23 settembre 2020
Aggiornato 18:30
La Lega contro il ritorno alle nazionalizzazioni

Prataviera: Renzi sta riesumando il carrozzione delle partecipazioni statali

Dopo gli annunci del premier su un possibile intervento statale sull'Ilva di Taranto, che i sindacati apprezzano e Sel incoraggia, al DiariodelWeb.it parla il capogruppo della Lega in Commissione Lavoro Emanuele Prataviera. Che sottolinea: «sarà anche una cosa nobile, ma avverrà a spese dei cittadini e prelude, in futuro, a una svendita dell'azienda»

ROMA - Il problema dell'Ilva è diventato, ormai, quasi una questione di Stato. L'acciaieria pugliese che perde al mese qualcosa come 25 milioni di euro ha accumulato debiti, nei confronti dei fornitori, per 350 milioni e ha in ballo 35 miliardi in richieste risarcimento danni per cause ambientali. Il piano proposto da Renzi prevederebbe un risanamento mediante l'intervento statale, con la possibilità, poi, di rivenderla dopo due o tre anni. Ma il coinvolgimento della Cassa Depositi e Prestiti o del fondo strategico è vincolato al fatto che si investa in una società non in perdita: insomma, ancora troppi nodi da sciogliere. Sull'argomento, ma anche sulla privatizzazione delle municipalizzate e sul Jobs Act, al DiariodelWeb.it parla Emanuele Prataviera, capogruppo della Lega Nord in Commissione Lavoro. 

Renzi ha dichiarato di stare valutando se agire sull’Ilva con un intervento statale, per rimetterla in sesto e poi rilanciarla o rivenderla. Dopo le privatizzazioni drammatiche degli ultimi anni, stiamo dunque tornando alla nazionalizzazione dei settori strategici?
«Io credo che Ilva sia di fatto nazionalizzata dal momento in cui c’è un commissario che sta agendo per nome e per conto del Governo», risponde l’Onorevole Prataviera. «Prendere in carico della collettività, e dunque degli Italiani, le vicende di mega-aziende è una politica vecchia, dal mio punto di vista, che punta l’occhio agli anni in cui i governi finanziavano la Fiat, e poi si è vista la fine che si è fatta. Non vorremmo mai che il gioco sia quello, sulla base dell’urgenza, di fare un’operazione che può essere anche nobile, ma che poi, nei fatti, potrà comunque tradursi in futuro in una svendita dell’azienda, una volta risanata».

E questa nazionalizzazione quanto costerebbe ai cittadini?
«Quantificare è difficile», risponde il Capogruppo della Lega in Commissione Lavoro. «I cittadini pagherebbero tutto il necessario per la bonifica, tutti gli arretrati delle commesse non pagate e che il commissario non sta pagando alle aziende che hanno lavorato per l’Ilva, e il carico delle cause pendenti dell’Ilva: infatti, nel momento in cui sarà nazionalizzata, la responsabilità dell’Ilva sulle cause che sono già mosse, e che potranno essere mosse a causa delle malattie riscontrate, è chiaro che peserà sul bilancio pubblico e sui cittadini», spiega. «Non è ancora possibile quantificare l’eventuale costo, ma è un costo che si scaricherà sul bilancio pubblico. E’ chiaro che, di contro, chi supporta tale posizione sostiene che si potrebbe rimettere al centro la siderurgia in Italia con un piano nazionale di investimento industriale; però a questa obiezione si può rispondere tranquillamente che l’Ilva non è l’unica realtà siderurgica italiana; le altre sono private e lavorano con criteri privati secondo una logica industriale speculativa e un piano di quel tipo andrebbe contro a una realtà tanto diversa».

In effetti, se questo intervento andasse a buon fine, farebbe quasi pensare che la Cassa Depositi e Prestiti si stia trasformando in una nuova Iri.
«Infatti, si torna indietro anziché guardare avanti», asserisce Prataviera. «Inoltre, un altro rischio che noi consideriamo, e uno dei motivi per cui noi non ci fidiamo assolutamente, è che la politica italiana si muove con un intento anche positivo, ma poi nei fatti nasconde spesso interessi di tipo speculativo».

Quindi, la sua posizione sulla privatizzazione delle municipalizzate?
«Ci sono municipalizzate che funzionano e municipalizzate che non funzionano», sottolinea l’Onorevole. «Io vengo dal Nord Est, e posso dire che anche lì ci sono municipalizzate efficienti e altre no. Quelle che non funzionano devono essere commissariate. Credo sia sbagliato ragionare con un criterio universale senza fare differenze. Le municipalizzate rispondono sempre alla politica che le ha istituite e che le controlla. Io vengo dall’area veneziana, e le posso dire che abbiamo municipalizzate nei trasporti che funzionano, ed altre che invece non funzionano assolutamente».

E ad esempio l’Atac di Roma?
«Lì va commissariato con l’obiettivo di poter rimettere in piedi l’azienda e pagare i debiti, ma anche in questo caso non è che se tu privatizzi l’Atac, puoi garantirne la stabilità: il trasporto pubblico da solo non sta in piedi», spiega Prataviera. «Nel mio territorio, il prezzo del biglietto che il cittadino paga di abbonamento corrisponde al 30-40% massimo del costo effettivo del servizio: il trasporto pubblico lo è per definizione, e qualcun altro, cioè lo Stato e la pubblica amministrazione, paga per mantenere quel servizio. Il problema di Roma è scandaloso, come però è scandaloso anche il problema di Venezia, città che, al di là dei suoi residenti, attrae milioni di persone al mese, e questi milioni di persone non portano un vantaggio, e non si capisce perché, invece, costino tanto. Il buco di Atac», prosegue, «appare davvero difficile da sistemare, ma la questione è: vogliamo essere pragmatici o ideologici? L’ideologia aiuta fino a un certo punto: non si possono domani mattina tagliare delle corse perché sono poco remunerative, perché molto spesso quelle corse, che magari costano e non producono un avanzo, sono necessarie per molte persone che non hanno modo di spostarsi altrimenti. Devi mettere un bravo manager che sappia investire gli utili dalle corse che funzionano – ed eventualmente accrescerli – e distribuirli poi per sanare le inefficienze. Poi, ci sono delle municipalizzate che non hanno nemmeno senso di esistere, altre, invece, per forza devono rimanere pubbliche: bisogna sempre entrare nel singolo caso e studiare l’indice di performance. Senza questo, non si fa management locale».

Una battuta sul Jobs Act.
«Nelle intenzioni, sarebbe dovuto essere il rilancio dell’occupazione; in realtà questo obiettivo fallirà, e fallirà non tanto per le misure giuste o sbagliate al suo interno, ma perché a questa riforma non è collegata una vera e propria ripresa dei consumi, che è l’unica cosa che potrebbe far ripartire l’economia», prevede Prataviera. «Senza questo non c’è occupazione; senza domanda non c’è offerta: è una legge di mercato basilare. Mi dispiace molto constatare che sia stata fatta una legge delega in bianco, che gli annunci del governo sulla sua entrata in vigore il primo gennaio saranno sconfessati, perché inizierà ad entrare in vigore, se va bene, a fine gennaio: per questi motivi, credo che sia stato l’ennesimo spot elettorale di Renzi, tra l’altro puntando tutto sulla questione dell’eliminazione dell’art. 18 per i neo-assunti con questo nuovo contratto a tutele crescenti, e senza andare a sfoltire le contrattualistiche esistenti e quindi non andando a favorire le vere e proprie assunzioni», dichiara il Capogruppo in Commissione Lavoro del Carroccio. Le dichiarazioni di Renzi secondo cui, grazie a questo Jobs Act, verranno assunte centinaia di migliaia di persone sono una stupidaggine, e il prossimo anno questo sarà dimostrato. Noi ci sentiamo adesso di prevedere questo epilogo. Di sicuro, il Jobs Act non aiuta realmente il lavoro e non aiuta realmente le imprese», conclude.