17 ottobre 2019
Aggiornato 12:31
Un documento shock scompagina le carte in tavola

Marò, il colpo di scena: sono innocenti?

A proposito di Massimiliano Latorre e Salvatore Girone si è disquisito soprattutto di questioni politico-diplomatiche e di diritto internazionale, ignorando spesso il punto della questione: i due fucilieri sono colpevoli o innocenti? Ora, un nuovo documento potrebbe scagionarli.

ROMA - All'alba del 2016, a ormai quattro anni da quando esplose prepotentemente quello che poi sarebbe assurto alle cronache come «caso Marò», siamo ancora in attesa di giustizia. Giustizia è la parola più adatta: perché tanto si è disquisito della vicenda dal punto di vista politico (è innegabile, cioè, che abbia rappresentato un grande fallimento politico-diplomatico per il nostro Paese) e giurisdizionale (con l'annosa questione: la giurisdizione è indiana o italiana?), ma l'elemento più buio di tutta questa vicenda è che probabilmente la verità non emergerà mai. E per verità intendiamo cosa sia successo veramente nel mare delle Laccadive il 15 febbraio 2012: in ultima analisi, se i Marò, al di là della competenza giurisdizionale della vicenda e di tutte conseguenze giuridiche del caso, siano colpevoli o innocenti.

Un documento rivoluzionario
E che la verità sia in ogni caso lontana dalla versione di Nuova Delhi lo dimostrerebbe l'analisi, da parte del perito Luigi Di Stefano e dei suoi collaboratori, di Annex 3, il documento finale inviato dagli inquirenti indiani alla magistratura di quel Paese e depositato al Tribunale del mare di Amburgo, che riepiloga fatti e rilievi relativi al caso che coinvolge i due fucilieri di Marina: perchè un ruolo chiave nella vicenda parrebbe averlo avuto la nave greca Olympic Flair. Come riporta Chiara Giannini di Libero, infatti, dalla documentazione risulta che la Olympic Flair, il 15 febbraio 2012, denunciò un attacco pirata messo in atto da due imbarcazioni. La denuncia è riportata dall'ente che registra tutti gli attacchi di pirateria, l'International maritime organization. Dal documento risulta che alle 16.50 UTC (le 22.20 ora locale), in posizione 9:57N - 076:02E, la nave era ancorata «a circa 2.5 miglia a sud del terminale petrolifero di Kochi, India». Ad attaccare furono circa «20 briganti su due imbarcazioni. I pirati desistevano sia per l«allarme sia per la partenza della petroliera». Chi era a bordo della nave greca dichiarò inizialmente di aver usato solo degli idranti per mettere in fuga i pirati; eppure, gli stessi greci, dopo aver a più riprese negato, finirono per dichiarare ad alcuni media italiani che sulla loro petroliera vi erano dei contractors. Naturalmente, però, non v'è traccia di tutto ciò nel documento presentato al Tribunale.

Il mistero della Olympic Fair
Pare però che la Guardia costiera indiana fosse a conoscenza dell'accaduto, visto che i fatti sono riportati sul diario di bordo della Enrica Lexie, redatto dal comandante Umberto Vitelli, nelle sue funzioni di ufficiale di polizia giudiziaria. Oltretutto, fu proprio la Guardia costiera ad avvertire Vitelli dell'attacco alle 18.30, ben 4 ore prima rispetto all' orario poi dichiarato dal personale della petroliera greca. E se dunque quei colpi che crivellarono il peschereccio Saint Antony fossero partiti dalla nave greca? Ciò spiegherebbe anche la testimonianza del «rumore enorme» udito dall'armatore e comandante del Saint Antony Freddy Bosco, meglio imputabile all'utilizzo di razzi a mano da parte dei contractors della Diaplous, piuttosto che a un colpo di fucile calibro 5.56 poco percettibile in mare aperto a 100-200 metri di distanza. Ma il punto chiave della ricostruzione che permetterebbe di scagionare i Marò è, come scrive Giannini, che «la Olympic Flair non poteva essere a 2,5 miglia a sud del terminale petrolifero di Kochi, perché all' ora del presunto attacco a due miglia di distanza si trovava ancorata la Enrica Lexie, scortata dai guardacoste Lakghinbai e Samar e in volo c'era il Dornier, un aereo della Guardia costiera indiana». Difficile, peraltro, che dei pirati abbiano deciso di attaccare una nave con tanti militari attorno. Più probabile, dunque, che la Olympic Flair alle 22.20 non si trovasse dove ha dichiarato. 

Tra giurisdizione e giustizia
Non è nostra competenza accertare la bontà di tale ricostruzione; in ogni caso, gli elementi emersi testimoniano l'unica certezza di tutta questa vicenda: e cioè che le indagini, sin dall'inizio, sono state condotte male. E questa è una realtà che va ben oltre l'essere innocentisti e colpevolisti: è una realtà che emerge dall'analisi accurata dei fatti: dalle discrasie di orario delle testimonianze italiana e indiana (16 o 16.30?), ai dubbi sulla posizione, fino alla modalità e alla durata della sparatoria e alle ambiguità legati alla perizia basilistica. Davvero controverso, inoltre, il rapido dissequestro della Saint Antony - a logica un importante reperto giudiziario -, lasciato a lungo attraccato a un molo e poi esposto alle intemperie sulla spiaggia vicino al posto di polizia. Tutte questioni che andrebbero indagate a fondo, e su cui bisognerebbe, appunto, fare «giustizia». Eppure, è molto probabile che queste domande rimarranno senza risposta, e si rimarrà ancora a lungo abbarbicati a questioni giurisdizionali e di diritto internazionale. Che con la «giustizia» e la «verità», spesso, ha ben poco a che fare.