27 giugno 2022
Aggiornato 13:00
L'intervista

Barberio: «Sull’energia noi italiani paghiamo le scelte sbagliate della politica»

Al DiariodelWeb.it parla Raffaele Barberio, direttore di Key4biz, che organizzerà a luglio la conferenza Energia Italia 2022, per fare il punto sull’indipendenza energetica

Conferenza stampa del Presidente Draghi con Franco, Cingolani e Garofoli
Conferenza stampa del Presidente Draghi con Franco, Cingolani e Garofoli Foto: Palazzo Chigi

Si chiama Energia Italia 2022 la prima conferenza internazionale sulle tematiche energetiche nel nostro Paese e non solo, in programma il 5 e 6 luglio prossimi a Roma Eventi. Un confronto a tutto tondo tra istituzioni, industria, autorità regolamentari, università, ricerca e consumatori, che mette il dito proprio nella piaga più esposta in questo periodo storico: quella dell'indipendenza energetica e della transizione ecologica. Il DiariodelWeb.it ne ha parlato con Raffaele Barberio, direttore di Key4biz, l’agenzia organizzatrice dell’evento. Che ambisce ad essere, nelle sue parole, «un primo appuntamento che vogliamo istituzionalizzare, anno dopo anno, come gli stati generali del settore».

Dottor Raffaele Barberio, come nasce l'evento Energia Italia 2022?
Innanzitutto da un'esigenza quasi ordinaria: quando si ragiona su un settore determinante per l'economia di un Paese è sempre bene che si confrontino gli attori principali.

Ad esempio?
Le istituzioni centrali: il governo e le commissioni parlamentari. Gli enti locali: le Regioni, le Province, le autonomie che decidono sui territori. Le autorità regolatorie, nazionali e internazionali. Le università: perché qualunque settore industriale può progredire solo grazie alla spinta propulsiva della ricerca e dello sviluppo, che oggi non si fa più nelle aziende perché troppo dispendiosa, ma a livello accademico. E poi i consumatori, gli operatori dei media...

Qual è lo stato dell'arte del settore dell'energia in Italia?
Il meccanismo è esploso a seguito della crisi russo-ucraina, che ha messo a nudo una serie di circostanze che prima non avevamo considerato.

A cosa si riferisce?
Alla dipendenza dall'estero, che ritenevamo un fatto ordinario. Noi compriamo gas e petrolio per alimentare il riscaldamento, l'acqua calda, la cucina di casa, la mobilità. Con risorse energetiche che ci appartengono solo in minima parte: il resto lo prendiamo altrove. Abbiamo costruito gasdotti ed oleodotti immensi, immaginando che questo regime di trasferimento di prodotto durasse ancora per decenni.

E invece?
Invece sono bastati uno scontro di frontiera ed un'invasione per far saltare l'intero impianto. Ad un certo punto ci siamo svegliati di soprassalto dal sonno e ci siamo accorti che è proprio l'energia a far muovere tutto il mondo. Ci serve a produrre il benessere, la ricchezza, il cibo, a costruire il nostro futuro. Non a caso è il settore che riveste la maggior importanza strategica e che ha i valori economico-finanziari più significativi.

Quindi la guerra in Ucraina non ha provocato il problema, l'ha solo esposto?
Certo. E non dobbiamo meravigliarci. Da sempre, le guerre non si fanno per ripicca o per difetti caratteriali. La posta in gioco sono le risorse: alimentari, territoriali, oppure energetiche.

Ma se il grande pubblico è legittimato ad essersi accorto solamente adesso di questa questione, forse c'era qualche addetto ai lavori, tra coloro che lei ha citato prima, che avrebbe dovuto pensarci prima?
Sicuramente. Noi scontiamo le conseguenze delle scelte sbagliate del passato. Un esempio su tutti: alcuni decenni fa, in un famoso referendum, abbiamo bocciato l'energia nucleare. Abbiamo votato, unici in Europa, sulla scia emotiva della disgrazia di Chernobyl. Così le centrali che si stavano costruendo, come quella di Montalto di Castro, sono state interrotte. Ad oggi, in tutto il continente, gli unici Paesi che non hanno l'energia atomica sono l'Italia e la Grecia. E questo non ci pone al riparo da nessun rischio, perché le prime centrali sono appena fuori dal confine con la Francia. Quella scelta, secondo me inopportuna, ci ha condannato ad un'ulteriore dipendenza dagli altri Paesi. Ci siamo messi da soli il cappio al collo.

Quindi questa partita andrebbe riaperta?
Questo non lo dico io, l'ha detto a chiare lettere il ministro Cingolani. Dopodiché ci sono molte altre cose che dovranno accadere, mese dopo mese, per cercare di superare i limiti della nostra produzione di energia.

Ce ne elenchi alcune.
Abbiamo poco petrolio e poco gas, e quel poco che abbiamo non lo ricerchiamo né tantomeno lo estraiamo, ma lo teniamo sotto il mare Adriatico, sempre per via di errate scelte politiche. Non riusciamo a valorizzare a livello energetico tutto il nostro sole e il nostro vento. Dobbiamo avviare un processo di transizione ecologica che richiederà molto tempo, ma che dovrà andare di corsa. Ragionare intensivamente sul solare, sull'eolico, sull'idroelettrico ma anche sul geotermico: basta scendere di poche decine di metri nel sottosuolo per incontrare un cambio di temperatura, che può smussare il caldo estivo e il freddo invernale.

Ancora una volta il problema è la scarsa lungimiranza della nostra politica?
Totalmente. Le scelte di politica energetica abbracciano decenni. E quegli errori pesano molto a lungo termine. Eppure non siamo condannati a morte, ma abbiamo una chance.

Quale?
La digitalizzazione. Che permette l'ottimizzazione millimetrica di ogni fenomeno di spreco e la sua riduzione quasi a zero. Significa conferire alle reti un'intelligenza artificiale nella gestione. Ad esempio, invece di illuminare le nostre strade per tutta la notte, è sufficiente spegnere automaticamente i lampioni quando non viene registrato alcun movimento. Con una semplice cellula fotoelettrica come quelle che abbiamo nelle nostre case. Noi abbiamo sempre fatto le cicale, abbiamo sperperato fonti energetiche che acquistavamo altrove. Se si cambia mentalità si può fare tanto.

Ora che abbiamo di fronte a noi la straordinaria opportunità del Pnrr, quella stessa politica che fino a ieri è stata scarsamente lungimirante la sta sfruttando al meglio?
Questo pone un problema non indifferente. Abbiamo una certezza: la disponibilità di somme molto elevate, che in buona parte devono affrontare proprio le soluzioni legate alla transizione ecologica. Ma non abbiamo la stessa certezza sul fatto che queste somme verranno effettivamente spese. Servono progetti praticabili, percorribili, bisogna aprire cantieri con certe tempistiche. Non basta mettere un titolo sommario, perché altrimenti l'Europa questi soldi non ce li darà. Il Pnrr rischia di avere problemi in fase esecutiva, come sta in parte già venendo fuori. C'è da augurarsi che queste criticità vengano superate, ma serve maggiore consapevolezza e attenzione, da parte degli amministratori locali e delle imprese. Il Pnrr non è un assalto alla diligenza: se lo vediamo come tale andremo a sbattere contro il muro dell'inefficienza. E, anziché disporre di investimenti significativi, ci ritroveremo ad indebitarci ulteriormente.