18 giugno 2019
Aggiornato 17:30
Politica & Media

Processo ai vizi e ai capricci della RAI

La causa di Tiziana Ferrario contro Augusto Minzolini, porta allo scoperto l'arroganza di certa politica, ma anche l'assenza, salvo recenti eccezioni, dei grandi mezzi di informazione dalla vita reale del Paese. Con una stampa più attenta Fiorito e i suoi epigoni non sarebbero potuti arrivare dove invece sono arrivati

Augusto Minzolini, abusò dei suoi poteri rimuovendo Tiziana Ferrario dalla conduzione del Tg1 o semplicemente fece quello per il quale sono, o dovrebbero essere, pagati i direttori di testate giornalistiche, e cioè operare per offrire al proprio pubblico un prodotto sempre più efficiente e aggiornato?

E' quello che dovranno stabilire i giudici del Tribunali di Roma nella causa di lavoro intentata dalla giornalista nei confronti del suo ex direttore.

Se la disputa fosse solo sulle prerogative di un direttore nei confronti dei propri giornalisti non sarebbe facilissima da dirimere, ma rientrerebbe in una casistica abbastanza scontata. Nel caso che vede di fronte due fra i più noti giornalisti italiani (ora Minzolini siede in Parlamento come esponente di Forza Italia) la faccenda è invece più complicata, anche se per questo più emblematica.

Tiziana Ferrario accusa infatti Minzolini di averla tolta dalla squadra dei mezzobusto del Tg1 per ritorsione, per essersi rifiutata di firmare un documento di sostegno alla direzione, dopo che erano state solevate molte proteste per un notizia che riguardava l' avvocato Mills, il coimputato di Berlusconi in un famoso processo: il direttore infatti si era «dimenticato» di precisare che l'imputato non era stato assolto dai giudici, ma semplicemente prescritto.

Come si difese allora, e si difende oggi, Minzolini dall'accusa di avere esercitato il proprio potere per vendicarsi nei confronti di una collega non allineata alla sua linea politica? Sostenendo che la sua fu una scelta dettata unicamente da ragioni professionali, dalla necessità di ringiovanire un telegiornale uguale a se stesso da troppi anni.

Naturalmente è lontana da noi la tentazione di sostituirci ai giudici per stabilire chi ha ragione nel caso Ferrario vs Minzolini.

La faccenda è però utile per dare uno sguardo a quanto accade nel mondo dell'informazione e nel caso specifico in casa Rai.

Con la vicenda Minzolini, l'era Berlusconi toccò il suo apice di ottusità rispetto agli obiettivi che avrebbe voluto perseguire. Augusto Minzolini, con l'intento di raccontare un' Italia che non fosse solo crogiuolo di negatività, spostò l'attenzione su avvenimenti ed eventi talmente futili e inconsistenti da rasentare in alcuni casi il ridicolo. Il risultato fu una perdita secca di credibilità del Tg1 anche fra il pubblico più conservatore e un ritorno di immagine più che penalizzante per Silvio Berlusconi, al quale si attribuiva la paternità, sia della nomina di Minzolini, che della strategia di un telegiornale apparentemente votato unicamente a fare da grancassa allo strapaese delle pro loco e ai ricorrenti festival della porchetta.

Anche Minzolini uscì con le ossa rotte da quell'esperienza: nessuno si ricordò più delle sue indubbie qualità professionali messe in mostra negli anni trascorsi alla Stampa, tutti invece ebbero ragione di storcere il naso di fronte al suo appiattimento smaccato nei confronti di Berlusconi e del suo governo.

Si può tranquillamente affermare che il declino del Cavaliere cominciò proprio nel momento in cui si fece prendere dalla smania di avere finalmente un' informazione completamente asservita alla sua volontà. Una smania che si può datare dal famoso editto bulgaro contro Biagi, Santoro e il comico Luttazzi, fino all'allontanamento dal Tg5 di Enrico Mentana, cioè il giornalista che aveva dato credibilità al Berlusconi editore con un telegiornale non certo avverso, ma nemmeno genuflesso.

Sul versante opposto la bulimia boomerang del Cavaliere nei confronti dell'informazione ha prodotto danni simili, se non peggiori. Ci sono stati giornalisti che sono diventati ricchi e famosi con l' antiberlusconismo e giornali che hanno abbandonato qualsiasi lettura critica dell'Italia, avendo puntato unicamente il cannocchiale sulle responsabilità del Cavaliere. Che non state poche, ma non sono state da sole ad agire sulla scena degli errori.

A causa dello strabismo dell'informazione in Italia siamo così entrati in una crisi economica epocale quasi senza rendercene conto. E adesso conosciamo ben poco del nostro Paese, di come funziona, di come si può riprendere.

Ci sono voluti Rizzo e Stella del Corriere della Sera per scoprire «la casta». Tanto per dirne una, non c'è stato grande quotidino che avesse un giornalista fisso a monitorare l'operato delle Regioni (ma continuano ad esserci i giornalisti «fissi» in Comune) nonostante questa istituzione, solo con la sanità, divori una buona fetta del bilancio nazionale. E infatti abbiamo visto i Fiorito e i suoi epigoni cosa abbiano potuto combinare con i soldi dei contribuenti, lontani da ogni sguardo o interferenza giornalistica.

E per tornare alla Rai abbiamo il paradosso che due trasmissioni delle reti di Berlusconi, «Le iene» e «Striscia», siano diventati sono diventati lo spauracchio dei piccoli furfantelli e delle disfunzioni pubbliche di piccola taglia. Alli grandi taglie qualche volta in Rai ci pensa la voce isolata della Gabanelli. Ma basta la presenza di questa coraggiosa giornalista per porci la domanda: se nonostante Berlusconi, la Gabanelli è potuta sopravvivere, cosa ha impedito alla moltitudine dei suoi colleghi in Rai di seguirne le orme?

In quanto allo svecchiamento dei mezzi busto, a parte le carriere politiche costruite da quelle postazioni, Tiziana Ferrario, dopo un purgatorio ad «Uno mattina» è ora corrispondente da New York. Sicuramente se lo merita, ma altrettanto certamente non dovrebbe avere motivo di lamentarsene.