24 settembre 2021
Aggiornato 05:30
Giornata nazionale Parkinson

Giornata nazionale Parkinson: ecco le risposte della scienza per prevenirlo e curarlo

Domani sarà la giornata nazionale del Parkinson e da sempre scienziati di tutto il mondo lavorano per contrastare l’evoluzione della malattia. Ecco i risultati delle ultime ricerche scientifiche

Il Parkinson è una malattia neurodegenerativa che oggi fa molta paura. Ma non si tratta affatto di una patologia moderna: le prime descrizioni le ritroviamo nei testi di medicina indiana risalenti a oltre 7.000 anni fa. La scienza ha però cominciato a interessarsi del morbo di Parkinson solo nel XIX secolo grazie alle scoperte di James Parkinson, un chirurgo londinese che diede forma al primo scritto medico in merito alla patologia: trattato sulla paralisi agitante.

Cos’è il morbo di Parkinson
Si tratta di una malattia neurodegenerativa che si evidenzia in seguito a un calo dei livelli di dopamina. Tale riduzione sembra sia strettamente collegata con la degenerazione dei neuroni nell’area cerebrale denominata sostanza nera. Inoltre è contraddistinta dall’accumulo di alfa-sinucleina, una proteina che si ritiene essere la causa della larga diffusione della malattia. Secondo alcune teorie la fase preclinica – quella in cui ancora non si evidenziano ancora i sintomi – dura circa cinque anni. Tra i segnali tipici ricordiamo la lentezza dei movimenti, il tremore a riposo, la rigidità e l'instabilità posturale.

Il Parkinson si può fermare agendo su una cascata tossica
Un recente studio condotto dagli scienziati della Northwestern University Feinberg School of Medicine, è riuscito a evidenziare l’esistenza di una cascata tossica che porta alla degenerazione neuronale nei pazienti affetti da malattia di Parkinson. Ma non solo: attraverso numerosi studi sembrano anche aver scoperto come interrompere questo processo. Il segreto sarebbe l’utilizzo di un particolare antiossidante in grado di bloccare la degenerazione migliorando la funzionalità neuronale. In pratica i ricercatori sono riusciti a dimostrare come un accumulo di dopamina ossidata riduca l’attività della glucosocerebrosidasi lisosomiale (GCase), un enzima implicato nel Parkinson. Questa riduzione dell’attività indebolisce la funzione lisosomica complessiva e contribuisce alla degenerazione dei neuroni. Inoltre la dopamina ossidata danneggia i mitocondri dei neuroni aumentando lo stress ossidativo mitocondriale. Questi mitocondri disfunzionali hanno portato ad aumentare i livelli ossidati della dopamina, dando vita a un circolo vizioso. «I percorsi mitocondriali e lisosomiali sono due percorsi critici nello sviluppo delle malattie – spiega Krainc – Combinato con l’accumulo di alfa-sinucleina, questo studio ha permesso di collegare le principali caratteristiche patologiche della malattia di Parkinson».

Gli antiossidanti hanno interrotto la malattia
Krainc e colleghi, dopo aver individuato la cascata tossica hanno trovato il modo per interromperla: «Una delle strategie chiave che ha funzionato nei nostri esperimenti è trattare i neuroni della dopamina all’esordio della cascata tossica con antiossidanti specifici che migliorano lo stress ossidativo mitocondriale e riducono la dopamina ossidata – chiarisce Krainc – Con questo approccio abbiamo scoperto che possiamo attenuare o prevenire gli effetti tossici a valle nei neuroni dopaminergici umani».

La determinazione del rischio Parkinson grazie a un disegno
Recentemente, i ricercatori dell’Università di Melbourne, hanno fatto un’interessante scoperta: far disegnare a una persona una spirale – attraverso l’ausilio di una matita elettronica – permette di determinare il rischio di Parkinson. Grazie a un semplice tablet è possibile comprendere se i primi tremori che si verificano sono collegati alla malattia di Parkinson o meno. Ai volontari dello studio è stato chiesto di disegnare una spirale per mezzo di una penna attaccata al dispositivo con installato un apposito software. Quest’ultimo era in grado di rilevare sia la velocità che la pressione del tratto esercitato dalla penna. Secondo l’autore dello studio, Poonam Zham, il test del disegno è anche in grado di analizzare lo stadio della malattia. Questo accade perché le persone affette da malattia di Parkinson presentano una certa rigidità dei movimenti che si evidenzia anche allo stadio iniziale. Quindi, quando si disegna una spirale si è costretti a farlo in maniera più lenta esercitando allo stesso tempo una forte pressione.

Nuove speranze da un farmaco contro l’asma
Secondo una recentissima scoperta pubblicata su Science, un farmaco contro l’asma potrebbe essere la soluzione per combattere la malattia di Parkinson. «Le nostre scoperte possono essere l'inizio di un trattamento completamente nuovo per questa grave malattia. Ci aspettiamo che gli studi clinici seguiranno queste scoperte», ha dichiarato Trond Riise, professore presso il Dipartimento di Salute Pubblica e Assistenza Primaria (IGS) dell'Università di Bergen in Norvegia. Dai risultati dei loro studi è emerso che i pazienti che avevano assunto dei farmaci antagonisti dei Beta2-adrenorecettori (conosciuti come beta 2 antagonisti), avevano un ridottissimo rischio di contrarre la patologia di Parkinson. Questo, a detta degli scienziati, avviene perché la terapia regola l’espressione dei livelli di un gene denominato SNCA (sinucleina alfa). Tra i farmaci Beta 2 Antagonisti ricordiamo quelli di breve durata come il Fenoterolo, il Salbutamolo, la Terbutalina solfato, e l’Orciprenalina. E quelli a lunga durata sono il Bambuterolo, il Formoterolo fumarato e il Salmeterolo.

Dalle cellule staminali una cura che funziona
I ricercatori dell’Università di Kyoto in Giappone hanno condotto alcuni esperimenti su un gruppo di scimmie affette da Parkinson. Per farlo è stata adoperata una terapia cellulare sperimentale, infondendo negli animali le cellule iPS (CiRA) preparate, però, sulla base di cellule umane. E i risultati hanno stupito persino gli scienziati: dopo due anni le scimmie hanno mostrato una significativa riduzione dei sintomi della malattia neurodegenerativa. Il professor Takahashi, un neurochirurgo specializzato nella malattia di Parkinson, prevede quindi di curare i pazienti utilizzando neuroni dopaminergici (DA) ottenuti da cellule iPS. «La nostra ricerca – spiega in un comunicato il prof. Takahashi – ha dimostrato che i neuroni DA ottenuti da cellule iPS sono altrettanto validi come i neuroni DA prodotti da tessuto cerebrale fetale. Dato che le cellule iPS sono facili da ottenere, possiamo standardizzarle in modo da utilizzare per la terapia solo le cellule iPS migliori». Lo studio è stato pubblicato su Nature.

E se tutto iniziasse dall’intestino?
Una ricerca appena pubblicata su Neurology, ha messo in evidenza come la malattia di Parkinson potrebbe iniziare nell’intestino e diffondersi al cervello attraverso il nervo vago. Quest’ultimo è fondamentale per la maggior parte delle funzioni corporee come la frequenza cardiaca, la digestione, la peristalsi e molto altro ancora. Durante lo studio è stato possibile dimostrare come le persone che sono state sottoposte a vagotomia, ovvero a una rimozione di uno o più rami del nervo vago, avevano un rischio bassissimo di sviluppare il Parkinson. Da ciò hanno dedotto che l’interruzione di comunicazione con il nervo vago può evitare di portare a patologie neurologiche come il Parkinson. «Questi risultati forniscono la prova preliminare che la malattia di Parkinson può iniziare nell’intestino», ha dichiarato Bojing Liu del Karolinska Instituet di Stoccolma, Svezia. «Altre prove di questa ipotesi è che le persone con malattia di Parkinson hanno spesso problemi gastrointestinali come la stipsi, che possono iniziare decenni prima di sviluppare la malattia. Inoltre, altri studi hanno dimostrato che le persone che in seguito sviluppano la malattia di Parkinson hanno una proteina che svolge un ruolo chiave nella malattia di Parkinson nel loro intestino», continua Liu.

La dieta contro la malattia di Parkinson
E se da un lato tutte queste ricerche sono entusiasmanti da un punto di vista terapeutico, non dobbiamo dimenticare che prevenire è meglio che curare. Uno studio, per esempio, ha messo in evidenza come una scarsità di grassi, per esempio derivante dall’abitudine di consumare latte scremato – può aumentare notevolmente il rischio di contrarre la malattia. La scoperta è dei ricercatori della Harvard TH Chan School of Public Health di Boston: consumando almeno tre porzioni – quindi tre tazze – di latte a basso contenuto di grassi ogni giorno si può assistere a un aumentato rischio di Parkinson, rispetto a chi ne consuma solo una. «Il nostro studio è la più grande analisi che ha esaminato l’associazione tra prodotti lattiero-caseari e il Parkinson condotto fino a oggi», ha dichiarato Katherine Hughes, ricercatrice dello studio. «I risultati forniscono la prova di un modesto aumento del rischio di Parkinson, con maggiore consumo di prodotti lattiero-caseari a basso contenuto di grassi. Tali prodotti lattiero-caseari, che sono ampiamente consumati, potrebbe potenzialmente essere un fattore di rischio modificabile per la malattia», conclude Hughes. Lo studio è stato pubblicato nel Journal of Neurology.