Dopo il caso di Capo Rizzuto

La «filiera dell'immigrazione» nelle mani delle mafie: dagli sbarchi all'accoglienza al lavoro dei profughi

Con Mafia Capitale abbiamo scoperto che l'accoglienza è un business che fa gola alla criminalità organizzata. Ma non è tutto qui. Perché dall'arrivo dei migranti al loro sfruttamento, le mafie intervengono lungo tutta la 'filiera'

ROMA - «Con gli immigrati si fanno molti più soldi che con la droga». A parlare, nel 2014, era Salvatore Buzzi, l'uomo reso «famoso» (suo malgrado) per lo scandalo di Mafia Capitale. Buzzi aveva ragione. Perché le cronache degli ultimi anni ci hanno dimostrato quanto il «business dell'immigrazione» macini denaro per la criminalità più o meno organizzata e per chi vi si appoggia per riempirsi le tasche. Sulla pelle dei migranti, e, naturalmente, di chi li accoglie.

Un tema d'attualità
Il tema è tornato d'attualità in queste ore, dopo che una maxi operazione che ha visto coinvolti oltre 500 agenti tra Polizia, Carabinieri e Guardia di Finanza ha permesso di smantellare la cosca Arena di Isola Capo Rizzuto, che controllava a fini di lucro anche la gestione del centro di accoglienza locale (il più grande d'Europa). Ma ad accendere i riflettori sull'argomento sono state anche le tanto dibattute dichiarazioni del procuratore di Catania Carmelo Zuccaro, che, in audizione alla Commissione Antimafia, ha puntato il dito contro gli interessi delle organizzazioni mafiose, attratte dalla massa di denaro destinata all'accoglienza. «Sono loro l'obiettivo delle indagini, non le Ong», ha specificato il pm.

Le parole di Zuccaro
«È sbagliato ritenere che la mafia operi dovunque, perché così rischiamo di aumentare l'aurea di onnipotenza», ha detto. «Non ritengo ci siano rapporti diretti tra le organizzazioni criminali che controllano il traffico di migranti e le nostre mafie locali», ma «c'è una massa di denaro destinata all'accoglienza che attira gli interessi delle organizzazioni mafiose e dico questo sulla base di risultanze investigative». Dichiarazioni prudenti, forse per evitare di sollevare un polverone simile a quello scatenatosi per le allusioni a presunti contatti tra Ong e trafficanti, per ora ipotesi non verificata. Di certo, sul fatto che il business dell'immigrazione faccia gola alla criminalità non sussiste dubbio: lo dimostra la maxi operazione calabrese di queste ore.

Non solo accoglienza: la mafia e gli sbarchi
Mafia Capitale ci ha insegnato come le mafie possano moltiplicare i propri guadagni gestendo la fase dell'accoglienza: l'evidenza è ormai acclarata, e le vicende di cronaca continuano a confermarcelo. Ma il problema non è solo l'«ultima fase» del processo migratorio. Perché il sospetto che la criminalità (non solo italiana) sia implicata anche nella prima fase, quella degli sbarchi, sussiste da tempo, anche se resta un argomento meno dibattuto. Basta dare uno sguardo a Narcomafie mensile del Gruppo Abele nato da una collaborazione con Libera, per rendersene conto. Con una semplice ricerca, emergono numerosi articoli che parlano del ruolo delle mafie nell'arrivo dei migranti, e che risalgono almeno al 2010.

Traffico di migranti dall'India e dal Pakistan grazie alle cosche 'ndranghetine
Già nel febbraio 2010, un'operazione coordinata dalla Dda di Reggio Calabria ha emesso 67 richieste di custodia cautelare dopo la scoperta che due cosche 'ndranghetine erano coinvolte in un'organizzazione criminale attiva nel traffico di immigrati dall'India e dal Pakistan. Le accuse sono state di associazione a delinquere per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina, con l'aggravante mafiosa per le cosche Cordì di Locri e Iamonte di Melito Porto Salvo. L’organizzazione forniva falsi contratti di assunzione, grazie a imprenditori compiacenti, che permettevano agli immigrati di ottenere il visto di ingresso, pagando cifre comprese tra i 10mila e i 18mila euro.

Il ruolo delle mafie turche
Ma non c'entrano solo le mafie italiane: quello dell'immigrazione è un business che fa gola alla criminalità internazionale. Nel luglio 2009 il Research Institute for European and American Studies di Atene ha pubblicato un paper che parlava di traffico di migranti in Turchia. A gestire questo traffico, le mafie locali, che nell'immigrazione fiutavano affari. Un network criminale a cui i migranti si appoggiavano per fare ingresso nel Paese, ma anche per uscire alla volta dell’Europa, pagando mediamente 1500-2000 dollari. Il paper stimava che, su 200mila migranti irregolari che entravano in Turchia annualmente, uno su quattro si appoggiava alla mafia locale.

Il clan Brunetta e gli scafisti
Tornando all'Italia, nel 2011 il sostituto procuratore di Catania, Enzo Serpotta, ha firmato diciannove ordini di custodia cautelare per altrettanti scafisti, tutti di origine nordafricana, ma nel corso dell’indagine è stata accertata la responsabilità del clan Brunetta nel gestire il traffico di migranti e, dunque, il lavoro degli scafisti stessi. L'indagine ha coinvolto anche quattro persone affiliate al clan, che avrebbero procurato le imbarcazioni agli scafisti. Addirittura, sempre nel 2011 gli investigatori italiani hanno indagato sul sospetto che i periodici sbarchi che avvenivano nel ragusano vedessero coinvolti clan locali, con funzioni di assistenza a terra e di sostegno logistico.

Agromafie e caporalato
D'altra parte, le mafie del Sud Italia sono spesso coinvolte nello sfruttamento dei migranti, alimentando il fenomeno del caporalato. Secondo un rapporto della Flai Cgil del 2016, in particolare, agromafie e caporalato nutrirebbero un'economia da 17 milioni di euro. In questo ambito, lo sfruttamento viaggia di pari passo con la tratta di esseri umani. E non solo nella «classica» raccolta di pomodori e ortaggi nel Sud: perchè di recente è stato scoperto anche un traffico di profughi reclutati per lavorare nei campi del Chianti fiorentino. Un esercito di 430mila persone, stima il rapporto, non solo straniere, sfruttate per ore sotto il sole per pochissimi euro.

Tutta la filiera
Traffico, sbarchi, accoglienza, lavoro: le inchieste degli ultimi anni evidenziano come tutta la «filiera» dell'immigrazione sia inquinata dagli interessi della criminalità organizzata. La mafia fa accordi con i trafficanti, ed è la prima agenzia di collocamento per i nuovi arrivati che hanno rischiato la propria vita in mare. Lo sa bene padre Tonio Dell'Olio, responsabile del settore internazionale di Libera, che, a poche ore dalla tragedia di Lampedusa del 2013, lanciava l'allarme: «Le mafie nordafricane pagano il pizzo alle mafie siciliane per gli sbarchi. Di questo non si parla mai, perché l'opinione pubblica è accecata dalla tragedia. Allora non si pensa al giro dei falsi passaporti, dei falsi permessi di soggiorno per i migranti che arrivano in aereo e le richieste di lavoro falsificate». Per non parlare del giro dell'accoglienza: «Alcuni servizi in Sicilia sono consentiti dalla mafia». Addirittura, il giro degli avvocati: «Quando sbarcano i richiedenti asilo, ci sono file di legali pronti come sciacalli a accaparrarsi le pratiche di domanda d'asilo». Un allarme che le istituzioni non sembrano aver preso troppo sul serio.