19 settembre 2018
Aggiornato 21:00

Il dilemma della Lega: andare al voto subito o aspettare le europee?

Nel Carroccio emergono due anime: la prima, quella nordista, vorrebbe passare all'incasso della crescita di consenso; l'altra, quella di Giorgetti, vuole attendere
Il ministro dell'Interno e segretario della Lega Matteo Salvini
Il ministro dell'Interno e segretario della Lega Matteo Salvini (Ufficio stampa Viminale | ANSA)

ROMA – A volte, persino il troppo successo può diventare un problema. Ne sa qualcosa Matteo Salvini, che proprio a causa della continua crescita di consenso (secondo gli ultimi sondaggi avrebbe sfondato quota 30%, guadagnando così otto punti in quattro mesi) si ritrova una Lega spaccata a metà. Ed è dunque costretto a tenere a bada due opposte fazioni costituite dai suoi colonnelli, ciascuna delle quali indica una differente strategia da seguire per il futuro del partito. Lo ricostruisce il retroscena pubblicato oggi dal sempre ben informato sito Dagospia.

Immediatamente alle urne
La prima fazione è quella dei falchi, che spingono per passare subito all'incasso: ovvero, far cadere il governo Conte, andare al voto anticipato già a febbraio e portare la Lega da sola in maggioranza. Si tratta dell'ala nordista del Carroccio, quella che fa sempre più fatica a tenere a bada una base di elettori che non vede di buon occhio le ultime proposte dell'alleato a Cinque stelle. Dal decreto dignità a quello anticorruzione, fino al reddito di cittadinanza, tutte misure che i leghisti hanno dovuto ingoiare in nome della lealtà al contratto di governo, ma che sono risultate decisamente indigeste agli imprenditori e ai militanti storici leghisti.

Evitare il vicolo cieco
L'altra fazione è quella delle colombe, a cui però appartengono i fedelissimi di Salvini, a partire dal suo braccio destro (e sottosegretario alla presidenza del Consiglio) Giancarlo Giorgetti. Avendo già ricevuto degli avvisi, in privato, dal Quirinale, infatti, loro sanno che il presidente Sergio Mattarella di sciogliere le camere e andare subito alle urne non ha la minima intenzione. Dunque, un'eventuale crisi di governo potrebbe trasformarsi in un grave boomerang per la Lega: a subentrare sarebbe un esecutivo tecnico, del presidente, o addirittura una nuova maggioranza tra il M5s e il centrosinistra. Da evitare a tutti i costi, anche perché ad aprile è in programma il nuovo giro di nomine di sottogoverno, con la ghiotta occasione di sostituire i dirigenti renziani attualmente in carica con fedelissimi salviniani. Ma la linea Giorgetti, quella che ha prevalso finora, non esclude la resa dei conti con i pentastellati: la rimanda solo alle elezioni europee del giugno 2019. Se in quel voto la Lega incassasse effettivamente un risultato importante come sembra, allora sì che i rapporti di forza all'interno del governo potrebbero invertirsi. Per questo, quando gli si chiede quanto durerà il governo, Salvini risponde sibillino che lo decideranno «gli italiani, il buon Dio, lo spread e Draghi...».