5 dicembre 2020
Aggiornato 15:30
L'intervista

Giovannelli: «Perché dire sì al taglio dei parlamentari ci renderà più efficienti»

Andrea Giovannelli, del Comitato per il sì al taglio dei parlamentari, spiega le ragioni per approvare la riduzione del numero dei Deputati e dei Senatori

Camera dei Deputati
Camera dei Deputati ANSA

Mancano due settimane al referendum costituzionale in cui gli italiani saranno chiamati a confermare o meno il taglio del numero dei parlamentari dagli attuali 946 a 600. E, stando all'ultimo sondaggio Ipsos riferito dal Corriere della Sera, il fronte dei favorevoli alla riduzione di deputati e senatori sembra destinato a stravincere, con una stima del 71%. Ad esporre le ragioni del sì al DiariodelWeb.it è Andrea Giovannelli, del Comitato per il sì al taglio dei parlamentari.

Andrea Giovannelli, cominciamo dalla domanda più banale ma più importante di tutte: per quale motivo, secondo voi, un cittadino italiano dovrebbe votare sì al referendum?
Sostanzialmente per tre motivi. Il primo è che se ne parla da quarant'anni: dalla commissione Bozzi negli anni '80 in poi, tutti i principali progetti di riforma della Costituzione contemplavano la riduzione del numero dei parlamentari. Il secondo è che renderebbe il parlamento più efficiente e trasparente. Il terzo è che il singolo parlamentare sarà più responsabilizzato e i partiti saranno incentivati a selezionare una classe dirigente migliore.

Quest'ultimo punto è un vostro auspicio. Ma, vista la tendenza della politica degli ultimi anni, non è assolutamente garantito che i parlamentari che resteranno dopo il taglio saranno i migliori.
Certo. Non ne abbiamo la prova, ma crediamo che questa riduzione porti ad una responsabilizzazione della classe politica. Meno sono i parlamentari, più gli italiani li possono conoscere, per il loro nome e per il loro operato.

Non ci si potrebbe più nascondere dietro al grande numero, insomma.
Esatto.

La principale obiezione è legata al criterio della rappresentatività. I sostenitori del no sostengono che, con meno parlamentari, interi territori rischierebbero di restare senza loro rappresentanti.
La prima osservazione è che il problema della rappresentanza, in proporzione, riguarderebbe tutte le forze politiche. La seconda è che, se dovesse passare il sì, sicuramente dovranno essere ridisegnati i collegi elettorali. La terza è che la rappresentanza non va vista solo come capacità di portare in parlamento istanze territoriali, ma progetti e idee. Il parlamentare è un rappresentante della nazione, oltre ad avere un rapporto con il territorio, che non verrà negato, come è giusto che sia.

Nei vantaggi in termini di efficienza del parlamento che ha citato prima rientra anche il risparmio sugli stipendi. Avete fatto dei calcoli in merito?
No, ci atteniamo ai numeri riportati recentemente nel dibattito pubblico da fonti che riteniamo piuttosto attendibili. Orientativamente si parla di un risparmio intorno agli 80 milioni di euro all'anno. Questa per noi non è la motivazione prevalente: la riteniamo rozza e forse anche pericolosa, perché la democrazia ha un costo. Tuttavia, in un momento così drammatico, ridicolizzare un risparmio di 80 milioni all'anno probabilmente non è la posizione più intelligente da sostenere.

Insomma, è un effetto collaterale positivo.
Ripeto, non è il nostro motivo principale: ma se ci sarà un risparmio, ben venga.

Nel confronto con il numero di parlamentari degli altri Paesi si sono sentite cifre di ogni genere. Facciamo un po' di chiarezza su questo punto?
In valore assoluto oggi siamo in seconda posizione: abbiamo molti parlamentari. Ma è giusto fare una correzione: noi utilizziamo il rapporto tra eletti e popolazione. In questo momento l'Italia ha un eletto ogni 64 mila abitanti, dopo la riforma ne avrebbe uno su 101 mila. Non siamo fuori linea rispetto agli altri grandi Paesi europei: siamo in quinta posizione. I calcoli che a volte si leggono considerano solo la Camera dei deputati: ma noi abbiamo un sistema bicamerale in cui le due Camere, sostanzialmente, hanno gli stessi compiti, quindi sommiamo anche il Senato.

Che probabilità di vincere ritenete di avere, realisticamente?
Alte. Più difficile è ragionare sulla partecipazione al referendum, che auspichiamo sia ampia, nonostante il fatto che come sappiamo non serva un quorum. Mancano ancora molti giorni, ci saranno ulteriori interventi sui media da parte di entrambi gli schieramenti, quindi la proporzione potrebbe mutare. Ma la sensazione è che il sì prevarrà.

A proposito di mondo politico: qual è la vostra reazione nell'assistere ad alcuni partiti che avevano votato la riforma in parlamento e oggi, se non hanno fatto retromarcia, quantomeno hanno intiepidito molto il loro sostegno?
Sono comportamenti che destano perplessità e alimentano quello che viene definito populismo. Se dovesse vincere il sì, per come è andata finora la campagna elettorale, sarebbe attribuito in gran parte al Movimento 5 stelle. Ma, se dovesse vincere il no, sarebbe una sconfessione di ciò che le forze politiche hanno affermato in parlamento lo scorso anno. Non sarebbe automatico che una vittoria del no sarebbe un colpo mortale al M5s.

Se l'opposizione non sostiene in maniera così convinta il sì lo fa per dare una spallata al governo oppure per non perdere la poltrona?
Secondo me sono presenti entrambe le componenti. Evidentemente una riduzione del numero dei parlamentari crea grandi malumori da parte di chi lavora nei partiti o ha incarichi pubblici, e legittimamente aspirerebbe al parlamento nazionale. Dall'altra parte, l'impressione è che si stia politicizzando il referendum perché lo si ritiene funzionale a colpire il governo.

Ma questa è davvero la riforma del Movimento 5 stelle?
Per come si sta sviluppando il dibattito politico, sembrerebbe di sì. Ma nei fatti, oggettivamente, è stata appoggiata dalla maggior parte dei partiti.