19 giugno 2019
Aggiornato 20:30
Le falle della proposta del Governo

Reddito di inclusione, come Renzi finge di preoccuparsi della povertà

Il premier annuncia il «reddito di inclusione» per contrastare la povertà che, secondo i dati Istat, colpisce dodici milioni di italiani. Peccato che la cifra messa in ballo dal Governo sia irrisoria e del tutto insufficiente

ROMA – Arriva il «reddito di inclusione» che il premier Matteo Renzi e il partito di maggioranza sponsorizzano come la soluzione alla povertà nel Paese. Il Governo annuncia l'erogazione di 600 milioni di euro per il primo anno e di un miliardo per il 2017 per aiutare i dodici milioni di italiani che vivono in povertà assoluta e quelli a rischio povertà.

Una presa in giro
Duro il commento del «Manifesto» che considera «irrisoria» la cifra annunciata dal Governo, soprattutto se si opera un confronto con le banche: per mezzo del quantitative easing, la Banca centrale europea mette a disposizione delle banche ottanta miliardi di euro al mese. Cifra destinata a salire notevolmente con l'introduzione del nuovo piano di salvataggio pubblico per le banche sotto stress, quando il bilancio arriverà a 180 miliardi. Basta un veloce raffronto con la vicina Francia per capire quanto la proposta del Governo Renzi sia da considerarsi al limite del ridicolo. Il governo francese, per contrastare la povertà, mette in campo ogni anno dieci miliardi di euro attraverso il RSA (Revenu de solidarité).

Ancora un annuncio vuoto
La sensazione è quella di essere (ancora) di fronte ad un annuncio vuoto. L'ennesimo slogan lanciato dal premier sterile di contenuti. Sembra mancare, infatti, proprio la volontà da parte del Governo di affrontare quelle che possono essere riconosciute come «nuove povertà». E il «Manifesto» utilizza questa espressione per rifarsi a quella figura di «povero» frutto di una metamorfosi consumatasi nel tempo: nel corso delle trasformazioni dei processi produttivi, il «povero», ad oggi, non è più colui che da pensionato o disoccupato (quindi per questioni anagrafiche o di impossibilità) vive in una condizione di povertà perché incapace di accedere ad un reddito dignitoso perché non inserito nel mercato del lavoro. A testimonianza di ciò, i dati presentati dall'Istat evidenziano proprio una crescita della povertà nella fascia giovanile, tra i lavoratori precari e nelle aree metropolitane del nord Italia.

Un sistema inadeguato
La proposta del Governo consiste in un intervento di tipo familistico, «fortemente condizionato al reinserimento lavorativo». La misura prevede, infatti, che gli interessati intraprendano percorsi personalizzati di attivazione, il cui fine è la ricerca del lavoro, oltre all'inserimento nelle proprie comunità. Il tutto attraverso il supporto di organizzazioni del terzo settore. Un sistema, questo, del tutto inadeguato, secondo l'analisi del «Manifesto», anche alla luce delle scarsissime risorse erogate. Il «reddito di inclusione», piuttosto, sembra andare in una direzione precisa, che è quella dell'alimentare quel sistema del mercato del lavoro gratuito con cui le nuove generazioni vengono sempre più svezzate. Si parla di una fetta consistente della popolazione che verrebbe reimpiegata per supplire ai tagli agli enti locali prodotti dal fiscal compact.

Le proposte ferme in Parlamento
Quello che appare evidente è che il Governo abbia scelto di bypassare quelle proposte di «reddito minimo garantito» e «reddito di cittadinanza» promosse da Sel e Movimento 5 Stelle ferme in Parlamento. I pentastellati hanno avviato una campagna durata sei mesi che ha raccolto 60mila firme per una proposta di legge di iniziativa popolare, mentre altre iniziative si muovevano dal basso per chiedere una giustizia sociale per quella fascia di Italia che muore ogni giorno nella povertà, ignorata dal Governo. Prima fra tutte la campagna «reddito di dignità» promossa da Libera e altre associazioni, con cui si chiedeva l'introduzione di un reddito minimo garantito di cittadinanza, accompagnato da un percorso che tendesse a valorizzare la persona col fine di reinserirla nel mondo lavorativo. Proposte, queste, che rispondevano anche ai parametri europei, del tutto ignorati dal «reddito di inclusione» di Renzi, che sembra piuttosto l'ennesimo vessillo di cui vantarsi.