Il profilo

«Sbirro»,«tecnico della sicurezza»,«signore delle spie»: chi è Minniti, il Ministro che ha puntati addosso gli occhi del mondo

O lo ami o lo odi. Non ci sono vie di mezzo per Marco Minniti, ministro dell'Interno che recentemente il Guardian ha definito «controverso e austero» e il NYTimes ha soprannominato il «signore delle spie»

Il ministro dell'Interno Marco Minniti
Il ministro dell'Interno Marco Minniti (ANSA/MAURIZIO DEGL'INNOCENTI)

ROMA - O lo ami o lo odi. Non ci sono vie di mezzo per Marco Minniti, ministro dell'Interno che recentemente il Guardian ha definito «controverso e austero», e che le indiscrezioni dei media hanno già indicato come papabile nella corsa alla premiership nel Pd in contrapposizione a Matteo Renzi. Certo è che quando Minniti, lo scorso gennaio, si è affacciato sulla scena politica, quasi nessuno lo conosceva o ne ricordava la carriera. Non è un politico da talk show, da salotti televisivi e tantomeno da social network. Cercandolo su Facebook, si viene rimandati alla rispettiva pagina di Wikipedia, che conta poco più di 2700 like, ma ci si imbatte facilmente anche nella community creata in suo onore «Marco Minniti Premier», che pubblica a colpi di hashtag #Minniti2018.

I dubbi di Delrio
Il suo profilo «austero», come l'ha definito il quotidiano britannico, è insomma piuttosto inusuale nel ben più variopinto panorama politico all'italiana. Di certo, in questi mesi Minniti ha dimostrato di che pasta è fatto, riuscendo nell'impresa che non era riuscita quasi a nessuno, perlomeno da sinistra: quella di placare i flussi migratori con un pragmatismo a cui parte politica a cui appartiene non è avvezza. Tanto che il pugno duro mostrato contro le Ong hanno attirato le critiche del collega Graziano Delrio, critiche che hanno plasticamente rappresentato la natura controversa del profilo politico di Minniti: uomo di sinistra, sì, ma di una sinistra che «agisce». Anche, lo accusano i compagni, contro i valori che la sinistra stessa è solita sbandierare.

Per D'Alema è un «tecnico della sicurezza»
Senza grande clamore mediatico, al Viminale è riuscito nell'impresa quasi impossibile di riunire intorno al tavolo sessanta capi clan libici, i Tebu, i Suleiman, i Tuareg. Sempre Minniti – non Alfano, il ministro degli Esteri – ha stretto la mano a Bengasi del generale Khalifa Haftar, rivale del premier libico al Serraj, i cui rapporti con l'Italia fino ad ora erano problematici, quando non inesistenti. Massimo D'Alema, di cui l'attuale Ministro fu sottosegretario, lo ha definito in maniera dispregiativa «un tecnico della sicurezza», un genere di sicurezza che, si legge in controluce, ha poco a che fare con l'idea tradizionale di «sinistra».

Molti critici da sinistra, qualche estimatore da destra e...
Minniti divide sì la sinistra, ma anche la destra, dove, oltre agli ovvi contestatori d'opposizione, ha anche un gruppetto piuttosto trasversale di estimatori, tra cui spiccano Roberto Maroni e Gianni Letta. Il Ministro è riuscito a conquistare anche un'insospettabile esponente del giornalismo italiano, Milena Gabanelli. Tra i suoi più ferventi critici, i giornalisti cattolici di Avvenire e le firme del Manifesto, che lo accusano di aver decisamente poco riguardo per i diritti umani. Il fondatore di Emergency Gino Strada, addirittura, gli ha attribuito una «storia da sbirro»: «Per lui far finire donne e bambini ammazzati nelle carceri libiche è compatibile con i suoi valori», ha osservato.

Prima la sicurezza, poi i diritti
E' forse anche per sanare tali fratture che, poche ore fa, il Ministro ha annunciato che, dopo aver badato alla sicurezza, la sua attenzione si sposterà sui diritti: l'Italia, ha annunciato, ora vuole «gestire i campi di detenzione» dei migranti in Libia attraverso le ong, per migliorarne le (disastrose) condizioni umanitarie.

Mette in ombra Alfano, fa tremare Renzi
Certo è che Minniti è un politico, per così dire, ingombrante. Dopo l'ininfluenza di Alfano agli Interni e durante la medesima sua ininfluenza agli Esteri, Minniti sembra fare le veci sue e del collega quando, più che incontrare i sindaci italiani, stringe le mani a quelli libici. Ecco perché sono in molti a profetizzargli un ancora più autorevole seguito politico. Tanto che il titolare del Viminale sarebbe osservato con grande attenzione dal segretario del Pd Matteo Renzi, il quale, pure senza esporsi, nutrirebbe qualche timore per la concorrenza del Ministro. Anche perché, senza bisogno di ricorrere ai tweet e ai libri autoapologetici, Minniti è riuscito a conquistarsi addirittura l'attenzione del New York Times, che lo ha definito «Lord of Spies».

Lord of Spies
Ed è stato forse proprio il New York Times a tracciare in modo più netto e calzante il profilo del Ministro italiano. Lo ha fatto raccontando un episodio degli arbori della sua carriera politica. «Durante una visita a Mosca nel 1980», scrive il giornalista Jason Horowitz, «Marco Minniti, un giovane funzionario calvo e coraggioso del Partito Comunista Italiano, mortificò i suoi compagni chiedendo ad un generale dell'esercito rosso perché i sovietici avessero occupato l'Afghanistan. Il generale indicò un punto a sud su una mappa e spiegò che la terra lontana era strategica per la sicurezza nazionale del suo Paese». Con un efficace parallelismo, secondo il quotidiano della Grande Mela, oggi è Minniti a guardare a sud: a sud dell'Italia, verso l'Africa. Una terra che il Ministro chiama saggiamente «lo specchio dell'Europa».