2 dicembre 2022
Aggiornato 16:30
L'intervista

Daniele Trabucco: «Perché il presidenzialismo può eliminare gli eccessi della partitocrazia»

Il costituzionalista Daniele Trabucco spiega al DiariodelWeb.it pregi e difetti della proposta di riforma presidenzialista avanzata in campagna elettorale da Fratelli d’Italia.

Manifestazione di Fratelli d'Italia per il Presidenzialismo
Manifestazione di Fratelli d'Italia per il Presidenzialismo Foto: Agenzia Fotogramma

È uno dei grandi temi proposti in campagna elettorale dal partito trionfatore dell’ultima tornata, Fratelli d’Italia: il presidenzialismo. Ma davvero nel nostro Paese è possibile una modifica così drastica della forma di governo, da parte di una maggioranza che non ha i due terzi in parlamento necessari per riformare la Costituzione senza passare dal referendum? Oppure questo tentativo è destinato ad avere lo stesso esito della devolution del vecchio centrodestra e dell’abolizione del Senato di Renzi, ovvero essere bocciati dalla tagliola referendaria? Il DiariodelWeb.it lo ha chiesto al costituzionalista Daniele Trabucco.

Professor Daniele Trabucco, che idea si è fatto della proposta di riforma presidenzialista avanzata da Fratelli d'Italia in campagna elettorale?
Credo che in questo dibattito sulla modifica della forma di governo in Italia ci sia un errore di fondo: non esiste il presidenzialismo astratto o teorico, esistono diversi modelli. Penso a quello statunitense, in primis, ma anche al Brasile o ad altri Stati dell'Africa centrale.

Sono tutti diversi, insomma, ma hanno alcune caratteristiche comuni.
Tutti prevedono un'elezione diretta, a suffragio universale, del capo dello Stato, che è anche capo del governo. Dunque acquista una posizione di preminenza rispetto agli altri componenti dell'esecutivo, ha potere di nomina ma anche di revoca. E tra il governo e il parlamento non c'è un rapporto di fiducia, sono organi del tutto indipendenti: le Camere hanno durata fissa, non possono essere sciolte anticipatamente.

Quindi, lei dice, finora ci si è limitati a dare il titolo della riforma ma senza chiarirne ancora bene i contenuti.
Per esempio il rapporto tra il centro e la periferia. Come si concilia la posizione più centralistica di Fratelli d'Italia con quella più autonomistica della Lega? Preferiamo un modello statunitense o uno francese, cioè semipresidenziale? Che ruolo avranno le Camere: ce ne sarà una che rappresenta il popolo e una gli Stati, come avviene negli Usa? La seconda Camera rappresenterà le autonomie locali o le categorie professionali, come vuole la tradizione della destra sociale?

Prima di dare un giudizio bisogna dunque capire quali saranno le caratteristiche del presidenzialismo all'italiana.
Credo di sì, è necessario aspettare il disegno di legge di revisione costituzionale. Che, a mio modo di vedere, per motivi di opportunità non dovrebbe partire dal governo ma dal parlamento. Mi vengono in mente le parole di un grande padre costituente come Piero Calamandrei: «Dove si parla di riforme costituzionali i banchi del governo dovrebbero rimanere vuoti».

Il presidenzialismo potrebbe però rappresentare una soluzione a una serie di mali endemici del nostro Stato: l'alternanza troppo frequente dei governi e l'incapacità del parlamento di trovare un accordo sul presidente della Repubblica, che abbiamo visto nei recenti casi delle rielezioni di Napolitano e Mattarella.
Sicuramente potrebbe evitare gli eccessi della partitocrazia e una serie di ipocrisie, come la farsa di un presidente della Repubblica che noi oggi definiamo un potere neutro ma che in realtà non lo è. Anzi, è un organo a fisarmonica: dove la maggioranza parlamentare è debole o fragile, esercita anche un indirizzo. Ricordo che, alla nascita del governo gialloverde, Mattarella rifiutò la nomina del ministro Savona. Temo che qualche veto sui nomi ci sarà anche in occasione della formazione del governo Meloni.

Il Partito democratico, invece, vede in questa proposta un intento antidemocratico.
Al contrario di quanto ha sostenuto il Pd, credo che il presidenzialismo non comporti derive autoritarie: lo vediamo all'opera in grandi realtà democratiche, come gli Stati Uniti d'America.

Vedendo come sono andate a finire le ultime riforme costituzionali, considera questo un tentativo realistico o velleitario?
Ho letto di una possibile vicinanza di Calenda e di Renzi, ma non credo che ci siano comunque i numeri. Per una riforma così radicale ed epocale, più ancora di quelle bocciate in precedenza, la partita referendaria non si preannuncia semplice. Sicuramente la sinistra smuoverà tutti i suoi gangli di potere, dalla stampa all'università alla scuola.

Forse potrebbe rappresentare l'unica occasione per il centrodestra di eleggere un suo presidente della Repubblica, visto che all'ultimo giro aveva i numeri ma non ci è riuscito.
Sì, questa è un'occasione. Ma a me viene in mente il monito del politologo britannico Edmund Burke: attenzione che, pensando di cambiare il Paese con leggi e decreti, spesso si rischia di andare in una direzione diversa da quella del legislatore.

Cioè?
In Francia si è passati dalla monarchia assoluta a quella costituzionale e si è finiti per tagliare la testa a un re, con la dittatura giacobina e la ghigliottina del terrore. Una proposta, se non è retta da una filosofia politica, non sempre porta ai risultati sperati.

Ce lo insegnano le varie leggi elettorali, che di solito hanno sempre fatto perdere chi le aveva approvate.
Ci vuole una visione, quella che i tedeschi chiamerebbero una Weltanschauung: se non partiamo da questa, rischiamo di ragionare all'interno di un sistema meramente procedurale e geometrico.