consueto richiamo alla categoria che rappresento, quella dei giornalisti, non sottomessa ai poteri forti (quale quello che detiene - o meglio, deteneva - l’ex Premier) ma quanto meno pigra e poco propensa a fare le domande giuste alla persona giusta. È possibile che nessuno, sottolineo mai nessuno, abbia mai fatto presente al presidente uscente dell’Ac Milan che la sua teoria è del tutto priva di fondamento, visto che a poche centinaia di chilometri da Milano c’è una società, gestita appunto da una famiglia, che ha monopolizzato il calcio in Italia e sta iniziando ad ottenere risultati importanti anche in Europa, e che risponde al nome di Juventus Football Club? 

Ringiovanimento

No, caro Berlusconi, non è vero che il calcio è cambiato: lei è cambiato, anzi è invecchiato. Ed è invecchiato anche Galliani, e con lui tutte le vostre obsolete ed ormai inadeguate metodologie di lavoro. Se lei, presidente Berlusconi, quando è arrivato il momento si fosse preso la briga di ringiovanire la dirigenza rossonera (non mi riferisco naturalmente all’ingresso in società di sua figlia Barbara, ma di uno staff di uomini di calcio giovani, intraprendenti, brillanti, energici e desiderosi di affermazione, tipo Fabio Paratici per dirne uno) oggi forse il Milan non sarebbe nello stato catatonico nel quale versa ormai da un quinquennio. E soprattutto ora non sarebbe costretto a cedere un pezzo di cuore, come lei definisce la sua creatura.

Il rammarico dei tifosi

E allora prendiamo per buone le ultime uscite da presidente di Silvio Berlusconi ed accettiamo il suo regalo d’addio: «Il Milan ha bisogno di tornare ad essere a livello mondiale, occorro capitali importanti, ho cercato persone italiane e non sono riuscito a mettere insieme una cordata, ho provato a fare come il Real Madrid o il Barcellona con un azionariato diffuso ma nulla, alla fine ho dovuto accettare un'unica offerta». Ma il rammarico per quello che poteva essere e invece non sarà il Milan del futuro targato Berlusconi, resta e resterà per sempre nel cuore di tutti i tifosi rossoneri.