17 gennaio 2022
Aggiornato 02:30
L'intervista

Festa: «Solo Draghi al Quirinale può consentire ai partiti politici di rilanciarsi»

Al DiariodelWeb.it l’analisi sull’elezione del presidente della Repubblica del giornalista Lodovico Festa, autore con l’economista Giulio Sapelli del libro «Draghi o il caos»

Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella con il Presidente del Consiglio, Mario Draghi
Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella con il Presidente del Consiglio, Mario Draghi Palazzo Chigi

«Draghi o il caos». Si intitola così l’ultimo libro scritto a quattro mani dal giornalista Lodovico Festa e dall’economista Giulio Sapelli, edito da Guerini e Associati. Bastano già queste poche parole a far capire tutto, specialmente se affiancate ad un sottotitolo altrettanto eloquente: «La grande disgregazione: l’Italia ha una via d’uscita?». La risposta a questa fatidica domanda la offrono nel testo gli stessi autori: l’unica via d’uscita percorribile passa per l’elezione dell’attuale premier Mario Draghi a presidente della Repubblica. Festa, già firma del Giorno, de L’Indipendente, del Giornale e tra i fondatori del Foglio, ci spiega il perché in questa intervista al DiariodelWeb.it.

Lodovico Festa, partiamo dall'analisi che fate nel vostro libro, parlando di una vera e propria «disgregazione politica». Ce ne traccia i contorni?
Naturalmente in Italia si riflettono alcune tendenze generali: le difficoltà della politica presenti in diversi Paesi, una dialettica spesso aspra, la globalizzazione che ha determinato importanti avanzamenti sociali in tutto il mondo ma ha comportato anche enormi problemi e contraddizioni. Ma c'è pure una nostra specificità.

Quale?
Il commissariamento della politica iniziato in particolare nel 2011 con il governo Monti. Poi proseguito con un governo di unità nazionale durante il quale fu espulso dal Senato il capo di una delle due parti contraenti. E ancora con i governi Renzi e Conte, guidati da esponenti non eletti in parlamento. Tutti sintomi di una disgregazione politica e soprattutto parlamentare: su quasi mille deputati e senatori, sono stati ben 350 i cambi di casacca. Non è più un fenomeno fisiologico legato alla sacrosanta mancanza di un vincolo di mandato, ma è diventata una tendenza patologica. Una parte dei rappresentanti non ha più rapporto con coloro che dovrebbero rappresentare.

Perché, secondo voi, Draghi è l'unico che ci può salvare?
Perché il commissariamento nasce quando l'Italia, anche in virtù dell'emergenza spread, ha accettato una particolare influenza estera, innanzitutto da parte dell'asse franco-tedesco, peraltro all'epoca con il consenso degli americani. Un'influenza non inedita, ma anomala per una democrazia occidentale, che ha paralizzato notevolmente la nostra autonomia politica. E che si è unita alla cessione agli stranieri di una parte rilevante della nostra grande industria, in numerosi settori strategici. Questo ha creato anche un ceto sociale di riferimento: una parte delle nostre élite che fanno della subordinazione agli interessi internazionali la loro ragion d'essere.

Draghi, dunque, potrebbe incarnare una soluzione per superare questa sudditanza verso l'estero?
Draghi è una personalità che, al di là delle sue capacità, delle sue competenze, del suo prestigio personale, ha uno straordinario rapporto con l'amministrazione e la finanza americane, interessate ad avere in Europa un interlocutore che contenga certe spinte tedesche all'austerità e certi loro rapporti con i cinesi. Nel ruolo di garante che protegge il sistema da un eccesso di influenze straniere, dà un'occasione alla politica per ricostituire un rapporto tra cittadini e Stato.

Eppure, finora, Draghi non sembra lasciare troppo spazio alla politica. Il suo governo si è orientato ad un decisionismo quasi unilaterale, che spesso taglia fuori i partiti della stessa maggioranza.
Draghi è stato scelto per svolgere due compiti d'emergenza: un piano per il Covid, affidato brillantemente al generale Figliuolo, e la preparazione del Pnrr, con le centinaia di miliardi d'investimenti previsti. Quando si avventura in questioni politiche, dalla riforma delle pensioni agli impianti balneari, subito zoppica. E lui se ne rende benissimo conto: tanto è vero che su temi come la legge Zan, l'eutanasia, la riforma elettorale prudentemente si ritira.

Per questo motivo sostenete che sarebbe più utile al Quirinale che a palazzo Chigi?
Certo. Perché garantirebbe una sorveglianza sulle questioni economiche e un rapporto internazionale, per il suo prestigio in Europa e il suo rapporto con gli americani, ma poi lascerebbe spazio alla politica, di cui riconosce la necessità.

Ma i partiti sembra che vorrebbero mantenerlo alla presidenza del Consiglio. Per quale motivo?
I partiti sono una maionese impazzita. Sottraendosi al proprio compito d'indirizzo e lasciando che le scelte del premier e del ministro dell'Economia vengano calate dall'alto, come è accaduto in questi undici anni, hanno perso funzione. Diventando degli accrocchi, come ha scritto bene Mattia Feltri, di «compagnie di ventura». Per tornare ad esercitare il loro ruolo, bisogna che ritrovino la propria dignità e si possano rigenerare.

Se Draghi venisse eletto capo dello Stato, pensa che si troverebbe un accordo per un governo alternativo, oppure si tornerebbe subito alle urne?
Come ha scritto intelligentemente Francesco Damato, gli italiani si ritrovano di fronte ad una scelta: una campagna elettorale di sessanta giorni o una di quattrocento. Qualsiasi persona di buonsenso si rende conto che la prima ipotesi fa meno male al Paese.

E se ce la facesse davvero Silvio Berlusconi ad essere eletto presidente della Repubblica?
Non mi sembra molto probabile: avrebbe una chance soltanto se qualcuno dal campo largo del centrosinistra, come Renzi o Conte, lo sostenesse. Altrimenti, si sa che non si può contare sui voti che astrattamente si crede di avere. Sarebbe un rischio, perché si tratterebbe di un'operazione meno tranquilla rispetto all'elezione di Draghi, ma avrebbe un senso: chiudere una parentesi di una quasi guerra civile virtuale avviata nel 1994. Cioè, una fase di aspri dibattiti politici, con annesse persecuzioni giudiziarie, in cui una parte, il centrosinistra, demonizzava il capo politico dell'altra, dandogli dell'avventuriero, del puttaniere, dell'amico della mafia. In questo senso Berlusconi presidente avrebbe comunque un suo valore.

Lo scenario di un nome alla Casini, invece, come lo valuterebbe?
Nel caso della scelta di un presidente debole, tipo Casini, la Cartabia, o Gentiloni, se il centrosinistra per caso trovasse i voti, il rischio di un impantanamento ulteriore della politica è molto forte. Pensiamo allo spettacolo che darebbe un parlamento che fa ventotto votazioni per trovare una risicata maggioranza presidenziale, in una situazione così drammatica come quella che stiamo vivendo.