16 dicembre 2018
Aggiornato 19:30

Ci sono le carte: Di Maio non ha lavorato in nero. E Renzi, invece?

Il vicepremier stronca i sospetti: c'era un regolare contratto. Ma ad aver collaborato con l'azienda di famiglia senza essere assunto sarebbe stato l'ex segretario Pd

Il senatore del Partito democratico Matteo Renzi durante una seduta dell'aula del Senato
Il senatore del Partito democratico Matteo Renzi durante una seduta dell'aula del Senato (Riccardo Antimiani | ANSA)

ROMA – Non bastava più nemmeno accusare il padre Antonio Di Maio di aver tenuto degli operai a lavorare in nero, peraltro in un periodo in cui il figlio Luigi non aveva alcun ruolo nell'amministrazione dell'azienda. L'ultimo sospetto insinuato dalla trasmissione televisiva Le Iene contro il vicepremier era quello che lo stesso capo politico del Movimento 5 stelle, da giovane, avesse collaborato con la ditta del padre senza un regolare contratto. «Se si venisse a scoprire che un ministro del Lavoro ha lavorato in nero ci crollerebbe il mondo addosso», gli aveva chiesto l'inviato Filippo Roma. Ci ha pensato lo stesso Luigi Di Maio, nei giorni successivi, a smontare quest'accusa, pubblicando sul Blog delle stelle i documenti che testimoniano la sua assunzione, nonché le buste paga dal febbraio al maggio del 2008. Caso chiuso, dunque.

La rivelazione del Fatto
Peccato che nel frattempo la storia fosse già stata ampiamente strumentalizzata, a livello mediatico dai grandi giornali anti-governativi e a livello politico dal Partito democratico, in particolare dalla corrente renziana. Ed è questo l'aspetto più ironico di tutta la faccenda. Già, perché mentre Di Maio non sembra aver mai lavorato in nero, a dare una mano all'azienda del padre senza contratto sarebbe stato invece proprio Matteo Renzi. A dare notizia di questi clamorosi dubbi è il Fatto quotidiano, pubblicando anche le carte: l'estratto dei contributi Inps dell'ex premier e segretario del Pd. «Renzi, secondo la nostra fonte, andava con il furgone a portare i giornali agli strilloni che dovevano vendere le copie della Nazione agli eventi – si legge sul quotidiano diretto da Marco Travaglio – Il 3 gennaio 1998, per esempio, Matteo è andato ad Assisi a portare i giornali nella giornata in cui Papa Giovanni Paolo II andò a portare solidarietà ai terremotati. Ebbene, secondo i canoni rigidi in voga oggi, dovremmo chiedere conto all’amministratrice, cioè a mamma Laura, perché i primi versamenti all’Inps risultino solo nel 1999». Insomma, Renzi avrebbe collaborato con la Chil Srl, di proprietà della sua famiglia, già dal 1998, anno in cui non risulta però alcun contributo versato a suo nome. Se questa vicenda fosse confermata, sembrerebbe un caso davvero molto simile a quello che veniva imputato a Di Maio, ma stavolta realmente accaduto.

Il commento del M5s
Tanto che, stavolta, sono stati i senatori del Movimento 5 stelle in commissione Lavoro a partire all'attacco, chiedendo a Renzi di chiarire la sua posizione come ha fatto il ministro dello Sviluppo economico: «Da giorni i media colpiscono il ministro Di Maio per vicende che lo vedono totalmente estraneo. Luigi ha subito mostrato massima disponibilità e trasparenza, ci ha messo la faccia e carte alla mano ha smontato le bufale sul suo conto dimostrando di essere nel giusto», ribadiscono i pentastellati. E il senatore di Scandicci, invece? «Per caso il fu leader del Pd non aveva un regolare contratto? – si chiedono dal M5s – Sarebbe bello se quegli stessi giornali così tanto impegnati a fare le pulci a Di Maio chiedessero conto a Renzi di questa stranezza. Aspettiamo fiduciosi».