21 settembre 2019
Aggiornato 17:00
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Startup Hi-Tech: il Venture Capital perde, l'equity crowdfunding vince

Gli investimenti stranieri e di investitori informali supera quelli effettuati dai fondi di venture capital e private equity

Startup Hi-Tech: in Venture Capital perde, l'equity crowdfunding vince
Startup Hi-Tech: in Venture Capital perde, l'equity crowdfunding vince Shutterstock

MILANO - Il Venture Capital italiano non esiste. Forse non è mai esistito davvero e, in questo 2017, ha dimostrato di cedere ulteriormente il passo ad altri strumenti di finanza alternativa. Oltre a essere completamente calpestato dai fondi esteri. Niente manovre «Macron», niente paragoni con i 2 miliardi di euro investiti in VC dalla Gran Bretagna: sono gli investitori stranieri che vogliono il Made in Italy. Oltre il nanismo delle startup, oltre il nostro segmento early stage che continua a proliferare senza sosta, gli investimenti inflow - per le startup hi-tech - hanno raggiunto nel 2017 oltre i 92 milioni di euro, rappresentando il 36% della raccolta complessiva, a fronte degli 80 milioni raccolti dai nostri fondi di Venture Capital. Investimenti stranieri, business angels ed equity crowdfunding. Sono questi gli strumenti che sembrano trainare davvero, in questo 2017, le startup di questo settore.

A calare, nel 2017, sono proprio gli investimenti formali, attuati principalmente da fondi di venture capital e private equity. Si passa dai 101 milioni del 2016 agli 80 del 2017, con una diminuzione pari al 21%. Una diminuzione che - secondo Antonio Ghezzi, direttore dell’Osservatorio Startup Hi-Tech del Politecnico di Milano - non deve suscitare allarmismi. Negli ultimi 6 anni, del resto, l’andamento è stato altalenante. Le startup hi-tech, di fatto, continuano a soffrire di un cash shortage a monte, che dovrebbe essere sostenuto da opportuni strumenti ed operazioni ad esso interamente destinati e dedicati.

A crescere, invece, sono gli investimenti da parte degli investitori informali (business angels, equity crowdfunding) che passano da 81 milioni del 2016 a 89 milioni del 2017 con una crescita dell’11%. Una crescita che sorpassa addirittura i fondi di venture capital, in gran parte determinata dagli incentivi legati al 30% di detrazione fiscale sulle somme investite in startup e PMI. A segnare un incremento significativo è l’equity crowdfunding che rappresenta oggi il 10% degli investimenti complessivi in VC e ha raccolto solo nel 2017 ben 10 milioni di euro. L’interesse nei confronti di questo strumento è duplice, sia da parte delle startup, sia da parte degli investitori che nel 2017 sono arrivati a quota 2799, con un aumento delle campagne chiuse con successo pari al 60%.

E’ possibile aspettarsi un’ulteriore crescita del mercato dell’equity crowdfunding? Molto probabilmente sì e ciò avverrà soprattutto quando anche le PMI (innovative e non innovative) saranno consapevoli delle potenzialità concesse dall’equity crowdfunding. Anche perchè stiamo parlando di un popolo - quello italiano - con un’alta percentuale di risparmi immobilizzati nei conti bancari. Secondo un report della Consob relativo al 2015, oltre il 50% della ricchezza degli italiani è ferma nei conti bancari. E ci rimane. Soprattutto a causa di una cultura finanziaria ridotta all’osso. A fare leva sui risparmi privati è anche Federico Barilli, Segretario Generale di Italia Startup. «Il ritardo rispetto a sistemi industriali analoghi al nostro, quali Francia e Germania, rimane rilevante e la massa di investito da parte di venture capital ed angel italiani rimane molto, troppo contenuta se si considera la grande consistenza del patrimonio privato del nostro Paese. E’ parte di quest’ultimo che va indirizzato verso il capitale di rischio, sia tramite la leva fiscale e la semplificazione delle procedure, sia soprattutto coinvolgendo il mondo industriale italiano, secondo modelli di open innovation e corporate venture, quindi in logica non speculativa ma, appunto, industriale».

Importante anche l’interesse manifestato dai fondi di venture capital stranieri che ha raggiunto i 92 milioni di euro. L’investment inflow, ossia i capitali attratti dall’ecosistema startup hi-tech da parte di player esteri, proviene prevalentemente da Europa (51,4%), USA (38,1%), Israele (7,3%) e Russia (0,5%), mostrando una distribuzione eterogenea. In Europa siamo particolarmente apprezzati da investitori con sede in UK (35,9%), seguiti da Benelux (24,5%) e Svizzera (19,1%). La stragrande maggioranza degli investimenti internazionali proviene da attori formali. È inoltre interessante rilevare come investitori italiani abbiano finanziato startup straniere, per un totale di 65,8 milioni di euro: questo può rappresentare l’investment outflow, un flusso in uscita dal nostro ecosistema.