6 giugno 2020
Aggiornato 23:30
Parla Lia Quartapelle, renziana doc

Lentamente, ma pensiamo anche ai giovani

A 32 anni, siede già in Parlamento. Ma la giovane età non deve confondere, perché ha già una esperienza sul campo da veterana e molte idee su come intervenire per affrontare nodi che vanno dall’occupazione, al diritto d’asilo. Intanto smentisce di avere fatto un pensierino sulla poltrona poi assegnata a Paolo Gentiloni

La mancata successione alla Mogherini, le politiche giovanili, le frazioni interne al Pd, il Jobs Act, la polemica con Gino Strada sugli aiuti stanziati dal governo per l’emergenza Ebola, il ruolo dell’Europa in Triton. Lia Quartapelle (Pd), classe 1982, segretario della Commissione Affari esteri e comunitari, risponde alle domande del DiariodelWeb.it in merito a fondamentali questioni di politica interna ed estera.

ROMA - Master in Economia presso la SOAS di Londra, dottorato in Economia dello Sviluppo presso l’Università di Pavia, attività di ricerca presso l’ISPI di Milano, a soli 32 anni Lia Quartapelle siede già in Parlamento. Data come probabile successore di Federica Mogherini («​una bolla mediatica»​, dice lei), è una delle nuove rappresentanti delle giovani donne renziane che «cambiano il verso»​ della politica.

Lei era in corsa per sostituire la Mogherini al Ministero degli Esteri. Come commenta la scelta ricaduta su Paolo Gentiloni?
«In realtà io non sono mai stata in corsa», smentisce la Quartapelle. «Mi ha fatto piacere che si potesse pensare a un profilo come il mio, in cui venivano valorizzate soprattutto le competenze; tuttavia, si è trattato più che altro di una bolla mediatica. Detto questo, conosco Paolo Gentiloni, abbiamo lavorato insieme in Commissione  in un anno e mezzo e ritengo abbia delle qualità sia politiche che umane molto giuste per il lavoro e la delicatezza dell’incarico. Sono molto contenta che alla fine la scelta sia ricaduta su di lui», conclude.

Data la sua giovane età e il ruolo che ricopre, si sente di incarnare la dimostrazione che per i giovani di talento l’Italia ha ancora qualcosa da offrire? In generale, cosa sta facendo il governo per i giovani?
«Ciò che più ho apprezzato del fatto che sia stato avanzato il mio nome per il Ministero degli Esteri è proprio questo: che si sia riconosciuto che, su certe posizioni di responsabilità – che fino a qualche anno fa sembravano assolutamente precluse a una persona giovane –, potesse invece contare la competenza», ha sottolineato il segretario della Commissione Affari esteri. «Il fatto che i giovani potessero avere delle competenze e ricoprire dei ruoli di responsabilità è un messaggio che nel nostro Paese è passato sempre poco. Questo governo non sta portando avanti delle politiche specifiche  sui giovani; stiamo però cercando di ripensare alla figura dei giovani come centrale per il futuro dell’Italia. Ad esempio, abbiamo approvato dei provvedimenti specifici per le persone che hanno meno di 29 anni: l’impegno principale che ci siamo assunti sia con il governo Letta che con il governo Renzi è il tema della garanzia giovani, con l’obiettivo di sostenere circa 900.000 ragazzi per avere, entro 4 mesi dal primo incontro con il portale del Ministero del Lavoro, un’offerta concreta. In generale, si è cambiata l’ottica delle politiche pubbliche che si occupano di futuro, rimettendo al centro una nuova generazione. C’è poi un impegno particolare sul tema dell’istruzione, con la grande consultazione che si è conclusa due giorni fa sulla «buona scuola»: essa porterà a una riforma che, ancora una volta, avrà al centro il tema dei giovani e del futuro, e la valorizzazione dei talenti proprio a partire dalla scuola».

Parte della sinistra accusa l’ala renziana di non essere, appunto, «di sinistra», e non solo per il patto del Nazareno, ma anche per alcune politiche attuate (vedi art. 18). Qual è la sua posizione su questo? Pensa che la giovane età dell’attuale classe dirgente abbia contribuito a «de-ideologizzare» la sinistra?
«Io penso che in politica contino i fatti più che le parole, le etichette, le definizioni», sottolinea la deputata Pd. «Penso che la responsabilità di un partito come il nostro sia quella di provare a ridare una speranza a un Paese che è provato da 6 anni di crisi economica e da una situazione oggettivamente complicata in molti campi: noi verremo giudicati sulla base di quello che abbiamo fatto, e non di come ci definiamo. Detto questo», prosegue poi, «all’interno del nostro partito c’è una dialettica, è inutile negarlo, ed è una dialettica positiva: la notizia di oggi è che il partito si sta comportando in modo assolutamente compatto in occasione delle votazioni sul Jobs Act. Tavolta si cerca di enfatizzare un po’ le divisioni all’interno del Pd, quando nella realtà c’è un confronto sulle cose da fare; poi, verranno le valutazioni dei cittadini la prossima volta che li porteremo a votare».

Il Jobs Act potrà risollevare il mercato del lavoro? Secondo un dossier dell’associazione XX maggio, la manovra tutelerà solo 1 disoccupato su 10.
«La situazione relativa alla disoccupazione in Italia non ha a che fare soltanto con il Jobs Act. Certamente la semplificazione delle regole del mercato del lavoro e in particolare sui nuovi contratti, come l’introduzione dei contratti a tutela crescente, uniti a un’idea diversa di protezione del lavoratore – e cioè il tema degli ammortizzatori sociali e della riforma dei centri dell’impiego –  sono tutti elementi cruciali per rilanciare la possibilità di stare dentro il mercato del lavoro in modo diverso», spiega la Quartapelle. «Al tempo stesso, non c’è solo il Jobs Act: noi stiamo facendo un’operazione che riguarda anche il tema della giustizia, della pubblica amministrazione e  tutta una serie di altri provvedimenti che dovrebbero risistemare il mercato del lavoro, chiarendo se e come è possibile investire e fare impresa in Italia: si tratta quindi di un processo complessivo di riforma del sistema del Paese».

Lei ha lavorato a lungo in Mozambico e conosce le terre d’Africa. Sulla polemica andata in onda a Servizio Pubblico con Gino Strada, che accusava il governo di non aver fatto molto sull’emergenza Ebola in loco, cosa si sente di dire?
«È vero che, a fronte di un’emergenza come quella di Ebola, dove c’è un appello internazionale per 1 miliardo di euro, i soldi stanziati dall’Italia (prima 1,7 milioni, poi 5 milioni nel decreto Missioni tra settembre e ottobre, poi ancora 50 milioni che andremo ad approvare in stabilità) non sono abbastanza», ammette; «al tempo stesso, è un contributo dato all’interno di uno più complessivo, che è quello dell’Unione europea, che arriverà a 800 milioni di euro. È dato anche un contributo da varie organizzazioni; certo, il nostro Paese potrebbe fare di più, ma alcune cose le sta già facendo».

Qual è la sua posizione in merito alla sostituzione dell’operazione Mare Nostrum con Triton, che per molti sarà decisamente inadeguata? E quale ruolo avrà l’Europa?
«La sostituzione di Mare Nostrum non è ancora decisa; io penso che Triton sia molto giusta e importante, perché segnala come l’Italia in questi mesi abbia effettivamente  premuto affinché l’Ue riconosca che noi siamo effettivamente ai confini dell’Europa, e che i confini dell’Unione non sono solo confini di mare nostro, ma di tutti», sottolinea la Quartapelle. «L’Europa, quindi, si fa carico di proteggere i confini e di evitare che le persone che tentano di venire in Europa muoiano. A mio giudizio, penso che potrebbe essere molto positivo se, sfruttando questa disponibilità europea, si potesse pensare insieme a un meccanismo, per esempio per la richiesta di asilo nella sponda Sud del Mediterraneo, che eviti di avere operazioni in mare – più costose, più pericolose e meno efficaci –, ma che ci permetta di garantire l'asilo a chi ne ha diritto. Quindi», prosegue, «se si riesce a espandere la buona volontà dell’Ue espressa con l’operazione Triton a un serio sistema europeo di garanzia del diritto d’asilo a chi lo richiede, potrebbe essere un grande passo in avanti».

E lei pensa che questo verosimilmente avverrà?
«Già il fatto che ci sia stata in così poco tempo una assunzione di responsabilità europea nel pattugliamento dei confini e sulle operazioni in mare è un segno molto incoraggiante in questo senso», risponde.

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