23 ottobre 2019
Aggiornato 21:00
Moralità a intermittenza

Renzi salva un senatore dai domiciliari. E il suo governo dalla caduta

Meno di un mese dopo il primo «sì» all'arresto, il Pd cambia idea e grazia l'Ncd Antonio Azzollini. Alfano li aveva avvertiti: in caso contrario la maggioranza è a rischio. Dunque, più importante garantire la poltrona che la giustizia

ROMA – La miracolosa moralità a intermittenza di Matteo Renzi ha compiuto un altro prodigio. Nel 2013 l'allora sindaco di Firenze chiedeva dimissioni a ripetizione tra i ministri del governo Letta: Alfano per il caso Shalabayeva, Cancellieri per una telefonata ai Ligresti, De Girolamo per alcuni sospetti sugli appalti a Benevento: «Le dimissioni non dipendono da un avviso di garanzia – affermava – Non è un problema giudiziario, dunque, è peggio: è un problema politico». E ancora: «Il nuovo Pd credo che non difenderà più casi di questo genere». Due anni dopo, diventato segretario di questo «nuovo Pd», Renzi perdeva improvvisamente il dono della parola proprio di fronte a un «caso di questo genere»: lo scandalo che travolse il suo ministro Maurizio Lupi. Lo stesso vale per le autorizzazioni all'arresto dei parlamentari. L'anno scorso, di questi tempi, il premier si vantava di aver dato l'ok per far finire in manette il suo compagno di partito Francantonio Genovese: «Il Pd crede che la legge sia uguale per tutti. E la applica sempre. Anche quando si tratta dei propri deputati». Ieri, quando si è trattato di decidere sugli arresti domiciliari dell'Ncd Antonio Azzollini, coinvolto nell'inchiesta sul crac della casa di cura Divina Provvidenza di Bisceglie, una settantina di piddini, cioè praticamente tutti eccetto quelli della minoranza, a scrutinio segreto hanno votato per salvarlo.

Se telefonando...
E il bello è che, stavolta, per cambiare idea Renzi non ha avuto bisogno di un intero anno. Per compiere la sua agile giravolta gli è bastato qualche giorno: ancora meno di un mese fa, l'8 luglio scorso, il Pd aveva votato a favore dell'arresto in Giunta per le autorizzazioni, dopo che il presidente del partito, Orfini, aveva assicurato già settimane prima che quello sarebbe stato l'orientamento dei dem. È bastata, nel mezzo, una telefonata di Angelino Alfano: quella in cui, secondo voci di palazzo, il leader del partito di Azzollini ha avvertito Renzi che in caso di un «sì» all'arresto ci sarebbe stato il concreto rischio di una rivolta dei suoi deputati contro il governo. Siccome i numeri della sua maggioranza, specialmente al senato, non sono più solidi come ai tempi del voto su Genovese, stavolta il premier non ha avuto dubbi. Chiamato a scegliere tra la giustizia e la sua poltrona, ha optato serenamente per la seconda. A completare la presa in giro, poi, qualche minuto dopo la vice di Renzi al partito, Debora Serracchiani, è comparsa in tv con la sua faccetta contrita, invitando i suoi senatori a scusarsi con gli elettori: un vero peccato che se ne sia accorta solo dopo il voto, vero?

E arriva pure Verdini
È una scelta di campo, direbbe il suo paparino Silvio Berlusconi. Ironicamente, infatti, negli stessi minuti Denis Verdini annunciava la nascita del suo nuovo gruppo parlamentare a sostegno del governo: Alleanza liberal-popolare. Formato per lo più da parlamentari vicini a Nicola Cosentino, l'ex sottosegretario finito in carcere con l'accusa di rapporti con la camorra, e Raffaele Lombardo, già presidente della Regione Sicilia e condannato in primo grado per concorso esterno in associazione mafiosa. Mettendo queste frequentazioni insieme alla pioggia di indagini cadute sul gruppo del Nuovo centro destra, si compone un bel quadretto di una maggioranza ormai disposta ad imbarcare davvero di tutto, senza alcuna vergogna. È il partito della Nazione, bellezza.