economia

La maggiore emergenza dell'Italia non è l'immigrazione. E' l'emigrazione

Un Paese che, in quanto a startup, non cresce, dove le politiche sono orientate agli anziani anzichè ai giovani, dove la povertà assoluta cresce con il diminuire dell'età. Dove assistiamo a un fallimento copioso del mercato dei capitali di rischio

L'emigrazione italiana
L'emigrazione italiana (Foto d'archivio)

ROMA - L’Italia che vediamo oggi è un Paese in cui la bolla delle startup è ormai scoppiata, dove insorgono sollevazioni popolari nei confronti di piattaforme come Deliveroo o Foodora, dove il vuoto normativo regna sovrano e la spesa pubblica è concentrata sugli anziani, anziché sui giovani talenti di cui siamo dotati. Politiche che determinano un tasso di disoccupazione giovanile pari al 40% e che costringono, ogni anno, centinaia di migliaia di giovani qualificati a scappare all’estero. E guardando alle startup, mentre gli altri Paesei continuano a spingere sulla crescita dell’imprenditoria innovativa, in Italia assistiamo per la prima volta dal 2014 a un calo degli investimenti. Una vera e propria emergenza di cui abbiamo parlato con Peter Kruger, CEO di Startupbootcamp FoodTech, l’unico programma di accelerazione globale per startup ad operare in Italia, la cui call per partecipare scade proprio domani, 18 luglio (qui per applicare). Il suo è un punto di vista vista internazionale quando si tratta di parlare delle startup italiane.

Una politica disinteressata
«In Italia purtroppo si fa poco, e quel poco che si fa, lo si fa quasi sempre male. Da quando va di moda parlare di startup, cioè da circa 5 anni, dai tempi del Ministro Passera e del suo «Decreto Digitale», abbiamo visto una sequenza di azioni propagandistiche di bassissimo impatto, quando non proprio dannose. Siamo riusciti perfino a creare l’albo delle startup, una cosa che, quando la racconto in giro per il mondo, scatena un’ilarità incontrollata - ci racconta Peter -. La mia sensazione è che la politica di questo Paese non sia proprio capace di guardare aldilà degli interessi costituiti, siano pensionati, professionisti, corporazioni, dipendenti pubblici. In Italia i giovani sono totalmente fuori dal radar dei politici, di qualsiasi estrazione».

La spesa pubblica italiana è per gli anziani e non per i giovani
Ben il 77,2% della spesa sociale italiana, infatti, è destinata a coloro che hanno più di 65 anni: il nostro Paese è quello che paga più di tutti in pensioni di reversibilità, sia rispetto al PIL (il 2,8%), che al totale della spesa pubblica (il 5,5%). E se cambiano le prospettive, le professioni e il lavoro, non cambiano queste percentuali che negli anni sono sempre rimaste le stesse. Le leggi sono sempre rimaste le stesse, anche se l’ecosistema è cambiato. I dati ISTAT parlano chiaro: la povertà assoluta cresce con il diminuire dell’età. Il maggiore numero di poveri assoluti è tra i più giovani. «L’Italia sconta decenni di una classe politica mediocre e incapace di qualsiasi livello di pianificazione di lungo termine. Però, c’è anche una buona notizia - continua Peter -. Se, nel passato, la generazione dei nonni ha rubato e quella dei padri ha sperperato, quella dei figli mi pare molto più propensa all’impegno e al sacrificio. E a farsi meno abbindolare dalla propaganda spiccia».

Peter Kruger
Peter Kruger (Facebook)

Il fallimento del mercato dei capitali di rischio
La politica diventa quindi la componente fondamentale per la crescita economica di un Paese e, se Oltralpe il primo ministro francese Macron investe copiosamente in startup, qui in Italia la politica rappresenta il principale limite per cui i venture capitalist non investono. «In Italia, c’è un fallimento sul mercato dei capitali di rischio. Siamo l’ultimo paese in EU per tasso di investimenti VC pro capite, superati negli ultimi anni perfino da bulgari, portoghesi, rumeni e greci. Ora, il bello e il brutto del capitalismo è che è una cosa semplice: i capitali vanno dove conviene investire. Se nessuno investe in Italia è perché evidentemente non conviene. O meglio, perché ci sono asset classes più convenienti. L’Italia è una delle maggiori economie del mondo, rappresenta il 2,7% del PIL mondiale ma in quanto a VC investito (ovvero a investimenti in conto capitale sul futuro), rappresenta meno del 0,1% degli investimenti complessivi nel mondo. C’è un gap mostruoso. Probabilmente il maggiore al mondo. La ragione? Semplice. Questo è un Paese che è diventato negli ultimi 30 anni una specie di paradiso delle rendite (che è l’opposto capitalistico degli investimenti di rischio). Basta guardare l’andamento della quota di capitale investito negli immobili negli ultimi decenni che raggiunge anche livelli quasi doppi rispetto alle altre grandi economie avanzate. In altre parole, finché favoriremo il mattone, anche abolendo le tasse di proprietà, come ha fatto recentemente il Governo, non speriamoci di vedere tutti questi entusiasmi per gli investimenti produttivi in attività produttive, specie se a rischio».

La vera lezione per noi è che non puoi giocare la partita dell’innovazione come una partita di retroguardia. Deve diventare «missione» per il Paese, su cui tutta la nazione deve essere chiamata a mobilitarsi (e anche a sacrificarsi). Il tema «startup» dovrebbe essere nella top 3 delle questioni più importanti nell’agenda politica nazionale (Macron l’ha addirittura resa la questione n.1 in Francia).

La ricetta vincente di Macron
Del modello Macron si è detto già molto. Dal fondo Macron a Station F, la Francia recupera terreno rispetto alla Silicon Valley e continua a investire in innovazione tecnologica: fin qui, niente di strano, se non fosse altro che sono i nostri vicini di casa e, allora, un divario così estremo rispetto al nostro Paese ci fa, forse più effetto. Xavier Niel, l’imprenditore miliardario francese che ha inaugurato lo scorso mese Station F, un campus di ben 34mila metri quadrati, è ben intenzionato a farlo diventare l’incubatore di startup più grande del mondo. Cosa impedisce che le stesse politiche possano attuarsi anche qui? «L’Italia fino ad ora non ha visto neppure una frazione degli incentivi e degli investimenti messi in campo dalla Francia - conclude Peter -. Eppure la ricetta Macron è semplice: spingere sugli incentivi e le sovvenzioni finché investire in startup non diventa attraente per gli investitori. D’altro canto, anche in Francia, prima degli interventi di Macron, c’era un forte squilibrio a favore degli investimenti immobiliari. Per non parlare di tutte le varie rendite di posizione in Francia. La ricetta di Macron è stata proprio quella di introdurre incentivi a sovvenzioni (contestualmente penalizzando le rendite) fino al punto di rendere più conveniente investire in nuove attività produttive piuttosto che nella sicurezza del mattone. Gli incentivi sono talmente generosi che, a Parigi ho visto gente investire perfino nelle cooperative. In Italia, al contrario, sventoliamo detrazioni al 30% per gli investitori come se fossero la manna dal Cielo. Ma, evidentemente, non lo sono. Di certo, se vuoi essere come la Francia, serviranno politiche anche più aggressive della Francia. Perché chi parte in ritardo, deve recuperare di più. E fare di più».