15 ottobre 2019
Aggiornato 18:00

Pd sull'orlo scissone: da Renzi a Bersani a Emiliano, tutto quello che è successo

Fine settimana travagliato per il Partito democratico: il segretario ha annunciato le sue dimissioni salvo poi dire di aver smascherato il «bluff» della minoranza scissionista. Lo sfidante, Michele Emiliano, comunicherà dopodomani se i suoi parteciperanno al congresso o creeranno un nuovo soggetto politico

ROMA - «Se dovessi spiegare a mio figlio su cosa si discute non saprei spiegarglielo»: le parole di Emanuele Fiano sono quelle che meglio descrivono il fine settimana travagliato del Partito democratico, dopo che il suo segretario, Matteo Renzi, ha sbattuto i pugni sul tavolo durante l'ultima assemblea Pd dicendosi dimissionario, salvo poi descrivere la posizione della minoranza interna come un «bluff» che lui è riuscito a smascherare scongiurando la scissione. Insomma i Dem sono sull'orlo di una scissione, ma nessuna delle parti in gioco, ha intenzione di assumersi la responsabilità della rottura. La partita è rinviata a martedì, quando lo sfidante di Renzi, il governatore della Puglia, Michele Emiliano, comunicherà se i suoi parteciperanno al congresso che deciderà il nuovo segretario del Pd.

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Renzi: «Non potete chiedermi di non candidarmi»
Il passaggio più significativo del discorso dell'ex premier è quello in cui parla di sé stesso: «Non si può pensare che si possa eliminare un problema, eliminando una persona. Stiamo insieme per un progetto, non perché siamo contro qualcuno. Avete il diritto di sconfiggerci non di eliminarci». Il rottamatore, ha proseguito rivolgendosi alla minoranza Dem: «Tutti si sentano a casa nel Pd, anche di discutere e di litigare». Ma a «chi per tre anni ha pensato che si stava meglio quando si stava peggio non dico che siamo nemici e neanche avversari, dico mettetevi in gioco», ha aggiunto Renzi, «Non potete chiedere a chi si dimette per fare il congresso di non candidarsi perché solo così si evita la scissione. Questa non è una regola del gioco democratico».

Renzi: «Da minoranza bluff. Sul territorio non li seguirebbe nessuno
Ad assemblea conclusa Renzi ha lanciato una nuova stoccata alla minoranza, dalle pagine de La Stampa: «Stavolta non serviva fare niente, è bastato stare fermi e vedere il bluff» tanto più che «sul territorio non li seguirebbe nessuno", "e comunque possono candidarsi tutti, faremo un bellissimo congresso».Quindi l'ex sindaco di Firenze ha ironizzato: «E' stata prima di tutto una bellissima discussione. Ottimi Veltroni e Fassino. Bravissima la Bellanova. Ma tutti veramente apprezzabili: siamo l'unico partito a discutere ancora così. La scissione ha le sue ragioni che la ragione non conosce...», «ma resteranno, vedrà».

Emiliano-Rossi-Speranza: «E' Renzi ad aver scelto la strada della scissione»
Ad assemblea conclusa infatti è arrivato un comunicato scritto da Emiliano, Enrico Rossi, Roberto Speranza, in cui il segretario viene accusato della rottura: «Anche oggi nei nostri interventi in assemblea c'è stato un ennesimo generoso tentativo unitario. È purtroppo caduto nel nulla. Abbiamo atteso invano un'assunzione delle questioni politiche che erano state poste, non solo da noi, ma anche in altri interventi di esponenti della maggioranza del partito. La replica finale non è neanche stata fatta. È ormai chiaro che è Renzi ad aver scelto la strada della scissione assumendosi così una responsabilità gravissima».

Emiliano: «Fino a martedì mi tengo le mani libere»
Quanto ad Emiliano però, in un colloquio con Repubblica ha voluto lanciare un «segnale» pacificatore: «Fino a martedì mi tengo le mani libere, lavoro fino alla fine a un'intesa... Certo che vorrei restare, questo è il mio partito" ma "se Renzi continua a fare il pazzo che altra alternativa ho?». Lo sfidante di Renzi ha ammesso che «c'è il rischio che questa operazione sconti una debolezza: sembrare la scissione di D'Alema. Lo conosco bene Massimo, non potete immaginare quante me ne ha fatte da quando ho detto sì alla politica, anche se adesso stiamo lavorando insieme». Il presidente della Puglia ha insistito: «La partita non è chiusa ed io voglio restare. Resto autonomo, non inseguo Bersani o D'Alema ma voglio tenere dentro tutti" e "se ci concedono le primarie a luglio noi ci stiamo».

Chi vuole la scissione e chi no
Contro l'ipotesi scissione, durante l'assemblea Pd si sono espressi Dario Franceschini, Piero Fassino, Teresa Bellanova, Andrea Orlando e soprattutto Walter Veltroni. Da quest'ultimo, in particolare, è arrivato l'appello alla minoranza «perchè non si separi la loro strada dalla strada di tutti noi. Delle loro idee, del loro punto di vista, il Pd ha bisogno». Sull'altro fronte della barricata Pierluigi Bersani, secondo cui il segretario «ha alzato un muro, avanti così il Pd va a sbattere. Io ho sempre detto che da casa mia non mi butta fuori nessuno, ma se mi accorgo che non è casa mia, non è il Pd, ma il partito di Renzi, di uno, non saprei come fare». Ancora più netto il presidente della Toscana Enrico Rossi, che nel primo pomeriggio affermava che «per noi la strada è un'altra. Sono maturi i tempi per formare una nuova area». Salvo poi a fine lavori fare marcia indietro dicendo: «Se ci saranno le condizioni per candidarsi al prossimo congresso del Pd, lo farò».

Serracchiani: «Scissione mi pare oggettivamente fondata sul no a una persona»
Oltre che di ipotesi scissione, Debora Serracchiani, presidente del Friuli Venezia Giulia, ha parlato anche delle possibili ripercussioni che ci sarebbero sul governo Gentiloni in caso di spaccatura del Pd: «Sarebbe abbastanza curioso il calcolo secondo il quale chi esce oggi poi possa allearsi di nuovo tra qualche mese, sarebbe surreale e complesso. La scissione mi pare oggettivamente fondata sul no a una persona». Quanto all'esecutivo questo sarà «ovviamente», più debole, «soprattutto se come annunciato si creeranno anche due gruppi autonomi in Parlamento. Non certo per il Pd che continuerà a sostenere il Governo Gentiloni convintamente». Quanto alla data delle elezioni politiche anticipate, Serracchiani puntualizza che «si può ipotizzare» il mese di settembre, «ma non c'è una scadenza al governo Gentiloni. Fino a quando riuscirà a fare le cose e a confrontarsi con l'Ue continui a lavorare e a portare avanti le riforme avviate. Non possiamo permetterci di stare fermi».