23 marzo 2019
Aggiornato 15:00
Lo scandalo si allarga

Quanti conti che non tornano sulle spese di Marino

La procura di Roma apre un'inchiesta sulle spese di rappresentanza del sindaco. E si scopre che con la sua carta di credito avrebbe pagato cene ad ospiti istituzionali. Che però negano di avere mai mangiato al suo stesso tavolo

ROMA – Fino a ieri del sindaco Ignazio Marino erano stati passati al microscopio solo i frequenti viaggi all'estero. Lo si accusava di volare tanto, specialmente oltre Atlantico – vero – e di far pesare questa sua abitudine sulle tasche dei romani – falso, almeno a quanto risulta da un'analisi di Pagella politica, secondo cui nel 2014, ultimo anno di cui sono uscite tutte le spese rendicontate, Marino ha speso in viaggi e missioni poco più di 7.500 euro, contro gli 8 mila di De Magistris a Napoli e i 19 mila di Pisapia a Milano. E così, dai giornali nemici e dagli avversari politici, giù polemiche sul sindaco giramondo, certamente agevolate dalle risposte contraddittorie e balbettanti del diretto interessato, che ci ha messo una settimana solo per tirare fuori la versione definitiva e confermata sul suo ultimo, controverso viaggio a Philadelphia. Oggi, però, scopriamo che il problema vero non sono i viaggi, ma le spese di rappresentanza. E lo scopriamo addirittura per merito di un'indagine, aperta dalla procura di Roma (senza indagati né ipotesi di reato, per il momento) in seguito agli esposti presentati da Fratelli d'Italia e dal Movimento 5 stelle. Quello sì che è un capitolo di spesa rilevante per i contribuenti: nel 2014 è costato 120 mila euro, quest'anno 92 mila (secondo solo ai 125 mila spesi dal Comune di Milano).

Dichiarazioni smentite
Si dirà: Roma è la capitale d'Italia ed è normale che il suo sindaco abbia doveri di rappresentanza verso i suoi ospiti illustri e istituzionali. Giustissimo. Il fatto è che, anche su questo punto, le cose che non tornano nelle spiegazioni offerte da Marino sono parecchie. Alcuni esempi. 27 luglio 2013, cena per due da 120 euro alla Taverna degli amici: «Con un rappresentante del World Health Organization», sostiene il sindaco; «Aveva prenotato nel pomeriggio la signora Marino e a tavola c'erano solo loro due, moglie e marito», ribatte il ristoratore. 26 ottobre 2013, cena per tre da 150 euro a Sapore di Mare: «Offerta per motivi istituzionali ad alcuni rappresentanti della comunità di Sant’Egidio», si legge nella dichiarazione firmata; ma la comunità smentisce «Alla ormai 'famosa' cena non è stato invitato né ha partecipato alcun nostro responsabile». 26 dicembre 2013, cena di Santo Stefano da 260 euro al Vero girarrosto toscano: «Per illustrare alla stampa iniziative a carattere sociale per il periodo natalizio», dichiara il primo cittadino; ma secondo l'oste «era a tavola con la sua famiglia» (che Marino giura invece fosse «a un matrimonio, lontana da Roma»). 4 maggio 2015, cena al ristorante Tre Galli di Torino: «Offerta per motivi istituzionali a don Damiano Modena, incontrato ad Alessandria in occasione della presentazione del suo libro su Carlo Maria Martini», ma il prete racconta di essersi «fermato a dormire ad Alessandria» e non essere mai andato a Torino con Marino.

Parlare chiaro
Tanti, troppi dettagli che non tornano. E che basterebbero a trasformare il problema da comunicativo a morale: insomma, a far dubitare che il sindaco Ignazio Marino sia quella persona perbene che fino ad oggi perfino gli avversari politici avevano descritto. Il primo cittadino, dunque, faccia finalmente un'opera di piena trasparenza: parli chiaro una volta per tutte, per riconquistare la propria onorabilità personale e soprattutto la fiducia dei romani. Perché mentire ai propri cittadini, per un politico, è ancora più grave che spendere qualche migliaio di euro di troppo (cifra comunque ridicola, per i bilanci di un Comune) per delle dubbie cene istituzionali. Eppure quelle cene sono solo la punta dell'iceberg: negli esposti si legge anche di alberghi, biglietti aerei e ferroviari, fiori, ombrelli, servizio limousine, noleggio sedie, tintoria. Tutti pagati con la carta di credito comunale del sindaco. Quella che, per esempio, De Magistris a Napoli e Pisapia a Milano non hanno nemmeno ritirato, così come rifiutò a suo tempo il suo stesso predecessore Francesco Rutelli. Deciderà il procuratore Roberto Felici se in questo caso sia effettivamente configurabile l'ipotesi del peculato. E il bello è che non è nemmeno la prima volta in cui Marino incappa in uno scandalo sui rimborsi delle carte di credito: nel 2002, quando non era ancora un politico ma un luminare della cardiochirurgia, fu costretto a dimettersi per una storia simile da tutti gli incarichi all'università di Pittsburgh. Evidentemente da allora non ha imparato nulla.