13 novembre 2019
Aggiornato 03:00
L'inchiesta

Stadio Roma, nessuna irregolarità: si farà anche se «verrà uno schifo»

Dall'inchiesta è esploso un vero e proprio caso politico: tra chi chiede le dimissioni di Raggi (il Pd) e chi di cambiare le regole anticorruzione (il M5s)

Virginia Raggi negli studi di Porta a Porta
Virginia Raggi negli studi di Porta a Porta ANSA

ROMA - «Lo stadio si deve fare per forza. Verrà uno schifo ma si farà». Era il settembre 2017 quando Carlo Notarmuzi, dirigente di Palazzo Chigi e responsabile del progetto per il nuovo stadio della Roma per la presidenza del Consiglio, confessò tutte le sue perplessità sull'opera a una non identificata interlocutrice. Dalle carte della Procura di Roma sono emerse, come ormai prassi in ogni inchiesta, una sfilza di intercettazioni, ma questa meglio di qualunque altra spiega come dietro questa vicenda tutti abbiano delle responsabilità, almeno politiche. Perché due diverse amministrazioni si sono succedute in questo progetto (Marino e Raggi) e ora tre diversi governi (Renzi, Gentiloni, Conte). E, come sempre accade, è iniziato lo scaricabarile delle responsabilità. In prima fila, a Roma, il Partito Democratico che tramite il segretario reggente Maurizio Martina oggi, ai microfoni di RTl 102.5, ha attaccato direttamente la sindaca Raggi, chidendone le dimissioni.

Martina chiede le dimissioni di Raggi
«La responsabilità politica di Raggi è evidentissima. Roma una città allo sbando. Pur essendo da un'altra parte, non tifo per il disastro. Non gioisco perché la Capitale viene gestita male, ma la sindaca Raggi deve prendere atto delle sue difficoltà a gestire la città». Lo ha detto il segretario reggente del Pd Maurizio Martina ai microfoni di RTl 102.5 ribadendo, di fatto, la richiesta dem: dimissioni. Subito. «Abbiamo sempre cercato di stare sul tema della responsabilità politiche e amministrativa. Stiamo dicendo da giorni alla sindaca di prendere atto di una situazione che non riesce a gestire, in una realtà difficilissima. Secondo me - conclude Martina - la Raggi dovere tenere conto di quello che non è stata in grado di fare e dovrebbe valutare seriamente la possibilità di lasciare il campo».

Sullo stadio della Roma tutto (sembra) in regola
«Siamo tranquilli». Una battuta, quella del direttore generale del Comune di Roma, Franco Giampaoletti, che punta a proseguire nell'iter verso il nuovo stadio della Roma. Dello stesso parere anche il vicesindaco Luca Bergamo, che all’Ansa ha spiegato che «se le procedure non sono messe in discussione, perché non si dovrebbe fare? Le previsioni non si fanno mai, c’è un’indagine della magistratura in corso, io la rispetto e se ci sono comportamenti illeciti verranno sanzionati. Stiamo facendo verifiche attente su tutti i procedimenti per accertare che siano stati svolti correttamente, fatto che per il momento nessuno ha messo in discussione». Stesso parere e quasi stesse parole per Luca Montuori, fedelissimo di Bergamo e assessore all'Urbanistica: «Nel futuro di questa città, certo, ci sarà lo stadio della Roma. Se la procedura, come crediamo, risulta corretta, potrà andare avanti. Abbiamo deciso di riverificare alcuni passaggi nodali, perché i cittadini hanno diritto a delle risposte su quanto sta succedendo in questi giorni. Nessuna parte della procedura in questo momento sembra minimamente toccata dai problemi di cui leggiamo sui giornali, se questo sarà confermato noi andremo avanti».

Ma vanno cambiate le leggi anticorruzione
Il tipico gioco italico della 'colpa di qualcun altro' o almeno di qualcos'altro. In questo caso, delle regole anticorruzione, che andrebbero cambiate. Lo ha detto il leghista Giorgetti per difendersi pubblicamente dal suo (presunto) coinvolgimento nella vicenda, lo ha sottolineato il numero uno dell'Anac, Raffaele Cantone, per il quale «servono nuove regole per i partiti e i movimenti politici» e lo ha ribadito oggi il presidente della Camera Roberto Fico, interpellato a Napoli a margine di un convegno sulle baby gang: «C'è bisogno, veramente, di una legge per le fondazioni e i partiti. E c'è bisogno di una legge molto forte per la corruzione». Perché, almeno in Italia, la colpa non sembra essere mai della classe dirigente. La colpa è sempre delle regole. Da aggirare. Da cambiare. Mai da seguire.