16 dicembre 2018
Aggiornato 19:00

«Governo di cialtroni, Salvini e Di Maio sono un bluff»: Renzi attacca, e pensa a lasciare il Pd?

In una lunga intervista a Il Foglio l'ex premier attacca e traccia un futuro nero per il Paese. E riguardo al suo Pd...

L'ex segretario Pd Matteo Renzi
L'ex segretario Pd Matteo Renzi (Angelo Carconi | ANSA)

ROMA - «Un governo di cialtroni». Lo definisce così il trio Salvini-Di Maio-Conte dalle pagine del Foglio Matteo Renzi, che in una lunga intervista sputa fuori tutte le criticità che vede per il futuro dell'Italia, vista l’economia che «rischia di esplodere», la «pericolosità» della traiettoria politica di Salvini e Di Maio, del ruolo «inutile» svolto secondo lui dai così detti «ministri del buon senso»«Se ci pensiamo bene - spiega Renzi - l’eccezionalità del percorso di Salvini e Di Maio è quella di essere riusciti a fare gravi danni al Paese solo attraverso l’uso delle parole». La sua tesi è chiara: se avessero generato danni realizzando il loro programma, avremmo potuto contestarne l’efficacia delle loro riforme. Invece con loro non importa aspettare le leggi: «Come in quella vecchia pubblicità, con loro basta la parola. Dici Salvini e Di Maio e, zac, l’Italia subisce un danno sui mercati». Hanno messo - continua l'ex premier - in campo una strategia non troppo diversa da quella che permise anni fa al famoso stopper del Cagliari Comunardo Niccolai di passare alla storia: il metodo dell’autogol. «La questione è semplice: le affermazioni e le promesse di Salvini e Di Maio hanno reso l’Italia un paese meno affidabile, meno credibile, più a rischio, meno attrattivo per gli investimenti stranieri. Hanno messo in pericolo le nostre banche e hanno procurato all’Italia un danno che, quantificato solo sugli interessi in più che il nostro paese pagherà nel 2019 sui titoli di stato, già oggi vale sei miliardi di euro».

«Noi abbiamo dato credibilità»
E la ragione per cui starebbe succedendo tutto questo secondo Renzi è che Salvini e Di Maio hanno scelto di aggredire tutte le riforme che negli ultimi anni hanno permesso all’Italia di diventare un paese più affidabile, più credibile, e lo hanno fatto prendendo di mira alcune riforme chiave che dal 2014 in poi hanno permesso al nostro paese di diventare nuovamente attrattivo. «Parlo naturalmente della riforma del lavoro e parlo naturalmente della riforma delle banche popolari. Se l’Italia negli ultimi anni non è andata a gambe all’aria è stata anche per queste riforme. E se l’Italia riandrà nuovamente a gambe all’aria, cosa che purtroppo oggi non possiamo escludere, sarà perché Salvini e Di Maio hanno scelto di distruggere ciò che ha ridato credibilità al nostro Paese».

Salvini come Batistuta e invece...
Ma se Salvini dovesse decidere di capitalizzare il suo consenso andando presto alle elezioni, il Pd avrebbe il dovere di cercare un’altra maggioranza in Parlamento prima di andare a votare? «Forse non avete capito bene chi è Salvini. Salvini è un bluff. Pensavamo fosse come Batistuta ma sta dimostrando di essere come Oscar Dertycia: e questa la capiscono solo i tifosi della Fiorentina. Salvini è un leader spregiudicato nella comunicazione – sono curioso di capire quando verranno resi noti i costi della struttura di Luca Morisi, se davvero Salvini ha usato parte dei 49 milioni del finanziamento pubblico della Lega per mettere in piedi la macchina di odio che ha costruito sui social – ma è un doroteo quando si parla di meccanica politica e io penso che non abbia alcuna intenzione di andare alle elezioni anticipate. E’ un bluff Salvini così come è un grande bluff il Movimento 5 stelle di Luigi Di Maio, che tra Ischia, i condoni e l’alleanza con il partito che porta i soldi in Tanzania, ha perso tutta la sua presunta verginità».

La strategia del pop-corn
Se non fosse che di mezzo oggi c’è l’economia «potremmo dire che un giorno potremo ringraziare Di Maio e Salvini per quello che stanno facendo». In che senso? «Voi giornalisti, con malizia, l’avete chiamata la strategia del pop-corn. Io provo a metterla in maniera diversa: in soli sei mesi i populisti al governo hanno dimostrato che la politica delle fake news non funziona perché è incompatibile con la realtà – e anche gli elettori del Movimento 5 stelle se ne stanno rendendo conto, avete visto Di Maio che nella sua Pomigliano è stato costretto a uscire da una porta secondaria di una scuola che stava visitando? – e prima o poi qualcuno dovrebbe ringraziare il sottoscritto per non aver reso possibile un accordo con il cialtronismo grillino. Dopo di che, sì, io penso che se la Lega volesse andare alle elezioni il Pd dovrebbe accettare la sfida e dovrebbe provare a battere i populisti alle urne, ma ho come l’impressione che questa mia idea sia minoritaria all’interno dei gruppi parlamentari. Il Movimento 5 stelle non vuole le elezioni, la Lega neppure e se Salvini dopo le europee cercherà di rompere gli equilibri di questo governo non cercherà i voti in Italia ma li cercherà in questo Parlamento».

La Lega è scivolata nel grillismo
Il senatore Renzi continua il suo ragionamento suggerendo ai propri compagni di partito di smetterla di cercare il meno peggio tra la Lega e il Movimento 5 stelle e invitando chiunque voglia fare opposizione a questo governo a non fare il gioco di Salvini e Di Maio, di metterli cioè uno contro l’altro, e di considerare il governo sfascista per quello che è una perfetta simmetria tra due populismi compatibili. «La debolezza strutturale di questo governo è legata non ai dissidi che esistono tra i due vicepremier ma alla sintonia che esiste quando parlano di Europa, di vaccini, di pensioni, di lavoro e quando fanno di tutto per aggredire il partito del Pil». Salvini, secondo una certa narrazione, avrebbe dovuto essere il portavoce dell’Italia produttiva, ma secondo l'ex segretario dem sembra che oggi la sua «scommessa camaleontica» sarà anche la ragione della sua futura condanna politica: la Lega ha scelto di giocare sullo stesso terreno del grillismo, ha scelto di puntare più sul partito dell’assistenzialismo che sul partito della produzione e l’elettorato sul quale Salvini riesce oggi a far presa è lo stesso di Di Maio.

Ha cambiato idea sulla Isoardi, ha cambiato idea anche sulla Fornero?
Poi un invito a meditare: «Pensiamoci bene: come si fa a produrre crescita o ricchezza o lavoro se i soldi si spendono per dare incentivi a stare sul divano di casa e per creare leggi come il reddito di cittadinanza che piuttosto che generare lavoro sono destinate ad alimentare il lavoro in nero?». Alle ultime elezioni il centrodestra di Salvini ha ricevuto un discreto numero di voti per abbassare le tasse «ma una volta arrivato al governo ha dimenticato tutte le sue proposte. A me non interessa capire se Salvini ha cambiato idea sulla Isoardi, mi interessa capire se ha cambiato idea sulla Fornero: le questioni private sono private, la scelta sulla pensioni riguarda tutti. Aveva promesso la flat tax al 15 per cento ma al posto della flat tax ha fatto la fat tax, la tassa sugli zuccheri, e l’unica flat tax che ha fatto è quella sugli evasori». E, a proposito di flat tax, «sugli evasori avrebbe ragione Enrico Zanetti quando nota che la rinuncia ufficializzata dal governo di introdurre la rottamazione di sanzioni e interessi sugli avvisi bonari certifica che non esiste pace fiscale per chi ha dichiarato fedelmente all’erario e poi non ha pagato, mentre c’è pace fiscale per chi non ha dichiarato all’erario ed è stato beccato dalla Guardia di Finanza e dall’Agenzia delle Entrate. In pratica: hai diritto alla pace fiscale solo se sei stato un evasore puro. Mi stupisco però che qualcuno si possa stupire: dal governo dei condoni, con tutto il rispetto, era difficile aspettarsi dell’altro».

Fuori dal Pd?
L’Italia è bloccata, sì, ma il consenso della Lega non smette di crescere. «Io penso che tutti i sondaggi vadano presi con le molle perché non c’è sondaggio che sia in grado di quantificare quante sono le persone che andranno a votare al prossimo giro». Renzi sta pensando di uscire dal Pd? «Poco dopo la sconfitta del 4 marzo, tutti – in primis Paolo Gentiloni e Graziano Delrio – mi hanno chiesto di fare un passo di lato e di restare fuori dalle dinamiche del Pd al prossimo congresso. Come se ciò che era accaduto fosse dipeso solo da me. Del resto se la sinistra perde dal Brasile alla Baviera, se i socialisti francesi e olandesi stanno al 5 per cento, notoriamente, è anche lì per colpa del mio carattere. Mi colpisce la mancanza di serenità nel giudizio da parte di chi dopo aver avuto tutto grazie al nostro coraggio, ora pugnala alle spalle. Ma lo stile è come il coraggio di don Abbondio: chi non ce l’ha non può darselo. Da parte mia vivo con grande serenità questa richiesta: mi chiedono tutti di star fuori, starò fuori. Adesso non hanno alibi: facciano un bel congresso. Io intanto giro il mondo, leggo libri, studio. E faccio il senatore di Firenze».

E Minniti?
Questo significa che Renzi non farà campagna per Minniti? «Chi conosce Marco Minniti sa che difficilmente si può considerare espressione di una qualche corrente: è più credibile considerarlo un capellone che non un uomo di corrente. E poi diciamola tutta: ho sempre rifiutato di fare la corrente. Lo considero un errore politico nel tempo dei partiti sui social, lo considero un suicidio per il Pd che vive di fuoco amico. E poi mi lasci dire che chi fa politica costruendo correnti per avere sempre una bella poltrona a disposizione mi fa tristezza. Io ho vinto e ho perso ma ho sempre rischiato. Non mi sono nascosto nelle correnti per salvarmi. Prima di fare una corrente – l’ho detto ai miei amici – restituisco la tessera».