18 maggio 2022
Aggiornato 15:00
L'intervista

Scaglione: «Ecco quali sono i veri obiettivi e le strategie che ha in mente Putin»

Il giornalista Fulvio Scaglione, storico corrispondente da Mosca, parla al DiariodelWeb.it dei probabili piani di Vladimir Putin e della Russia

Il Presidente russo, Vladimir Putin
Il Presidente russo, Vladimir Putin Foto: Sputnik

Su Vladimir Putin, in questi mesi, se ne sono dette di tutti i colori. Da un lato la narrativa ufficiale lo presenta solo come il personaggio cattivo della storia, dall'altro c'è anche chi si sforza a cogliere altre sfaccettature di maggiore complessità nella sua figura e nella sua azione politica. In pochi, però, sono veramente riusciti a capire che cosa abbia davvero in mente, dove voglia arrivare, fino a che punto sia pronto a spingersi. Ai microfoni del DiariodelWeb.it ci ha provato Fulvio Scaglione, esperto giornalista e storico corrispondente da Mosca.

Fulvio Scaglione, lei che la Russia la conosce bene si aspettava che Putin scatenasse un conflitto?
Non lo avrei mai pensato. Perché è sempre stato un leader anche cinico, uno che perseguiva i suoi obiettivi anche con durezza, come in Cecenia, in Georgia o in Siria, ma comunque razionale. Fino a un certo punto mi è parso di intravedere una linea di coerenza nella politica che praticava. Questa guerra mi sembra del tutto irrazionale, soprattutto dal punto di vista russo.

Che conseguenze possono innescarsi?
Per l'Ucraina è una tragedia, ma per la Russia non sarà certo una passeggiata di salute. Sarà un disastro, riporterà indietro le sue relazioni con il resto del mondo.

Che idea si è fatto sugli obiettivi che sta perseguendo Putin?
All'inizio tutti dicevano che pensasse ad una guerra lampo, che intendesse raggiungere Kiev in tre giorni. Io non lo credo affatto.

Come mai?
Tutti noi sapevamo che, dal 2015 in avanti, l'Ucraina ha portato avanti un'opera di riforma delle forze armate e della difesa molto profonda e intelligente. Già prima della guerra aveva un esercito di circa 200 mila uomini, uno dei più grossi dell'Europa occidentale, che molti Paesi la finanziavano e la armavano e che stava mettendo insieme una forza territoriale che a regime avrebbe dovuto contare 130 mila uomini e che all'epoca ne contava 90 mila. Figuriamoci se non lo sapeva Putin, per quanto si dica che i servizi segreti lo avevano male informato. Se contro una forza del genere ti muovi con 120 mila uomini non puoi in alcun modo immaginare una guerra lampo, né occupare una città come Kiev senza un reale bombardamento o una strategia di intimidazione.

E allora che cosa ha in mente?
Io penso che la vera strategia del Cremlino, alla fine, sia quella di conquistare tutto l'Est, dalla Bielorussia alla Moldavia. Forse inizialmente l'obiettivo era quello di arrivare fino al Dnepr, che avrebbe rappresentato un confine naturale, anche se probabilmente non ci riuscirà.

Con quale scopo finale?
Non dobbiamo dimenticare che, già prima della guerra, l'Ucraina insieme alla Moldavia era uno dei Paesi più poveri d'Europa. Nel 2014, riprendendosi la Crimea e suscitando la rivolta separatista nel Donbass, la Russia ha tolto dal controllo di Kiev del 7% del territorio. Ma, quel che più conta, le ha tolto una zona che contribuiva per il 20% al Pil e per il 25% alle esportazioni. Se adesso il piano russo si realizza e questo 7% di Ucraina sotto il controllo russo diventa il 20%, annettendo la zona delle miniere, delle risorse naturali, dei grossi centri industriali, dei porti, degli hub ferroviari, dell'Ucraina resta assai poco. E credo che il vero scopo della spedizione russa sia proprio quello di annichilire l'Ucraina. Non a caso, adesso, i bombardamenti si concentrano tutti sulle infrastrutture ucraine.

Quindi c'è stato un cambio di strategia?
Certamente. Secondo me è arrivato nel momento in cui i russi hanno creato un comando unificato delle operazioni, che nella prima fase non c'era, e l'hanno affidato al generale Aleksandr Dvornikov, un veterano della Siria, un esperto, un duro. Lì si è visto nettamente un cambio di passo. Non più scorribande e avventure qua e là, come l'occupazione dell'aeroporto di Hostomel, a pochi chilometri da Kiev, dove i paracadutisti sono rimasti per un mese e poi se ne sono andati, e non si è capito a cosa servisse. Al loro posto, il vecchio sistema delle guerre tradizionali: bombardamenti per indebolire l'avversario e poi, pian piano, avanzare.

La risposta dell'Europa e degli Stati Uniti a suon di sanzioni può funzionare? Indebolisce davvero la Russia?
Sul fatto che la indebolisca non ci sono dubbi. Ma sulle sanzioni dobbiamo fare un ragionamento. Hanno successo quando fanno cadere il regime oppure lo costringono a cambiare linea politica. Storicamente quasi mai ci sono riuscite: né con Cuba, né con l'Iran, né con la Siria, né con l'Unione sovietica o la Russia post 2014. Quindi hanno fortissimi limiti. E se non colgono il loro scopo, ottengono solo di far star male la popolazione. In tal caso l'effetto che sempre si ottiene è quello di compattare ulteriormente il popolo con il regime. Ormai la Russia è soggetta a quasi settemila sanzioni, il maggior numero della storia, e siamo arrivati al nodo gordiano del petrolio e del gas.

Ma sono sufficienti?
Non ci sono solo le sanzioni. Dobbiamo tenere presente che l'invio delle armi all'Ucraina sta pian piano assumendo un significato diverso da quello originale. Inizialmente la armavamo perché potesse difendersi dall'invasore, mentre nel frattempo si cercava una soluzione politica. Adesso questa speranza è stata completamente smantellata e gli americani hanno esplicitamente adottato la linea di usare questa guerra per dare una bastonata alla Russia, per tirarle le redini in modo deciso e definitivo. Infatti si stanno fornendo armi sempre più potenti e le intelligence occidentali partecipano sempre più direttamente alle operazioni, dall'affondamento dell'incrociatore Moskva in avanti. Gli ucraini stanno combattendo la guerra per noi, per tutto l'Occidente.

Questa aspettativa di eliminare, politicamente o fisicamente, Putin è sensata oppure, come dicono alcuni, i suoi successori rischiano di essere ancora peggio?
L'idea che il problema della Russia si risolva con la scomparsa di Putin è assolutamente ingenua. Ed è tra l'altro all'origine anche di molti equivoci sulla situazione attuale. La questione riguarda il ruolo della Russia nel mondo: è un Paese, come pretendono gli americani, il cui parere nelle grandi questioni internazionali non conta? Ossia, è la famosa stazione di servizio travestita da Stato di cui parlava John McCain? Oppure è il Paese potente e importante che ha diritto a sedersi al tavolo? La Russia ha di sé un'immagine secondo me ipertrofica, ma l'Occidente ne ha una troppo sottostimata. E ce ne accorgiamo adesso, quando scopriamo che ha un grande arsenale nucleare, che è decisiva su molti mercati, che la sua guerra rischia di affamare il Medio Oriente, visto che i loro rifornimenti di grano partono quasi tutti dai porti del Mar Nero. Un Paese così decisivo nel male può essere considerato poco influente nel bene?

Quindi la presenza o meno di Putin è una questione secondaria.
Tanto è vero che il falco dei falchi oggi non è neanche Putin, bensì Dmitry Medvedev, attuale vicesegretario del consiglio di sicurezza russo, ma ex primo ministro e presidente della Federazione russa. All'epoca si era guadagnato una fama di leader liberale e aperto al dialogo con l'Occidente. Oggi è quello che pronuncia le dichiarazioni più incendiarie ed esplosive. Questo dimostra che il problema è la Russia, non Putin. Che semmai, al contrario, è stato l'interprete migliore di questa linea di revanscismo russo, che però non ha inventato lui. Anche se per tanto tempo questo non lo si è potuto dire senza venire accusati di essere filoputiniani.