24 agosto 2019
Aggiornato 13:00

Renzi si dimette: nel suo discorso la più totale mancanza di autocritica

Nel suo discorso più volte rimandato, Matteo Renzi si è dimesso, riconoscendo la sconfitta elettorale. Ma...

Matteo Renzi durante la conferenza stampa
Matteo Renzi durante la conferenza stampa ANSA

ROMA - Siamo al 5 marzo 2018, ma il discorso di Renzi che annuncia le sue dimissioni da segretario Pd pare per certi versi un déja vù. Era il 4 dicembre 2016, quando Renzi si dimetteva da presidente del Consiglio dopo la batosta referendaria. Una batosta da cui, evidentemente, non si è mai più rialzato, nonostante la sicurezza ostentata in campagna elettorale. «E' ovvio che lasci la guida del Pd dopo questo risultato, e ho già chiesto a Orfini di convocare l'assemblea per aprire la fase congressuale al termine della fase di insediamento del parlamento e della formazione del nuovo governo», ha detto Renzi. Che però ha invitato i big del Partito Democratico a una responsabilità nell'espressione del nuovo leader, un leader - ha detto - che non dovrà uscire da «caminetti», ma dalle primarie.

Poca autocritica
Il riconoscimento della sconfitta è netto, vivido: il segretario (uscente) non la nega. A mancare, piuttosto, l'autocritica sugli errori compiuti - certificati dal crollo elettorale - in questi anni al governo dell'Italia. Perché, secondo Renzi, il principale di questi errori è stato quello di «non capire che si poteva votare in una delle due finestre del 2017, al momento dell'elezioni francese e dell'elezione tedesca». Per il resto, nessuna riflessione su politiche e modalità di attuazione, ma solo rivendicazione orgogliosa. Il risultato, comunque, non cambia: le dimissioni ci sono. Ma non sono una fuga. «Terminata la fase del governo, farò un lavoro che mi affascina: farò il senatore semplice, di Firenze, e sono orgoglioso del risultato di ieri del mio collegio - una delle non numerosissime notizie positive di ieri», ha rilevato Renzi. Che, con un filo di commozione e orgoglio, ha aggiunto: «Nel 2018 mi sono ripresentato ai fiorentini 14 anni dopo la prima volta: è impressionante il fatto che continuino a votarmi. Chi mi conosce ha sentito il bisogno di espirmere di nuovo questo affetto francamente commovente».

Dal basso, ma con orgoglio
Ora, però, «Si riparte dal basso: militante tra militanti, con grande umiltà, a partire dal territorio e dalle periferie della quotidianità». Ma con l'orgoglio, ha puntualizzato, di chi in questi cinque anni può dire «di aver fatto un lavoro bello», lavoro che in altri passaggi del discorso Renzi non ha esitato a definire «straordinario», per poi sciorinare i dati del Pil, dell'export e dei posti di lavoro snocciolati in continuazione in questa campagna elettorale. «Restituiamo le chiavi di casa con una casa più in ordine», ha rivendicato.

No agli inciuci, no agli estremisti
La speranza, è che i suoi successori «possano fare meglio»: il Pd, ha detto Renzi, non si piegherà alle retoriche di odio che, a suo avviso, hanno caratterizzato le altre forze politiche. Forze politiche che hanno accusato i militanti del Pd - ha ricordato il segretario - di ogni nefandezza: di essere sporchi, mafiosi, insanguinati, impresentabili. Ecco perché Renzi si dice oggi fermamente contrario a ogni inciucio: il partito non sosterrà nessun altra forza politica alla ricerca di una maggioranza. Maggioranza impossibile anche perché, ha rivendicato, quelle stesse forze politiche, un anno fa, hanno rifiutato la sua riforma costituzionale, che, a suo dire, avrebbe garantito governabilità: e da quelle parole si comprende come il referendum sia ancora una ferita aperta.

Opposizione leale
Cosa aspettarsi, dunque, dal Pd? Una «Forma di opposizione leale che non accetterà mai di cedere alla cultura dell'odio», ha assicurato Renzi. E che rivendicherà la differenza profonda tra 'noi' e 'loro': «società aperta contro chiusa, ealtà contro fake news, diritti, su cui ci auguriamo che non si torni indietro, contro intolleranza, lavoro contro sussidi, giustizia fiscale contro tasse piatte, culture contro sicurezza fai da te». E ha proseguito: «Mai governo contro forze antisistema»

L'ultimo impegno: i tre no
L'ultimo impegno con gli italiani preso da Renzi si riassume in tre no: «no agli inciuci, no ai caminetti ristretti di chi considera il Pd come luogo di confronto solo tra gruppi dirigenti, no all'estremismo». Poi un augurio, e una promessa: «Chi ha la forza per governare lo faccia, non saremo responsabili e faremo sempre il tifo per l'Italia».