8 dicembre 2019
Aggiornato 14:00

L'ultima speranza del Pd si chiama (ancora) Paolo Gentiloni

Ormai all'angolo, il Partito Democratico può contare solo sul premier (quasi) uscente per cercare di non affondare definitivamente

Gentiloni a Che tempo che fa
Gentiloni a Che tempo che fa ANSA

ROMA - Da una parte assicura pieno sostegno al governo neutrale. Dall'altra ha già dato vita all'operazione Gentiloni leader. Il Partito democratico, messo all'angolo nelle consultazioni dal triste risultato elettorale del 4 marzo scorso, si prepara a ripartire. E lo fa puntando tutto sulla responabilità chiesta dal presidente Mattarella. «Condividiamo il richiamo alla responsabilità del presidente Mattarella e ci auguriamo che venga ascoltato da tutte le forze politiche in queste ore. Il Pd non farà mancare il suo sostegno all’iniziava preannunciata ora dal presidente». Con queste parole il segretario reggente del Partito democratico, Maurizio Martina, ha pubblicamente spiegato il sostegno che arriverà al Quirinale dal Nazareno. Il problema, però, è che governo o non governo, al voto comunque non manca tanto. Luglio, ottobre o dicembre, poco importa. Non c'è tempo per ricostruire dalle fondamenta un partito distrutto. Non a caso tra già sarebbe stata decisa la data per la convocazione dell'assemblea nazionale dalla quale uscirà il piano di salvataggio del partito. E il nuovo leader. Il prossimo 26 maggio il partito sarà chiamato a riunirsi per preparsi al voto a luglio o, bene che vada (per il Pd) a convocare congresso e primarie da fare a luglio per farsi trovare pronti all'ipotesi voto in autunno. 

Ma chi guiderà il partito?
Il problema, però, è capire su quale cavallo puntare. L'unica strada percorribile sembra, al momento, quella che porta verso il premier uscente Paolo Gentiloni, l'unica figura democratica rimasta immune al fallimento politico. Ma Gentiloni accetterebbe un incarico così scomodo, in un partito sull'orlo di una crisi di nervi, dove il tutti contro tutti è all'ordine del giorno? E sarebbe disponibile a caricarsi sulle spalle, davanti all'intero Paese, le ceneri di una forza politica ormai messa all'angolo? Di certo chi resterà fuori dalla questa partita saranno Matteo Richetti e Nicola Zingaretti. I due politici più in vista dei democratici farebbero la loro apparizione solo al momento delle primarie per scegliere il nuovo candidato premier. 

La linea di Gentiloni
Toni bassi. Poche critiche palesi. Duri attacchi tra le righe. La linea scelta da Gentiloni nelle ultime ore è quella di chi sa di non potersi permettere di essere trascinato in una contesta a perdere davanti agli occhi degli italiani. Per questo ha lasciato che a tirar fuori il suo nome, per primo, fosse Walter Veltroni. Per questo, durante la partecipazione alla vigilia delle consultazioni a Che Tempo che fa il premier (ancora) in carica ha giocato d'anticipo. Prima ha invitato «tutte le forze politiche dovrebbero fermarsi almeno cinque minuti e riflettere sugli interessi generali del Paese», poi ha dato una pacca sulla spalla al suo partito: «Mel Pd il presidente della Repubblica troverà un interlocutore positivo, almeno uno (...) chiedo a tutti di lasciare al presidente un margine di manovra perché l'Italia ha bisogno di una risoluzione a questa crisi». Infine, ha evitato di infierire su Matteo Renzi: «Il Pd ha preso due sberle, il 4 dicembre (2016, ndr) e il 4 marzo, e la la cosa più allarmante è che non ci siamo chiesti perché le abbiamo prese. Però quando la sconfitta è così bruciante come quella di marzo, non è certo solo colpa di Matteo Renzi, tutti sono responsabili». In chiusura, ha provato a guardare avanti e a cambiare marcia: «Noi, non solo il Pd ma la sinistra europea addirittura, non siamo attrezzati ad alcune nuove domande nella società, principalmente di tutela, protezione, di sicurezza che non è da intendersi come più forze dell'ordine, ma perché la gente si sente più fragile, persone non abituate a un contesto così veloce di cambiamenti».