20 maggio 2022
Aggiornato 19:00
L'intervista

Fantacone: «Perché le tariffe elettriche sono esplose (e come può rimediare l’Europa)»

Il dottor Stefano Fantacone, direttore della ricerca del Centro Europa ricerche, spiega al DiariodelWeb.it le complesse dinamiche che stanno dietro alla crisi energetica

Contatori dell'elettricità
Contatori dell'elettricità Foto: ANSA

La crisi ucraina ha prodotto comprensibilmente un effetto deflagrante sui prezzi dell'energia. Ma attenzione ad attribuire a Vladimir Putin tutte le responsabilità del nostro caro bollette. Per spiegare questo fenomeno, molto più complesso di quanto possa apparire a prima vista, bisogna mettere di mezzo le dinamiche economiche del mercato e anche il passaggio alle fonti rinnovabili che l'Europa ha deciso di intraprendere. Per spiegarle, il DiariodelWeb.it ha interpellato il dottor Stefano Fantacone, direttore della ricerca del Centro Europa ricerche, che a breve presenterà un rapporto sul tema intitolato «Crisi o transizione energetica?».

Dottor Stefano Fantacone, che cosa emerge dal vostro rapporto?
Il rapporto, ovviamente, è stato scritto prima della crisi ucraina. E rileva come obiettivi di transizione energetica assolutamente desiderabili, ma troppo ambiziosi sia nei tempi che nelle dimensioni, rischiano di creare una scarsità di energie fossili. Dunque, nel periodo necessario per passare alle fonti rinnovabili, questo avrebbe potuto creare una crisi energetica che si sarebbe manifestata con un aumento dei prezzi.

Intende dire che abbiamo esagerato ad inseguire il passaggio alle rinnovabili?
Sì, o per lo meno lo abbiamo fondato su un'illusione: cioè che avremmo avuto il tempo di compiere la transizione, potendo contare sempre su prezzi bassi delle energie fossili. Se fosse stato così, quei programmi potevano funzionare. Ma questa variabile non è sotto il controllo delle autorità europee o dei Paesi occidentali, bensì dipende dalla configurazione dei mercati, che sono fortemente oligopolistici. Insomma, si trattava di un rischio irragionevole. E le vicende a cui abbiamo assistito, già prima della guerra in Ucraina, confermavano che abbiamo fatto il passo più lungo della gamba.

Forse si è venuta a creare anche un'eccessiva polarizzazione tra gli ecologisti alla Greta Thunberg da un lato e i fondamentalisti delle fonti fossili dall'altro. Due fazioni che hanno entrambe torto.
Certamente, sono due estremi. Il programma europeo voleva essere un compromesso ma era ambizioso, cioè era più orientato verso l'accelerazione dell'utilizzo delle energie rinnovabili. Si tende a trascurare la difficoltà dovuta al fatto che la disponibilità odierna delle tecnologie non permette questo passaggio dalle fossili alle rinnovabili. E, in realtà, anche nel periodo programmato, dal 2030 al 2050, non è detto che si arrivi ad una disponibilità tecnologica che consenta una sostituzione nella misura prevista.

A quali tecnologie fa riferimento?
Per esempio, l'utilizzo di energie da fonti rinnovabili nella rete elettrica è un problema che ha delle complessità tecniche non ancora del tutto risolte. Così come la sostituzione completa delle auto a motore termico con quelle elettriche richiede di disporre di una certa capacità di distribuzione al dettaglio dell'elettricità che ancora non c'è. Se rimpiazzassimo tutti gli attuali distributori di benzina con colonnine elettriche, avremmo un continuo cortocircuito. Anche le tecnologie di recupero dell'anidride carbonica, di cui tanto si parla, si sa quali sono, vengono studiate, sono già in fase esecutiva, ma non ancora disponibili in misura sufficiente.

Ci serve più tempo, dunque.
E ci serve anche conservarci un margine d'incertezza. Nel senso che il processo di messa sul mercato delle tecnologie può incontrare delle vischiosità, di cui magari ad oggi non siamo a conoscenza. Si parla sempre di rivoluzioni gemelle, quella ecologica e quella digitale. Ma c'è una differenza fondamentale: la rivoluzione digitale è guidata dal mercato, nel senso che immettiamo nelle nostre funzioni di produzione delle tecnologie prodotte dal mercato, dallo smartphone in giù. Nel caso nelle rinnovabili, non è così: sono i governi che forzano il mercato ad andare nella direzione di tecnologie che però non sono interamente disponibili. Questa torsione è desiderabile, ma comporta dei rischi e delle necessità di governo, che forse sono state un po' sottovalutate.

Ma questo tempo che ci serve, con lo scenario attuale del conflitto tra Russia e Ucraina, ce l'abbiamo ancora?
Probabilmente a questo punto abbiamo bisogno di fare più in fretta. E questo vuol dire riorientare investimenti ulteriori sulle fonti rinnovabili, rivedere alcuni protocolli burocratici e così via. Serve un impegno massiccio, ancora più ampio.

Quale sarebbe la direzione da intraprendere, a livello italiano ed europeo?
Naturalmente auspichiamo che si trovi una soluzione e riteniamo difficile che dall'oggi al domani scompaia il mercato del gas naturale: probabilmente bisognerà trovare qualche compromesso. Dopodiché, è chiaro che ci sono due problemi. Il primo: come sostituire le forniture russe. Non è banale, ci vorrà tempo, ci sono altre fonti fossili che si possono usare ma bisogna organizzarsi in questo senso. Il secondo ha invece una soluzione più rapida: limitare l'impatto di questa crisi sui prezzi.

Come si può fare?
Dobbiamo avere a mente che le tariffe elettriche sono legate al prezzo d'importazione del gas, ma in misura non preponderante. Contano altre variabili: il mercato delle emissioni di anidride carbonica e quello all'ingrosso del gas, che da noi è su base europea, che hanno andamenti al rialzo anche disgiunti dal costo della materia prima. Siccome questi prezzi sono regolamentati dalle autorità europee, un intervento su quei mercati consentirebbe di ridurre l'impatto. Penso che questa sia l'operazione più urgente da fare.

A questo si riferisce il ministro Cingolani quando dice che il caro bollette non dipende solo dall'aumento del prezzo del gas, ma da dinamiche economiche?
Esattamente. Le do un dato: i prezzi d'importazione del gas in Italia sono aumentati di circa il 225%, quelli a cui il gas naturale si scambia sul mercato europeo del 700%. Le tariffe elettriche sono legate ai prezzi del mercato europeo, quindi è come se aumentassero di tre volte di più di ciò che sarebbe giustificato dal solo aumento del costo all'origine della materia prima. Questo scollamento non si era mai visto prima, quindi è chiaro che c'è un tema di malfunzionamento del mercato. La stessa autorità italiana preposta alla fissazione delle tariffe elettriche, l'Arera, lo ha detto nei suoi comunicati, con il garbo istituzionale dovuto: questo meccanismo di fissazione dei prezzi va rivisto. I margini d'intervento, anche a breve, ci sono, più sui prezzi che sulle quantità.