20 agosto 2019
Aggiornato 17:30

Renzi sul Def: «No a tagli e aumenti di tasse»

Almeno 10 miliardi di nuovi tagli alla spesa pubblica per sterilizzare clausole di salvaguardia, cioè gli aumenti dell’Iva e delle accise sulla benzina (valgono circa 17 miliardi nel 2016 e 22 miliardi nel 2017) che rischierebbero di ammazzare i primi spiragli della ripresa.

ROMA (askanews) - Un Def di «ampio respiro» con previsioni di crescita superiori alle precedenti stime ma che restano tuttavia «prudenti» in attesa del consolidarsi della fiducia di cittadini, imprese, mercati e istituzioni. L'affacciarsi della crescita dopo tre anni di recessione spinge, infatti, l'esecutivo ad agire in una prospettiva «non più emergenziale» e garantire lo stop agli aumenti delle tasse previsti dal 2016 dalle clausole di salvaguardia su Iva e accise. Incrementi che saranno «disinnescati» grazie agli ulteriori risparmi della spending review e dai benefici che arriveranno da una crescita superiore alle attese. In quest'ottica il governo ha avviato l'esame del Def 2015 esaminando il nuovo quadro macroeconomico e rimandando a venerdì il varo complessivo del documento corredato dal Piano di riforme.

Sulla revisione della spesa il premier Matteo Renzi ha annunciato che l'obiettivo è di recuperare oltre 10 miliardi, circa lo 0,6% del Pil, ma ha garantito che non ci saranno tagli alle prestazioni dei cittadini gettando acqua sul fuoco sulla polemica che alla vigilia del Cdm aveva portato un nuovo scontro con i Comuni che hanno protestato contro l'ipotesi nuovi tagli.

Tornando alle nuove stime di crescita e di finanza pubblica, il Pil quest'anno è previsto in aumento rispetto alle vecchie previsioni, attestandosi allo 0,7% rispetto allo 0,6% stimato a ottobre, in linea con le indicazioni delle principali istituzioni internazionali. In crescita l'economia italiana anche nel triennio successivo: nel 2016 il Pil aumenterà dell'1,4% (era stimato all'1%), nel 2017 dell'1,5% (dall'1,3%) e ancora dell'1,4% nel 2018. "L'economia internazionale e l'economia italiana è migliore rispetto a quello che si pensava qualche mese fa", ha commentato il ministro dell'Economia Pier Carlo Padoan, attribuendo i meriti non solo all'azione europea ma anche alla politica del governo.

Quanto al deficit nominale, invece, quest'anno sarà confermato al 2,6%, per poi scendere all'1,8% nel 2016, allo 0,8% nel 2017, e azzerarsi nel 2018. Il pareggio di bilancio strutturale, invece, resta confermato al 2017 anche se il governo precisa che il quadro tendenziale aggiornato consentirebbe di raggiungere il pareggio strutturale già nel 2016, ma che tuttavia si è ritenuto "opportuno confermare al 2017 il conseguimento di tale obiettivo così da conferire una natura espansiva alla programmazione per il 2016». Nell'ottica della natura espansiva, guardando al tendenziale emerge che il disavanzo netto quest'anno è indicato al 2,5% rispetto al 2,6% programmatico, consentendo un margine di 0,1 punti, pari a circa 1,6 miliardi, da destinare a misure di sostegno all'economia. L'anno prossimo, invece, il margine è di 0,4 punti (il deficit programmatico è pari all'1,8% del Pil contro l'1,4% tendenziale).

Inoltre, il ricorso alla «clausola delle riforme» prevista dalle linee guida sulla flessibilità delle regole europee consente di contenere l'aggiustamento strutturale a 0,1% del Pil rispetto allo 0,5% altrimenti richiesto dalle regole comuni, consentendo un margine dello 0,4% di flessibilità. Una 'clausola' alla quale, ha riferito Padoan, il governo intende appellarsi anche il prossimo anno.

Buone notizie sul fronte del debito pubblico. Il rapporto tra lo stock di indebitamento e il prodotto si stabilizza nel 2015 e comincia il percorso di riduzione a partire dal 2016. Un percorso che «libererà il Paese da un grave fardello». La regola del debito viene, quindi, rispettata e l'obiettivo viene centrato nel 2018, consentendo di «uscire dall'incubo» della «montagna di debito» e dalla «ghigliottina» delle regole che costerebbe all'Italia più di 2 punti percentuali di Pil di manovra restrittiva. Il debito si attesterà al 132,5% del Pil quest'anno, per scendere al 130,9% nel 2016, al 127,4% nel 2017 e al 123,4% nel 2018.

Anche se marginale, sul calo del debito avranno un impatto anche i proventi delle privatizzazioni. Il titolare di via Venti Settembre ha riferito che è atteso un contributo al Pil stimato tra l'1,7 e l'1,8% spalmato tra il 2015 e il 2018, a fronte dei 2,8 indicati a inizio ottobre. E, secondo quanto si apprende, il governo ha ridotto a 0,4 da 0,7 punti di Pil i proventi attesi quest'anno. Poste Italiane e Ferrovie saranno le prossime operazioni nell'agenda del governo.