19 gennaio 2022
Aggiornato 09:00
L'intervista

Cerbone: «Super green pass, le parole del governo sono giuridicamente allucinanti»

Il professor Mario Cerbone, docente di Diritto del lavoro all’Unisannio, spiega al DiariodelWeb.it i problemi costituzionali posti dalla certificazione vaccinale

Il Ministro della Salute, Roberto Speranza con il Presidente del Consiglio, Mario Draghi
Il Ministro della Salute, Roberto Speranza con il Presidente del Consiglio, Mario Draghi Palazzo Chigi

Il Green pass non basta più: dal 6 dicembre diventerà Super. Il governo Draghi ha infatti deciso che, per accedere ai locali di ristorazione, agli impianti sportivi o agli spettacoli, non basterà più il tampone, ma sarà necessario essersi sottoposti al vaccino. Un’ulteriore restrizione che pone non pochi dubbi sul fronte della legittimità costituzionale. Lo spiega al DiariodelWeb.it il professor Mario Cerbone, docente di Diritto del lavoro all’Università del Sannio.

Professor Mario Cerbone, che opinione si è fatto dell'ultimo decreto sul Super green pass sotto un profilo giuridico?
Per effetto di questo nuovo intervento normativo il quadro giuridico si è reso ancora più articolato. La gradualità delle scelte che il governo ha più volte dichiarato di voler sostenere va nella direzione dell'inasprimento. Io, però, farei una distinzione, che spesso non viene sufficientemente chiarita.

Quale?
Quella tra ambiti lavorativi ed extra-lavorativi. Io mi occupo di diritto del lavoro, quindi mi concentro soprattutto su questo fronte. Rispetto al quale il Super green pass è estraneo.

Per il lavoro sono rimaste valide le stesse regole di prima, che consentono ancora l'utilizzo dei tamponi.
Questo perché, sul piano costituzionale, non si sarebbe potuto fare diversamente. Il governo ha preso atto che esiste un limite, proprio in riferimento alla materia del lavoro. Un meccanismo sullo stile del Super green pass, applicato ai lavoratori, sarebbe incostituzionale.

Altrimenti crede che lo avrebbero applicato?
Penso di sì. Tant'è che si sono presi la responsabilità di estendere l'obbligo già previsto per i sanitari anche ad altre due categorie: le forze dell'ordine e gli insegnanti. In questo caso non incontrano un contrasto deciso alla Costituzione, che prevede la possibilità di adottare un trattamento sanitario obbligatorio, pur nel rispetto della persona umana.

Il Super green pass, invece, è previsto per l'accesso ai ristoranti, ai bar, agli stadi, ai teatri, ai cinema...
Tutte attività non lavorative, rispetto alle quali va effettuato un diverso bilanciamento. Che però è un po' più sfumato, perché questi campi sono meno agganciati a diritti fondamentali come può essere quello al lavoro.

Certo è che anche svolgere una vita sociale sana è importante per la persona.
E qui arriviamo al punto. Io credo che il vulnus di queste normative stia nel modo in cui vengono presentate dal governo. Abbiamo assistito a dichiarazioni allucinanti, dal punto di vista delle categorie giuridiche. Adottare meccanismi selettivi, inclusivi o esclusivi della socialità, come il lockdown dei non vaccinati, è una formula che si pone al di fuori dalla cornice della legalità costituzionale.

Stiamo arrivando all'assurdo per cui la libertà è diventata qualcosa che ci dobbiamo meritare, che ci viene gentilmente concessa solo se ci comportiamo bene.
Questo concetto è da respingere sul piano della cultura giuridica. Noi siamo un Paese che ha una tradizione che dovrebbe fare da guida per il mondo occidentale. Si tratta di ragionamenti di inciviltà giuridica: i costituzionalisti ci dicono che siamo passati dalle libertà originarie a quelle autorizzate. E questa è la negazione della nostra Carta costituzionale. Ciò vale per il diritto di manifestare il proprio pensiero o per il diritto di sciopero, ambiti che sono stati pesantemente conculcati rispetto allo stesso fine della salute pubblica.

Che cosa intende?
Il problema è quello della sproporzione e della non ragionevolezza. La Costituzione parla sempre di bilanciamento: non si può arrivare ad azzerare gli altri diritti.

In altre parole, pur essendo tutti affezionati al diritto alla salute, non si possono sacrificare tutti gli altri su questo altare.
Ce lo dice la Corte costituzionale in tantissime sentenze pregresse. Come quella sul decreto Lorenzin del 2017, che rendeva obbligatorie le dieci vaccinazioni per i bambini, relatrice il giudice Cartabia.

Cioè proprio l'attuale ministro della Giustizia.
Esatto. Quella sentenza ci dice che la scelta dell'obbligo è sempre tragica, quindi si deve sempre effettuare un prudente e rigoroso bilanciamento dei diritti. E anche l'esigenza della componente collettiva del diritto alla salute non può mai azzerare quella individuale.

Evidentemente la Cartabia avrà cambiato idea.
Evidentemente. Anche perché quella stessa pronuncia diceva anche altre cose, che non sono state attuate. Ad esempio un elemento molto importante: anche l'obbligo va sempre accompagnato da meccanismi flessibili, non rigidi, di adeguamento. Si pensi al meccanismo che consente, anche alle categorie per cui esiste l'obbligo, di individuare per chi non si vaccina delle mansioni alternative, anche inferiori, non a contatto con il pubblico. Per questo è inspiegabile la scelta del governo di vietare lo smart working nella Pubblica amministrazione.

Se non sei vaccinato, insomma, non ti viene dato modo di lavorare: devi stare a casa senza stipendio e basta.
Questa è una logica punitiva, che è inaccettabile in uno Stato di diritto costituzionale come il nostro. Perché significa che il governo ha la facoltà di adottare punizioni o assegnare premi.

In virtù di un comportamento, come la vaccinazione, che non è imposto per legge.
Infatti. Il punto di maggiore tensione è il meccanismo del Green pass, che è palesemente un aggiramento dello schema costituzionale. Si impedisce addirittura di accedere al luogo di lavoro, cioè di esercitare un diritto fondamentale, se non si esibisce la certificazione verde. Quando non esiste un obbligo, ma una libertà costituzionalmente tutelata di autodeterminarsi in materia sanitaria.

Sembra un po' l'offerta che non si può rifiutare del Padrino.
Accompagnata da affermazioni secondo cui questa norma è pensata per indurre alla vaccinazione. Che sono di una gravità inaudita: la Costituzione non dice che il legislatore può imporre la vaccinazione in maniera surrettizia. O si assume la responsabilità di obbligare i cittadini, però bisogna superare lo scoglio dell'efficacia e della sicurezza dei vaccini e pagare gli eventuali risarcimenti per gli effetti avversi, oppure la sfera individuale va rispettata. Invece siamo arrivati a questo gioco di discriminazioni, a queste spaccature sociali tra vaccinati e non vaccinati.

Stiamo vivendo ormai da quasi due anni in stato di emergenza, prima perché non conoscevamo il virus, poi perché non c'era ancora il vaccino, oggi perché ci sono le varianti. A che punto si può affermare che questa situazione si è protratta troppo a lungo?
Lo stato di emergenza non ha una regolamentazione costituzionale, ci dicono i costituzionalisti, ma è contenuto nel Codice della protezione civile, che prevede 24 mesi come durata massima. Però, non essendoci un vincolo costituzionale, il legislatore potrebbe, con una buona dose di discrezionalità, reiterare questo stato di emergenza anche oltre questo termine.

Quindi a fine gennaio, a termini di legge attuali, si dovrebbe concludere?
Il punto è che, dopo due anni, non ci sono più i presupposti per il prolungamento: bisogna gestire la situazione con i poteri ordinari. Altrimenti, ancora una volta ce lo dice la giurisprudenza della Corte costituzionale, creiamo un vulnus irreparabile ai diritti costituzionali dei cittadini.