30 marzo 2020
Aggiornato 13:00
M5S propone il «modello Bilbao»: via la siderurgia, avanti il Guggenheim

De Lorenzis: «Chiudiamo l'Ilva: l'acciaio possiamo importarlo»

Il decreto sull'Ilva pubblicato ieri in Gazzetta Ufficiale fa già discutere; ma soprattutto, fa discutere un piano di salvataggio che non contempla il risanamento ambientale e che andrebbe, di fatto, nella direzione della nazionalizzazione di un settore strategico. Al DiariodelWeb.it, il deputato Cinque Stelle Diego De Lorenzis spiega perché e come, a suo avviso, l'Ilva dovrebbe essere chiusa

ROMA – Risale a ieri la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale del primo decreto dell’anno, dedicato all’Ilva di Taranto. Un testo già criticato, soprattutto per la norma che prevede l’immunità penale per il Commissario e i suoi incaricati. In generale, il destino dell’acciaieria, soprattutto dopo il piano di salvataggio annunciato dal Governo, fa ancora molto discutere. Fautore della chiusura, Diego De Lorenzis, deputato del Movimento Cinque Stelle e segretario della Commissione Trasporti, Poste e Telecomunicazioni

Qual è la sua posizione, e quella del Movimento Cinque Stelle, sul piano di salvataggio dell’Ilva e sul primo decreto pubblicato proprio ieri sulla Gazzetta Ufficiale?
«Intanto, questo decreto non ci stupisce. Questa è la direzione che è stata presa sia dal Commissario attuale, che da quello precedente», dichiara il Portavoce De Lorenzis. «E’ stato detto al Parlamento e all’opinione pubblica che bisognava commissariare per risolvere la crisi ambientale e sanitaria – e su questo l’intervento della Magistratura la dice lunga sul fatto che la politica non abbia fatto il proprio lavoro – ; oltretutto, costituisce prova il fatto che quell’azienda sia responsabile di circa 30 morti all’anno. A fronte di tutto ciò, il Commissario Gnudi, anziché risolvere la questione ambientale e sanitaria, si è interessato a garantire una continuità produttiva, dicendo che sarebbe stata necessaria per trovare i soldi per il risanamento ambientale: in realtà i soldi non si sono trovati, le emissioni inquinanti non sono stati ridotti se non a causa della riduzione della produzione; e in più Gnudi ha fatto qualcosa che Bondi non aveva fatto (da notare, che i Commissari vengono nominati e revocati senza alcuna spiegazione): cercare la transizione verso dei privati, cosa che non competeva da mandato ministeriale. Quindi», continua De Lorenzis, «questo decreto mette l’ennesima toppa a una situazione che nessuno sa come gestire. I governi, infatti, sono vittima di un’idea di sviluppo ottocentesca, per cui bisogna perpetrare le stesse scelte di cinquant’anni fa, con una decisione a porte chiuse senza confronto. Noi critichiamo il metodo, senza chiarezza e senza trasparenza. Sono decisioni prese sulla testa delle persone, tra l’altro a discapito di tante altre attività potenzialmente utili per lo sviluppo: agli occhi del mondo, Taranto è presentata solo come polo industriale. Del resto, accanto a Ilva ci sono tante altre aziende altrettanto inquinanti: Eni, Cementir, gli inceneritori della Marcegaglia, incompatibili con la salute e con la vita umana», conclude il Portavoce.

Dal suo punto di vista, quindi, la soluzione può essere l’intervento statale e la nazionalizzazione?
«Al di là del soggetto che detiene la proprietà, dato che la gestione è già statale, quello che stupisce è che il Governo brancoli nel buio», risponde il deputato Cinque Stelle. «Nel decreto istitutivo dell’azienda d’interesse nazionale, il Governo aveva dichiarato che entro sei mesi avrebbe dovuto stendere il Piano nazionale dell’acciaio, per capire quale bisogno ha il nostro Paese di acciaio, verso quali mercati esportare e così via. Queste decisioni sono frutto anche di un contesto internazionale europeo, tanto che era atteso un Piano europeo dell’acciaio, ma ad oggi, a distanza di oltre due anni, quel decreto è ancora atteso perché una norma in esso contenuto non ha avuto seguito. Quindi, senza questa pianificazione, difficile dire se un’azienda è strategica, visto che in Europa tutte le aziende siderurgiche sono in crisi – perché l’acciaio prodotto in Cina o in Brasile è più economico –. Queste aziende finiscono per chiedere la mano pubblica, ma poi non hanno una prospettiva. Nel mondo di oggi», prosegue, «le aziende in altre nazioni stanno investendo in sviluppo e innovazione con un terzo della materia e delle energia: ad esempio le nuove stampanti 3D con il titanio. Questo ci fa capire che tra 5, 10 anni quel tipo di stabilimento creato 50 anni fa è antieconomico. L’altoforno più grande dell’Ilva quest’anno andrà dismesso, perchè, per le sue caratteristiche costruttive, non potrà avere nuova vita, e verrà letteralmente spento. Chi dice che l’impianto è all’avanguardia, quindi,  dice delle sciocchezze».

Quindi cosa proponete di fatto? Chiudere l’Ilva, privatizzarla ancora?
«Privatizzarla non risolve niente, perché non è questione di proprietà», risponde De Lorenzis. «La magistratura di Taranto ha detto che la parte più dannosa, quella a caldo, va chiusa, perché causa 30 morti all’anno indiscutibili. Chiudendo l’area a caldo, è impensabile immaginare una produzione ridotta, perché il tipo di concezione che reggeva quell’impianto traeva la sua ragione d’essere nell’essere mastodontico, a produzione elevata. Quindi», conclude, «non rimane che chiuderla, dopo aver avuto una accortezza relativamente ai dati di produzione: se il 40% comunque lo importiamo, mi chiedo se per il restante 60% a consumo interno, tenuto conto che abbiamo altre acciaierie, sia l’unica modalità di produzione. Altri Paesi importano acciaio, e non ne soffrono. Inoltre, per risanare la parte interna all’Ilva, e non il territorio, occorrerebbero 8 miliardi e mezzo», spiega De Lorenzis, «che nessun privato vorrebbe investire. La soluzione della chiusura emerge dal basso, dai cittadini: ciò che non è banale è come chiuderla. Si può far riferimento al modello di Bilbao: una volta dotata di acciaieria, oggi ha il Guggenheim, ed è la terza città più visitata della Spagna, diventata tale nell’arco di 30 anni. Altre città nel mondo si sono reinventate, con una riconversione del territorio».

Forse, pensando ai precedenti italiani, non sarebbe una soluzione così realistica.
«Questo dipende dalla scarsa qualità della classe politica, che scende a compromessi con gli industriali avallando scelte scellerate, come è accaduto per l’Ilva».

Una città come Taranto, a suo avviso, come potrebbe essere riconvertita?
«I cittadini di Taranto e di tutta Italia dovrebbero provare a immaginare un futuro diverso. Alla Camera, dati ufficiali presentati un mese fa dal Cresme e dell’Enea dicono che con 1 miliardo di investimenti in riqualificazione energetica, si occupano dalle 13 alle 18mila persone. Lo stesso miliardo investito in fonti energetiche fossili e grandi opere producono 700 occupati. Per l’Ilva servono 8 miliardi, tenendo conto che, se fossero attuate tutte le prescrizioni dell’Aia, rimarrebbero a rischio 12mila persone a Taranto. Ad esempio», prosegue il deputato Cinque Stelle, «Genova, Gioia Tauro e Taranto sono degli snodi fondamentali a livello internazionale, ma l’intermodalità di cui tanto si parla richiede investimenti di denaro che non vengono contemplati, a fronte, invece, della Tav. Lo stesso miliardo investito in dissesto idrogeologico occupa 7mila persone; in energia solare fotovoltaica occupa 4mila impiegati (leggi la risoluzione presentata alla Camera). Oppure, si può puntare sul turismo e sulla cultura. Le alternative ci sono, bisogna avere la volontà di intraprenderle», conclude il deputato Cinque Stelle.

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