19 luglio 2019
Aggiornato 21:00
Obama pronto a riprendere il pressing su Roma

Libia, il governo c'è. E ora l'Italia deve decidere se entrare in guerra (come vuole Obama)

Dopo mesi di tentativi falliti, il governo di riconciliazione nazionale si è finalmente insediato a Tripoli (ma è tutt'altro che stabile). Si è così (parzialmente) realizzata una delle due condizioni poste dall'Italia per intervenire militarmente. La seconda sarebbe la richiesta ufficiale dei libici. Ma Obama è stanco di temporeggiamenti

TRIPOLI - Sembrava un miraggio. Invece, il governo libico di riconciliazione nazionale, dopo mesi di estenuanti tentativi, ha visto la luce da poche ore, quando, ieri mattina, i sei membri del Consiglio presidenziale guidato dal premier al Serraj sono giunti a Tripoli protetti dalle milizie di Misurata, dalla marina libica, e da un probabile coinvolgimento di forze aeree e navali occidentali (non confermato). Non che la situazione possa dirsi «tranquilla»: tutt'altro. Lo testimonia l'occupazione, da parte di uomini armati, dell'emittente tripolina al-Nabaa, ritenuta in opposizione ad al-Serraj, avvenuta ieri sera; lo testimonia, anche, il trasferimento dei membri del Consiglio a bordo di una motovedetta che da Sfax, in Tunisia, li ha condotti alla base navale Abu Seta, poco distante dalla capitale libica, dove in serata si sono sentiti numerosi scambi di colpi d’arma da fuoco. Lo testimonia poi il fatto che il governo si sarebbe dovuto insediare già lunedì, ma, mentre l’aereo di Serraj era già nello spazio libico, il premier islamista del governo non riconosciuto Khalifa Ghwell aveva deciso di chiudere per alcune ore l’aeroporto Mitiga, costringendo quindi il velivolo di Serraj a fare ritorno in Tunisia.

Le due condizioni per l'intervento italiano
Come si vede, dunque, la situazione è tutt'altro che stabile, e la promessa di Serraj di lavorare «per unire i libici e ridurre le sofferenze del popolo sia sotto il profilo della sicurezza che economico» suona ancora come un miraggio. Ma a questo punto, in ogni caso, può dirsi realizzata (seppur parzialmente) una delle due condizioni che aveva posto l'Italia per rispondere all'appello americano e intervenire militarmente, appunto la formazione del governo.Manca ancora, invece, la richiesta ufficiale del governo stesso che giustifichi l'intervento straniero. Ma questa richiesta arriverà davvero? Per ora, pare che Tripoli potrebbe chiedere alle forze occidentali una missione di ricostruzione delle capacità statuali, che consisterebbe nell'inviare addestratori per ricostruire le forze armate e di polizia della Libia. Poi, ci potrebbe essere il presidio di alcune strutture energetiche. Fin qui, tutto bene. Ma che dire delle attività, per così dire, prettamente «belliche»?

Obama chiama. L'Italia risponde?
Barack Obama, dal canto suo, pare sia pronto a riprendere il «pressing» sull'Italia. Secondo Fabio Martini della Stampa, il premier Renzi sa già che il presidente Usa, nel tentativo di «chiudere in gloria una stagione presidenziale considerata neo-isolazionista», nell'incontro di venerdì insisterà per l'intervento dell'Italia. Francia e Inghilterra sono già pronti ad accodarsi al super-alleato americano; all'appello, manca solo colei che dovrebbe avere «la guida» della missione: l'Italia. Pare dunque che Renzi abbia elaborato una strategia di «resistenza» all'intervento diretto, salvo alcune disponibilità nel caso in cui lo scenario si aggravi. La posizione del governo italiano, dunque, non sarebbe cambiata: l'esecutivo (peraltro saggiamente) continuerebbe a ritenere azzardato un intervento di terra, anche perché il governo di Serraj non può certamente dirsi stabile, e soprattutto non sembra per ora intenzionato a richiedere l'intervento di forze straniere nel proprio territorio. La decisione italiana, dunque, ancora non c'è, e non ci sarà - a quanto pare - almeno finché la situazione libica rimarrà tanto fluida. Peccato che, dall'altra parte dell'Oceano, il superalleato scalpiti. E che in gioco ci sia lo stesso «ruolo-guida» concesso all'Italia nel teatro libico, e, di conseguenza, la sua credibilità internazionale. Di cui l'Italia - si sa - è sempre stata piuttosto manchevole.