27 settembre 2020
Aggiornato 11:00
Gli ultimi giorni del governo?

Renzi, nel bunker, attende lo scontro finale

Ormai è guerra aperta con tutti coloro che non la pensano come lui: i ribelli del Partito democratico, il presidente del Senato, forse persino il capo dello Stato. Così il premier si sta trasformando in un dittatorello da quattro soldi

ROMA – Ormai il suo non è più nemmeno un caso da politologi, ma da psicologi. Bisogna parlare di mania di onnipotenza e di sindrome da accerchiamento per capire cosa passa nella testa di Matteo Renzi in questi giorni cruciali per il suo governo. Il metodo resta sempre lo stesso: vuole decidere tutto da solo. E chiunque non si uniformi alla corte degli «yes man» che lo circonda, chiunque si azzardi a sollevare il benché minimo dubbio sull'operato del premier, va ad aggiungersi alla foltissima lista dei suoi nemici. Una lista che continua ad ingrossarsi di giorno in giorno. E le ultime aggiunte non sono proprio due personalità da poco: sono rispettivamente la prima e la seconda carica dello Stato.

Anche il Senato è roba sua

Pietro Grasso, presidente del Senato, viene definito «irritato» da tutti i retroscena dei grandi giornali di oggi, ma nella realtà è qualcosa di più: da ieri non risponde più nemmeno al telefono agli emissari del Pd (che dovrebbe essere il suo partito, fra l'altro). Renzi, infatti, si è messo in testa di fare anche il suo lavoro. Ha ottenuto dalla presidente di commissione Anna Finocchiaro il blocco agli emendamenti sul cuore della riforma costituzionale, dalla presidenza del gruppo Pd la richiesta della convocazione della capigruppo e lui stesso ha dettato i tempi per l'approvazione della legge: «Entro il 15 ottobre». Peccato che tutte queste questioni siano di competenza della presidenza del Senato, e non del Consiglio dei ministri. Grasso, quando ha saputo cosa stava combinando Renzi, ha lasciato in fretta e furia il convegno a cui stava presenziando ed è corso al suo ufficio. Per ribadire in un comunicato stampa ai giornalisti che «a convocare la conferenza dei capigruppo dovrà essere solo il presidente del Senato e non altri» (e infatti l'ha rinviata di mezza giornata). E ai senatori che sui 500 mila emendamenti all'articolo 2 della riforma, i più temuti dalla maggioranza, deciderà solo quando si andrà in aula, tra qualche giorno. Con buona pace della Finocchiaro che li ha già dichiarati inammissibili, aprendo un potenziale scontro istituzionale, e di Renzi che a Otto e mezzo lo ha tirato per la giacchetta: «Come si possa cambiare idea per la terza volta è un problema che riguarda il presidente del Senato».

Troppi nemici

Ma il punto vero resta che, a forza di iscrivere nella lista dei nemici anche i senatori della sua maggioranza, Renzi non ha più i numeri per far passare la riforma come la vuole lui. E, se non ci riuscirà, continua a minacciare le elezioni anticipate: «Non resterò a bagnomaria: non ci sarà nessun Renzi bis». Anche su questo, però, il premier deve darsi una calmata: sciogliere le Camere e indire le elezioni non spetta a lui, ma al presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Destinato, dunque, a finire pure lui nella fatidica lista dei nemici. Il bulletto, insomma, si sta trasformando sempre più in un dittatorello da quattro soldi. E si sa, storicamente, come finiscono i loro giorni tutti i dittatori: soli, abbandonati e chiusi in un bunker. Mentre i loro (troppi) nemici li assediano da fuori.