25 settembre 2018
Aggiornato 16:30

Il marketplace lending made in Italy: a che punto siamo (e dove vogliamo arrivare)

Il bilancio di un anno che ha visto molte innovazioni e, finalmente, l'interesse da parte del legislatore europeo e italiano
Il marketplace lending made in Italy
Il marketplace lending made in Italy (Shutterstock.com)

MILANO - Il primo punto d’arrivo è rappresentato dalla riforma della tassazione approvata con la legge di Bilancio 2018. Dal primo gennaio è applicata un’aliquota al 26% sugli interessi percepiti da chi presta denaro attraverso le piattaforme digitali di lending. Nello specifico, il nuovo emendamento prevede la stessa tassazione applicata oggi ai redditi degli strumenti finanziari, anziché l’aliquota marginale applicata ai redditi personali IRPEF. La modifica è particolarmente importante poiché la precedente tassazione risultava essere decisamente più elevata per tutte le classi di reddito superiori ai 15mila euro annui. A chi superava, per intenderci, i 75mila euro annui di patrimonio personale dichiarato, era applicata un’aliquota pari al 43% che comportava quindi una diminuzione significativa del rendimento netto.

I numeri del mercato
Un bilancio non è tale se non si fa una summa numerica: nel 2017 il volume del P2P lending italiano è cresciuto in maniera esponenziale e, soprattutto, sono nate nuove piattaforme e altre se ne attendono nell’anno appena iniziato. Una notizia che non può che far bene al mercato, rendendolo più efficiente. Per restare ai puri numeri, citiamo quello di P2P Lending Italia che rileva l’ingresso in una nuova dimensione per il comparto con l’ingresso di operatori importanti come Fifty (sconto fatture) e Lendix (prestiti alle imprese). Secondo l’osservatorio trimestrale del sito il mercato avrebbe toccato quota 111,5 milioni con un aumento del 40% trimestre su trimestre e del 267% rispetto a un anno fa. Il settore dello sconto fatture avrebbe generato 84,8 milioni negli ultimi tre mesi dell’anno e quello dei prestiti alle imprese circa 10 milioni di nuove erogazioni, rispettivamente quintuplicando e quadruplicando i numeri di un anno prima. In totale questi due settori valgono, dall’avvio del mercato, 275,4 milioni, che arrivano a 383 milioni se si aggiungono anche i prestiti personali. Si tratta di numeri che, per ammissione della stessa P2P Lending Italia, potrebbero sottostimare la portata del fenomeno. Iniziamo, cioè, a uscire dal recinto dei fenomeni di nicchia e a essere rilevanti, per quanto ancora piccoli rispetto a UK e USA (ma non particolarmente rispetto ad altri Paesi dell’Europa Continentale).

A proposito di Europa Continentale, su questa area del mondo puntano anche le pioniere britanniche del marketplace lending: il funding gap per le PMI è un problema sempre più gravoso. Nel Regno Unito, secondo Funding Circle, nel periodo da fine 2013 a Giugno 2017 lo stock netto di prestiti alle PMI anglosassoni da parte del sistema bancario inglese ha subito un decremento di 2,5 miliardi di sterline, la metà delle quali è stata erogata in compenso dalla piattaforma britannica ormai leader nel mondo. Secondo dati EBA elaborati da KPMG i prestiti bancari alle PMI europee sono passati dai 95 miliardi del 2008 a circa 54 del 2013/2014, mentre lo stato degli NPL in pancia alle banche non lascia presagire nulla di buono. E, per l’Italia, questa situazione è quanto mai esasperata. Lo spazio di crescita per le piattaforme che fanno credito alle imprese online è amplissimo: la stessa Funding Circle è convinta che l’Europa supererà il Regno Unito nei prossimi anni. Noi ci auguriamo che questo possa accadere quanto prima.

L’interesse del legislatore
Abbiamo osservato, rispetto a inizio 2017, i primi segnali che l’Unione Europea si stia interessando al marketplace lending come alternativa per il finanziamento delle PMI. Non solo l’Unione Europa, ma anche il legislatore italiano che, attraverso l’indagine conoscitiva avviata lo scorso settembre 2017 dalla Commissione Finanze della Camera, ha esplorato per la prima volta l’evoluzione delle tecnologie e il loro impatto sui sistemi finanziari. L’auspicio è che questo sia il primo passo per la creazione di una legislazione unica e univoca in ambito sia italiano sia europeo. L’unica norma che oggi regola il nostro settore è la sezione IX delle nuove norme sulla raccolta del risparmio da parte dei soggetti non bancari. In questa norma il social lending è definito come «uno strumento attraverso il quale una pluralità di soggetti può richiedere a una pluralità di potenziali finanziatori, tramite piattaforme on-line, fondi rimborsabili per uso personale o per finanziare un progetto». Oggi le piattaforme possono operare se sono istituto di pagamento ex art. 114 TUB, intermediario finanziario ex art. 106 TUB o istituto di credito. E possono fare da intermediari nelle trattative personalizzate tra imprenditori e singoli finanziatori. Nelle disposizioni, approvate lo scorso novembre, c’è specificato poco altro. La mancanza di una normativa organica non potrà durare a lungo, visti anche i ritmi di crescita del mercato: una più spiccata chiarezza e completezza nella normativa faranno certamente da propulsore per una maggiore conoscenza e autorevolezza del mercato della finanza alternativa.

La cooperazione con le banche. Qualcosa si muove anche in Italia.
Sono le banche maggiori, Intesa San Paolo, eletta da Forrester Research come una delle 7 banche al mondo più all’avanguardia nel settore della trasformazione digitale, grazie alla creazione del VC Neva Finventures e all’alleanza strategica stretta con The Floor, un incubator israeliano di fintech. La banca, attraverso il veicolo di VC, ha investito nella piattaforma britannica Iwoca, attiva nei prestiti alle imprese. Anche UniCredit ha creato il fondo Evo per investire nel mondo Fintech. La collaborazione con il Fintech per le banche è vitale, soprattutto con l’entrata in vigore della PSD2. «A nostro avviso, sono soprattutto le banche del territorio che potrebbero beneficiare dei servizi erogarti via Fintech - dichiara Ivan Pellegrini, fondatore di BorsadelCredito.it -. Auspichiamo la creazione come in Gran Bretagna, di un referral scheme che prevede che ogni richiesta di finanziamento fatta da una PMI e non gestita dalla banca debba essere segnalata alle piattaforme che possono offrire un servizio alternativo. Anche in questo caso, il legislatore ha in mano le chiavi per dischiudere un mercato».

I PIR
Resta un auspicio, mancato per un soffio nell’ultima legge di Bilancio: l’ingresso nei PIR. «Un nostro cavallo di battaglia, che speriamo si concretizzi nel corso del 2018 - continuano da BorsadelCredito.it -. Come nei britannici IFISa, derivazione degli Isa da cui i nostri PIR hanno tratto ispirazione, i panieri dedicati all’economia reale potrebbero (dovrebbero) contemplare una percentuale di P2P lending, ovvero prestiti alle PMI, pescando dall’intero universo di oltre 4 milioni di realtà che sono l’ossatura del nostro sistema industriale. A piccoli passi, il P2P lending sta diventando grande».