21 ottobre 2018
Aggiornato 00:00

«Dacci oggi il nostro debito quotidiano», il filosofo Bersani: «Il governo fa bene a sfondare i vincoli europei»

Marco Bersani, fondatore di Attac Italia e autore di «Dacci oggi il nostro debito quotidiano», difende il deficit al 2,4% ai microfoni del DiariodelWeb.it

Marco Bersani, filosofo e fondatore di Attac Italia, la manovra ha suscitato indignazione per l'aumento del deficit al 2,4%. Ma davvero dobbiamo temere se il governo vuole fare debito?
In realtà il conflitto apertosi sulla proposta del governo è falso. Personalmente giudico negativamente le proposte sull'utilizzo di quei soldi, ma non il superamento del deficit. Siamo immersi dentro una trappola del debito per cui, se rimaniamo fermi ai vincoli prestabiliti, non se ne esce: ogni anno l'Italia sarà più indebitata del precedente. Dal 1990 ad oggi il nostro bilancio, per 26 volte su 28, è stato in avanzo primario, cioè le entrate sono state più alte delle uscite.

Al netto degli interessi.
Infatti, nonostante questo, proprio per il pagamento degli interessi abbiamo chiuso tutti i 28 anni con un indebitamento maggiore. Questa è una spirale senza fine. Quando sento un politico o un opinionista che esulta perché la crescita del Pil prevista per lo 0,8 sale allo 0,9%, mi viene da ridere. L'unica possibilità che abbiamo per essere meno indebitati è di avere, l'anno prossimo, un Pil almeno al 3,5-4%.

Neanche le previsioni più ottimistiche di Savona raggiungono quei livelli. Lui ipotizza il 2% di crescita e già viene contestato.
Ma sì. Questi livelli sono impossibili. Quindi, o noi proseguiamo con questa catena del debito intorno al collo, oppure dobbiamo aprire il conflitto su quei parametri. Dire che non stanno in piedi, non rispondono alla realtà delle cose, e soprattutto il loro rispetto mette a pregiudizio i diritti fondamentali delle persone. Sono d'accordo con il governo quando dice di voler investire e quindi di sfondare il deficit. Altra cosa è l'uso che verrà fatto di quei soldi, ed è quello che io criticherei.

Quindi il fatto che questo governo inizi a battere i pugni con l'Europa le sembra un passo nella direzione giusta?
Sarebbe interessante se il governo aprisse un confronto ancora più strutturale. Cioè non dicesse solo di voler sfondare i parametri, ma di ridiscuterli perché sono inefficaci e non stanno in piedi. La mia impressione è che questo governo stia facendo un'operazione più elettorale, tanto è vero che vuole sfondare il deficit quest'anno per poi rientrare nei successivi. Il senso è avere dei soldi sporchi, maledetti e subito, prima delle elezioni europee: c'è anche un elemento furbesco. Ma, in senso assoluto, l'errore più grosso è attaccare il governo perché aumenta il deficit: in realtà quello è l'unico punto che permette di aprire una discussione. Stare con questa Europa, con questi vincoli, e dare dell'irresponsabile a chi si mette in contrasto vuol dire avere le fette di salame sugli occhi. Non sono un anti-europeista, anzi, penso che dovremmo iniziare un processo costituente per una nuova Europa, ma rivoltando come un calzino i parametri finanziari.

Giustamente lei ha ricordato che questa situazione non è nuova. E io le chiedo, provocatoriamente, come mai adesso si sollevano le proteste e quando il governo Monti faceva il 3% nessuno diceva nulla?
È chiaro che il governo Monti fosse il governo dell'Unione europea. Lui è stato catapultato esattamente per rendere concreta la nuova narrazione sul debito, che proprio nel 2011 è stato trasformato nel problema fondamentale. Il compito a cui rispondeva era quello di rendere permanenti le politiche liberistiche di privatizzazione, di svendita del patrimonio pubblico, di riduzione del costo del lavoro e quindi la tolleranza verso i vincoli finanziari è diventata più flessibile. Ma il dato di fondo è sempre quello: i numeri decisi in Europa, dal deficit che non può superare il 3% al debito che deve stare sotto al 60%, sono messi lì a caso per ammissione stessa di chi li ha scritti. Stiamo veramente ragionando di qualcosa di surreale.

Senza alcun valore scientifico.
Esatto. Purtroppo, nella realtà delle persone, diventano però molto concreti: se si tagliano i servizi, si privatizzano i beni comuni, si riduce il reddito, lo si sperimenta quotidianamente.

In questi giorni è tornato anche lo spread, che ha superato quota 300. C'è chi lo definisce un'indicazione dei mercati che stiamo sbagliando linea politica e chi invece ne parla come di un ricatto. Lei da che parte sta?
Mi sembra evidente che sia uno strumento di azione politica. Quando Berlusconi, nel 2011, dimostrò di non essere in grado di adempiere alla famosa lettera della Bce, che gli arrivò in agosto con 26 punti da eseguire, andava fatto fuori. Per carità, personalmente lo ritengo uno dei reati meno clamorosi dell'Unione europea, ma ci fu una sorta di «colpo di stato», alla fine con il consenso dello stesso Berlusconi. Si agitò lo spread, per cinque mesi fummo tempestati dai telegiornali a pranzo e a cena, poi quando arrivò Monti improvvisamente evaporò. Per ricomparire oggi, quando si riapre un conflitto con l'Unione europea. Ma, anche sullo spread, sarebbe interessare capire una cosa: se noi siamo obbligati a onorare il debito, perché prestano soldi all'Italia a tassi differenti da quelli della Germania? Forse perché c'è il rischio d'impresa, cioè chi investe pensa che l'Italia potrebbe essere meno solvibile della Germania: allora vuol dire che è possibile che il debito non si paghi obbligatoriamente.

E infatti non vogliono fare gli eurobond.
Certo. Il problema è che vogliono la botte piena e la moglie ubriaca: prestare il denaro considerandoci un Paese insolvente, ma poi obbligarci a onorare il debito imponendo una serie di politiche.

A proposito delle elezioni europee che evocava prima. Lei ha detto di non essere un anti-europeista, ma di volere un'Europa diversa. In questo senso, la convince il programma del fronte sovranista?
Direi assolutamente no. La mia impressione è che oggi il terreno sia occupato da due contendenti, che si combattono anche aspramente dal punto di vista mediatico, ma che condividono le stesse politiche di fondo. Sia chi difende l'establishment che i sovranisti sono per la prosecuzione delle politiche liberiste. Si differenziano solo sulle sedi di comando: i primi difendono a spada tratta questa Europa, i secondi sostengono che debbano decidere sovranamente gli Stati. Per fare un esempio, in un Paese come il nostro, dove la fiscalità dal '74 ad oggi ha favorito i ceti alti, e questo ha prodotto un debito intorno al 10-11% per via delle minori entrate, si può proporre la flat tax, che aggrava ulteriormente questo divario? Per me bisognerebbe superare le politiche liberiste e ridisegnare l'Europa, sulla base della protezione dei diritti fondamentali. Cosa che, per ora, non è nell'agenda politica di nessuno.