25 giugno 2019
Aggiornato 07:00
venture capital

Calano gli investimenti in startup (-31%): «Non è colpa loro, ma c'è tanto lavoro da fare»

Secondo un recente articolo di Agi, tra gennaio e settembre, la raccolta di investimenti in startup italiane è di 93,8 milioni di euro, quasi il 31% in meno rispetto ai primi nove mesi del 2016

ROMA - Puntuale come un orologio svizzero, ogni tre mesi, arriva il resoconto. Anche un stimolo, se vogliamo, specie quando i risultati non sono poi così buoni come si sperava. Uno stimolo a recuperare prima che sia il 31 dicembre e si metta piede nel nuovo anno ancora una volta agli ultimi posti della classifica. Secondo un recente articolo di Agi pubblicato il 2 ottobre, tra gennaio e settembre, la raccolta di investimenti in startup italiane si attesta a 93,8 milioni di euro, quasi il 31% in meno rispetto ai primi nove mesi del 2016. Un risultato che neppure i due milioni erogati a Biotechware qualche giorno fa da un investitore russo, riusciranno a raddrizzare abbastanza. Solo Satispay ha raccolto in un singolo round (18,3 milioni) più di tutte le altre in un intero trimestre.

Un venture capital un po’ inchiodato
I dati, peraltro, rappresentano un po’ lo specchio della realtà del venture capital in Italia, i cui risultati sono ormai ‘inchiodati’ da tempo. «Da una parte abbiamo un’enorme liquidità, ma questa liquidità non si riversa nell’economia reale - ci spiega Luigi Capello, CEO di LVenture Group e dell’acceleratore capitolino Luiss Enlabs -. Probabilmente tutti questi anni siamo restati bloccati per la paura del rapporto alti rischi/bassi ritorni. Adesso però siamo più fiduciosi perché con l’azzeramento dei rendimenti delle obbligazioni saremo chiamati a considerare nuove asset class, tra queste c’è proprio il venture capital».

Il fondo Lazio Venture
Alcuni passi verso il mercato del venture capital li ha fatti e li sta facendo in questi giorni proprio la Regione Lazio, attraverso l’istituzione di quello che è stato chiamato ‘fondo dei fondi’, Lazio Venture, messo in piedi attraverso le risorse del Por-Fesr 2014/2020 per il sostentamento delle iniziative imprenditoriali della Regione. Il meccanismo di funzionamento prevede che Lazio Venture investa in fondi che, associando per ogni 6 euro di capitale pubblico di Lazio Venture 4 euro di capitale privato, realizzeranno investimenti in startup e imprese innovative del territorio.

Una finanza etica, per il territorio
Malgrado i ritardi, malgrado un cultura italiana piuttosto lacunosa a livello finanziario e, in particolare, negli investimenti in startup, un aspetto che potrebbe essere fondamentale è proprio la cooperazione tra le parti, al fine di far comprendere l’alto potenziale del venture capital proprio nei termini di rischio/rendimento.: «Dobbiamo lavorare insieme agli investitori affinché riescano a considerare il venture capital come classe d’investimento ad alto potenziale di rendimento, ma soprattutto come vero motore per lo sviluppo economico - spiega Luigi Capello -. Non dimentichiamoci poi che il venture capital è una finanza etica, con un forte impatto nel campo dell’occupazione in primis, quindi davvero fondamentale per lo sviluppo del paese. Se oggi si investe in venture capital, nel prossimo futuro potremo avere grandi imprese nel nostro paese e un tasso più alto di occupazione».

Non è colpa delle startup, ma c’è tanto lavoro da fare
Del resto poi c’è anche un altro dato che sappiamo non essere esattamente una novità, quanto piuttosto una conferma. L’86% delle startup italiane è in fase seed, con attività imprenditoriali di recente formazione, spesso sostenute dai cosiddetti finanziamenti all’idea, i primi fondi finanziari utilizzati per lanciare un’attività imprenditoriale innovativa. Solo l’8,6% delle startup è costituito da imprese consolidate, con fatturato superiore a 1 milione di euro. Le startup italiane continuano a mantenere una piccola dimensione, facendo difficoltà a valicare i confini nazionali. Anzi, il 36% ancora oggi non esporta i propri prodotti/servizi in altri Paesi al di fuori dell’Italia. Un cane che si morde la coda perchè se parli con una startup ti dirà che questo dipende dalla mancanza di fondi. Ok, ma davvero le startup non hanno alcuna responsabilità in questa ‘moria’ di investimenti? «Non direi, ma anche qui c’è un grande lavoro da fare - sostiene Capello -. Non dobbiamo mai dimenticarci che il nostro Paese è una fucina di talenti e di risorse, dobbiamo esserne consapevole e dobbiamo riuscire a sostenerli e a dargli gli strumenti e le competenze necessari per essere competitivi sul mercato nazionale e, ancora meglio internazionale. I fundraiser sono ancora troppo ridotti nelle dimensioni, le startup che ce la fanno sono ancora poche e con fatica guadagnano terreno».

Cos’è quindi auspicabile aspettarsi per il prossimo futuro, in base ai dati di oggi?
«Dobbiamo essere ottimisti! Abbiamo tutte le carte in regola per dare un apporto davvero significativo a questo settore. L’importante è riuscire a capire che dobbiamo fare sistema, che è importante collaborare tra investitori, e intendo sia fondi venture capital che investitori istituzionali (come i fondi pensione e le casse di previdenza). Così facendo, nell’arco dei prossimi anni, possiamo davvero riuscire a colmare questo gap che ci separa dagli altri paesi. Una parola d’ordine per tutti noi: concretezza».