9 febbraio 2023
Aggiornato 14:30
venture capital

Niente 3% dei Pir al venture capital (anche quest'anno si innova il prossimo)

La risoluzione non è passata alla Legge di Bilancio 2018 e, anzi, non è sarebbe stata neppure discussa in Commissione

Niente 3% dei Pir al venture capital (anche quest'anno si innova il prossimo)
Niente 3% dei Pir al venture capital (anche quest'anno si innova il prossimo) Foto: Shutterstock

ROMA - Se alla Legge di Bilancio sono passate le agevolazioni per le piattaforme di peer to peer lending (anche se il pacchetto Fintech del deputato Barbanti è stato, di fatto, completamente centellinato), lo stesso non si può dire per la proposta presentata dall’onorevole Silvia Fregolent sui Piani Individuali di Risparmio. Niente obbligo di destinare il 3% dei Pir alle casse di venture capital nazionale. La risoluzione non è passata alla Legge di Bilancio 2018 e, anzi, non è sarebbe stata neppure discussa in Commissione. Insomma, un altro buco nell’acqua per il nostro ecosistema startup e innovazione.

Niente 3% dei Pir al venture capital
La notizia della proposta presentata dall’onorevole del Pd Silvia Fregolent, a inizio novembre, aveva suscitato un certo interesse da parte dell’entourage di investitori. La soglia del 3% di investimento di startup e pmi innovative avrebbe rappresentato per i sottoscrittori dei Pir, una grande opportunità di investire in un asset class - sì rischiosa - ma con grandi potenzialità di ritorno. Uno strumento utile non sono per aumentare la diversificazione degli investitori, ma soprattutto per le startup e le PMI. In questo 2017, infatti, sono stati circa 5 i miliardi gli euro raccolti dai 44 fondi che gestiscono i Piani Individuali di Risparmio, creati come forma di investimento a medio termine, capace di veicolare i risparmi delle persone fisiche sotto forma di finanziamento a favore delle PMI italiane. Se la risoluzione fosse passata in Legge di Bilancio, il 3% di ciò che è raccolto tramite i Pir, sarebbe stato destinato a ingrassare le casse dei fondi di venture capital nazionali, per la gioia più o meno smisurata delle nostre startup.

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Perchè era importante
La norma, di fatto, avrebbe potuto dare una chance in più al risicato mercato italiano del venture capital, la cui unica certezza - ovviamente - resta l’assenza di soldi. Nell’anno in cui, peraltro, assisteremo per la prima volta a un’esplosione del numero di startup commisurato a una riduzione (ridicola e paradossale) di investimenti raccolti dalle stesse. Sempre più startup, sempre meno soldi. In attesa dei dati di fine anno, secondo Aifi, il mercato italiano del private equity, venture capital e private debt ha fatto registrare un ammontare investito pari a 1,9 miliardi di euro, in calo del 61% rispetto ai 4,9 miliardi rilevati al 30 giugno 2016. Questo investimento rappresenta solo lo 0,005% del PIL italiano, a fronte di una media europea che si aggira attorno allo 0,028%, quasi sei volte tanto.

Le altre proposte
Il testo della risoluzione prevedeva anche tutta un’altra serie di novità tra cui l’innalzamento dal 5% fino al 10% del tetto stabilito per gli investimenti effettuati da casse previdenziali o fondi pensione, limitatamente alla sottoscrizione dei PIR, nonché l’ampliamento dei limiti individuali di 30mila euro annui e di 150mila  euro complessivi previsti per le persone fisiche