25 giugno 2019
Aggiornato 06:00
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Le startup e la negatività (un anno dopo)

Un viaggio tra ciò che è accaduto in questo 2017. Riassunto all'ennesima potenza. La fotografia di un altro anno che se ne va

Le startup e la negatività (cosa è successo nel 2017)
Le startup e la negatività (cosa è successo nel 2017) ( Shutterstock )

ROMA - Come ogni anno, a pochi giorni da San Silvestro, si tirano le somme. Che per noi giornalisti significa andare indietro nel date base e fare uno storico di quanto successo negli ultimi 365 giorni, più o meno. E cercare un file rouge, un minimo comune denominatore che possa riassumere quanto accaduto. Parlare di startup in modo positivo, è diventato sempre più complesso. Si va per «spot», un po’ come tira il vento, in base alle esigenze di mercato. Prima l’intelligenza artificiale, la perdita dei posti di lavoro, l’inguaribile timore di uno scenario apocalittico dove le macchine trionferanno sugli uomini. Poi il nanismo delle startup e la nascita di fondi di venture capital che, negli ultimi mesi, sono spuntati un po’ qua e la come il prezzemolo. I monopoli di Amazon, Google e Facebook. E, infine, le criptomonete, tra la fibrillazione degli investitori e chi, dall’altra parte della cattedra, cerca soluzioni per normare il fenomeno. Il tutto condito da quell’ondata di femminismo e antirazzismo (forse troppo) che, pur non volendo fare discriminazioni, continua imperterrito a farle.

Si parla tanto di Bitcoin come una bolla. Ma il resto?

Quanti fondi di venture capital?
Di fronte a uno scenario che cambia, l’unica certezza - per lo meno qui in Italia - resta l’assenza di soldi. Quelli di venture capital, per intenderci, che ha spinto le startup a fare per sé, in un oceano di squali, facendo impennare le raccolte di equity crowdfunding (che oggi rappresenta il 10% dei fondi raccolti nel segmento early stage). Eppure, nell’ultimo anno, ho visto fondi di venture capital nascere a iosa (qui ne trovate una lista). Un tentativo più o meno vano per supportare le startup. Uno su tutti ha raccolto il grande interesse dei media: quello lanciato alla fine di giugno da Cariplo Factory, definita la più grande operazione di venture capital italiana (100 milioni di euro). «Il fondo aprirà ufficialmente a settembre con il raggiungimento del first closing a 25 milioni di euro», ci avevano raccontato da Cariplo Factory. Da allora (dal giorno dell’intervista), non abbiamo più ricevuto nessuna notizia in merito. Eppure l’esigenza di fondi di venture capital resta incalzante. L’ultimo tentativo del MISE è stato quello di aprire una piattaforma per ricevere candidature dall’estero. Investitori non UE, per intenderci, che possono usufruire di un visto speciale nel caso in cui effettuino investimenti superiori a 500mila euro in una startup innovativa italiana (e un’altra serie di ipotesi). Nel board del Club Investitori, pochi giorni fa, ha fatto pure il suo ingresso John Elkann. Anche se l’interesse pare riversato nelle startup Made in Italy che fanno export e quindi a creare impatto sì sul territorio, ma non quello italiano.

La leva del «fare sistema»
In una lotta al sostegno delle startup (attraverso il venture capital), dobbiamo ricordarci che solo l’8,6% delle startup è costituito da imprese consolidate, con fatturato superiore a 1 milione di euro. Le startup italiane continuano a mantenere una piccola dimensione, facendo difficoltà a valicare i confini nazionali. Anzi, il 36% ancora oggi non esporta i propri prodotti/servizi in altri Paesi al di fuori dell’Italia. Ma non è colpa delle startup. Sostiene Luigi Capello, CEO di LVenture Group e dell’acceleratore capitolino Luiss Enlabs. Piuttosto della nostra cultura finanziaria (che non c’è). Mentre si grida alla connessione e al fare sistema come (forse) l’ultima carta da giocare. Open Innovation e Corporate Venture Capital, come alternativa a un Facebook che non saremo mai in grado di replicare. Senza dimenticare il tanto citato «trasferimento tecnologico». Quello del Piano Industria 4.0 di Carlo Calenda. Quello dei Competence Center su cui il governo ha messo sul piatto 60 milioni di euro e di cui non ha ancora aperto il bando (doveva essere pubblicato entro la seconda metà del 2017).

La ribalta delle Università e la precarietà dei ricercatori
Tra Competence Center, Open Innovation e trasferimento tecnologico, le università sembrano esser tornate alla ribalta. Secondo loro (le università e i centri di ricerca) sono in grado di dare vita a startup che, poi, a lungo andare generano fatturati più alti delle altre. Eppure, le università italiane, ma soprattutto i centri di ricerca, continuano a trovarsi con i fondi ridotti all’osso. Lo scorso novembre i ricercatori si sono dati appuntamento in piazza, per protestare. Solo al Cnr, il maggiore ente pubblico di ricerca, il 40% dei dipendenti è precario, circa 4mila unità. Secondo le sigle sindacali, nel testo della legge di stabilità, ci sarebbero risorse per coprire solo 300 posti negli enti di ricerca, rispettivamente 2 milioni di euro per il 2018 e altri 13,5 milioni a partire dal 2019. Del resto, gli investimenti del nostro Paese sono ridotti all’osso. L’Italia investe solo l’1.25% del PIL in ricerca, il 70% in meno rispetto a Israele e Corea del Sud, il 65% in meno di Giappone, Svezia, Finlandia, Danimarca, poco più della metà rispetto a Germania e Stati Uniti e decisamente sotto la media europea. I casi di successo, si contano sulle dita di una mano.

L’emigrazione di talenti e di capitali
E quei talenti che tanto elogiamo, poi, finiscono per scappare all’estero. In una nostra intervista, Peter Kruger, CEO di Startupbootcamp FoodTech, parlava dell’emigrazione come il maggiore problema dell’Italia. «In Italia purtroppo si fa poco, e quel poco che si fa, lo si fa quasi sempre male. Da quando va di moda parlare di startup, cioè da circa 5 anni, dai tempi del Ministro Passera e del suo «Decreto Digitale», abbiamo visto una sequenza di azioni propagandistiche di bassissimo impatto, quando non proprio dannose. Siamo riusciti perfino a creare l’albo delle startup, una cosa che, quando la racconto in giro per il mondo, scatena un’ilarità incontrollata. La mia sensazione è che la politica di questo Paese non sia proprio capace di guardare aldilà degli interessi costituiti, siano pensionati, professionisti, corporazioni, dipendenti pubblici. In Italia i giovani sono totalmente fuori dal radar dei politici, di qualsiasi estrazione». E, intanto, la spesa sociale italiana continua a essere destinata a coloro che hanno più di 65 anni (con tutto il rispetto per i miei nonni). E fa quasi sorridere notare come gli investitori italiani siano così interessati all’investment outflow: 65,8 milioni di euro (italiani) sono andati a finanziare startup hi-tech straniere e sono quindi usciti dal nostro Paese.

Il folclore delle femministe
In tutto questo turbinio di digitale, venture capital, ricercatori, ecc. l’opinione pubblica, questa estate, si è - ancora una volta - indignata di fronte a un documento scritto da un dipendente Google che gridava contro le iniziative della società intese ad aumentare la parità di genere e razza, sostenendo che Google, invece, avrebbe dovuto concentrarsi sulla diversità biologica. Un documento che, agli occhi di tutti, è stato visto come razzista e che ha sollevato - ancora una volta - truppe di femministe e le ha viste gridare nei confronti della parità di genere. Parità di genere che, a mio avviso, va sostenuta, senza - tuttavia - farla diventare inappropriatamente un elogio forzato nei confronti delle classi più svantaggiate (per genere o colore della pelle).

L’intelligenza artificiale
Il 2017, però, è stato anche l’anno dell’intelligenza artificiale. Principalmente quella che mina la libertà dell’individuo e sostituisce i lavoratori, in un’oceano di mancata consapevolezza e conoscenza. Una notizia su tutte, quella relativa alla decisione di Facebook di interrompere completamente un programma di ricerca sull’intelligenza artificiale dopo aver scoperto che due «agenti» dell’algoritmo comunicavano tra di loro attraverso un linguaggio a codice del tutto incomprensibile ai programmatori. Notizia che si è poi rilevata in parte infondata, ma che ha sollevato problemi legati all’insorgere di una cosiddetta «classe inutile», ovvero di individui «inutili» dal punto di vista economico e politico. «Le strutture politiche ed economiche moderne sono state costruite sugli esseri umani utili allo Stato: soprattutto come lavoratori e soldati. Con i ruoli assunti dalle macchine, i nostri sistemi politici ed economici semplicemente smetteranno di dare molto valore agli esseri umani». Con annesse le tasse per i robot di Bill Gates e i robot-magazzino di Amazon, che potrebbero creare un altro tipo di figura professionale: quella dei baby sitter (di robot).

I Bitcoin
Sicuramente il vero tema di questo 2017. Trattato, bistrattato, reso disponibile agli addetti ai settori e alla platea più comune. Non senza rischi. Un vaso di Pandora dove trovare tutto e il contrario di tutto. In un turbinio di informazioni che fanno perdere il senno. E su cui mi esimo dal dire la mia. Ma del, resto, la fine dell’anno non è che un giorno. Da cui ripartire. Per fare un passo in avanti o uno indietro. Per far «bere il cavallo dalla botte» o creare una «bolla» in più.