24 maggio 2019
Aggiornato 07:30

Milan: Brocchi, l’ultimo capriccio di Berlusconi

Non sembrano esserci più dubbi su quello che sarà il futuro tecnico del Milan. Berlusconi ha deciso, l’uomo giusto per la ricostruzione è Cristian Brocchi. Ma fin quando il presidente del Milan non capirà che l’allenatore rossonero - chiunque sia - deve essere difeso fino alla fine, e non delegittimato continuamente, non ci sarà mai luce a Milanello.

MILANO - Verrebbe voglia di chiedersi perché, cosa possa essere scattato nella testa di Silvio Berlusconi per impuntarsi contro tutto e contro tutti, e soprattutto contro il buon senso, su una scelta che potrebbe rappresentare la pietra tombale per l’Ac Milan. Parliamo naturalmente della scelta di promuovere Cristian Brocchi sulla panchina della prima squadra, azzardo tanto insensato quanto pericoloso. E non per il valore intrinseco dell’attuale tecnico della Primavera, le cui qualità da allenatore sono ancora tutte da scoprire, quanto per la situazione in cui versa il club di via Aldo Rossi: precarietà societaria, insicurezza dal punto di vista tecnico, squadra spaccata, vertici dirigenziali divisi tra i due amministratori delegati, tutto il campionario che indurrebbe a più miti consigli il numero uno rossonero.

Ormai è deciso

Mai come in questo momento di instabilità generale, al Milan servirebbe una guida tecnica di spessore, carisma ed esperienza, e almeno da questo punto di vista siamo sicuri di non fare un torto a nessuno affermando la totale inadeguatezza di mister Brocchi. Eppure Silvio Berlusconi sembra non voler sentire ragioni, il prossimo allenatore del Milan sarà l’ex centrocampista e attuale tecnico della Primavera rossonera.

L’Ital-Milan con Brocchi

A voler cercare a tutti i costi una ragione, verrebbe da legare la scelta di promuovere Brocchi alla fascinazione che sembra aver contagiato tutti ormai a Milanello, da Galliani fino all’ultimo degli opinionisti ed ex calciatori rossoneri, tutti sedotti e affascinati dal progetto Ital-Milan illustrato da Silvio Berlusconi con quell’enfasi che si concede solo alle innovazioni che rivoluzionano la storia. 

Come se cercare di dar vita ad un nuovo corso tecnico basato sui giovani, possibilmente del vivaio, risulti possibile solo con un tecnico abituato ad allenare i giovani.

Serve un progetto triennale 

La verità naturalmente risiede altrove. Per far sorgere dalle proprie ceneri un nuovo Milan, che sia costruito sui giovani del vivaio oppure su vecchie glorie raccattate sul mercato a parametro 0 (come accaduto nelle ultime deliranti stagioni), occorre un allenatore preparato a cui affidare le chiavi di Milanello per almeno un triennio, ma soprattutto è indispensabile supportarlo con tutta la cura, l’attenzione e l’amore che una rinascita del genere necessita. Per capirci, tutto il contrario di quanto fatto da Silvio Berlusconi nelle ultime fallimentari stagioni. 

Da Ancelotti ad Allegri, tutti nel mirino

Senza voler scomodare Alberto Zaccheroni, il primo ad essere sacrificato sull’altare delle esternazioni presidenziali perfino dopo uno scudetto vinto, basterebbe ricordare il destino toccato a Carletto Ancelotti nella sua ultima stagione in rossonero, punzecchiato a oltranza dall’ex premier come se ad Arcore non ci fosse passatempo più divertente. Poi è toccato a Massimiliano Allegri, anche lui sbertucciato indecorosamente malgrado un tricolore, un secondo posto e perfino un terzo posto con una squadra consapevolmente smembrata. E per finire arriviamo ai giorni nostri con il trittico di tecnici  da una stagione e via, Seedorf, Inzaghi e adesso Mihajlovic, messi alla berlina senza la minima accortezza.

L’esempio di Sacchi e Capello

Legittimo pensare che lo stesso trattamento toccherà presto anche a Cristian Brocchi. Basterà la prima scelta non condivisa, la prima brutta partita, la prima sconfitta dolorosa e anche l’ultimo dei capricci presidenziali scivolerà nel girone dei dannati.

Purtroppo ora i veri dannati sono i tifosi del Milan, ormai in balia dell’incontinenza presidenziale. Quello che Berlusconi sembra aver dimenticato è che fino a quando un allenatore siede sulla panchina rossonera dovrebbe essere difeso strenuamente, salvo magari licenziarlo alla fine in caso di insoddisfazione. Esattamente quello che nel primo decennio berlusconiano, prima con Sacchi e poi con Capello, era un dogma assoluto. Ma allora alla guida del Milan c’era una società seria, oggi si fa fatica a non cadere nel ridicolo agli occhi del mondo.