15 novembre 2019
Aggiornato 21:30
Startup

I capitali Corporate sono l'alternativa al nuovo Facebook (che non farai mai)

Le startup partecipate da corporate crescono più di quelle partecipate da fondi di investimento. Il corporate venture capital è una buona strada per la sopravvivenza delle startup?

Non sarai mai il nuovo Facebook, ma puoi «accontentarti» dei capitali Corporate (o no?)
Non sarai mai il nuovo Facebook, ma puoi «accontentarti» dei capitali Corporate (o no?) Shutterstock

MILANO - A meno che abbiate in mente qualcosa di completamente «disruptive» che mai si è visto sulla faccia di questa Terra, è molto probabile che non sarete il nuovo Facebook del prossimo decennio. E se fate fatica a raccogliere capitali di rischio (cosa altrettanto probabile nel nostro Paese), potete sempre sperare di essere acquisiti, del tutto o in parte, da una corporate che, sulle startup, sembra aver messo un occhio di riguardo. I dati sono quelli che arrivano dall’Osservatorio sull’Open Innovation e il Corporate Ventur Capital italiano presentanti ufficialmente ieri a Smau Milano, promosso da Assolombarda, Italia Startup e Smau, in partnership con Cerved Group e BTO Research. Crescono le startup innovative partecipate da almeno una corporate che raggiungono 2154 unità (nel 2016 erano 2000) e crescono gli investitori corporate, che passano da 5149 del 2016 ai 6727 del 2017 (+ 31%). Una crescita positiva che segna l’interesse sempre più ampio delle aziende tradizionali nei confronti dell’innovazione, non solo delle Big Company, ma anche delle piccole medie imprese per le quali si registra un incremento che supera il 45%.

E un’ancora di salvezza per le startup che sappiamo non navigare sempre in buone acque, quanto a fatturato e tasso di fallimento. Già, perché stando ai dati, le startup partecipate dalle realtà corporate crescono più di quelle partecipate dai fondi di investimento con ricavi mediani che raggiungono i 16mila euro, contro gli 11mila e 800 di quelle partecipate solo da persone fisiche. Oltre a «morire» nettamente di meno: appena il 4,1% è uscita dal mercato nel corso del 2015, contro il 16% nel caso di realtà partecipate da un investitore specializzato.

Se da una parte le corporate scelgono - nella maggior parte dei casi (73%)- realtà che si occupano di ricerca e sviluppo al fine di incrementare il proprio mercato, dall’altra le startup acquiste possono godere di una serie di vantaggi che non avrebbero nel caso di investimenti da parte dei fondi. E non è solo una questione di soldi. Pensate a un brand di fama internazionale: non solo avrà la strumentazione tecnica per promettere un’ampio sviluppo del prodotto, ma sarà in grado di portare la startup a un livello di mercato che sarebbe altrimenti molto difficile. Consentendo, peraltro, un volume di investimenti significativamente più alto di quello realizzato dalle altre startup innovative, con valori medi che si aggirano intorno ai 60mila euro.

Dicevamo, un’ancora di salvezza. Anche perché si sono praticamente ridotte all’osso le possibilità di diventare il nuovo Google o Amazon, ammettiamolo. Qualcuno parla di fine dell’era startup, sempre se consideriamo una startup alla stregua della quantomai folle ambizione dei fondatori di diventare una vera e propria Global Company. Vuoi che fare innovazione «disruptive» è diventata un’utopia, vuoi che i colossi Tech hanno acquisito una posizione dominante talmente ampia da diventare praticamente monopolisti, nel proprio mercato di riferimento (oltre a farsi le scarpe tra di loro). Insomma, una competizione giocata su alti livelli, molto complessi da raggiungere. Un esempio per schairire le idee. Oltreoceano, dopo l’acquisizione di Whole Foods Market da parte di Amazon, i retailer tradizionali hanno preso d’assalto gli sportelli bancari per sapere se il colosso dello shopping online sarebbe interessato ad acquisirle. E, anche se in questo caso non parliamo di startup, il trend appare piuttosto chiaro. Secondo The Guardian si tratta di una vera e propria emergenza in termini di crescita economica: declino delle startup significa riduzione stessa della crescita.

Il corporate venture capital, a quanto pare, sembra essere una buona strada per la «sopravvivenza» delle startup (sempre che non vengano smembrate dalle Big Company, cosa che accade in realtà molto spesso). Anche perché stando agli ultimi dati di Aifi, in ambito venture capital, gli unici a crescere sono i soldi investiti nel settore early stage, cresciuto in Italia del 24% (43 milioni di euro). Che poi significa mettere nelle startup assegni di piccolo taglio (da 10mila a 500mila euro). Con tutte le conseguenze che ne derivano e che sappiamo essere note (il 50% delle startup fallisce in 3 anni e rimane di dimensioni davvero ridicole). Anche perché le aspettative per questo fine 2017 non sono affatto buone: sempre secondo Aifi, il mercato italiano del private equity, venture capital e private debt ha fatto registrare un ammontare investito pari a 1,9 miliardi di euro, in calo del 61% rispetto ai 4,9 miliardi rilevati al 30 giugno 2016. L'era delle startup come le conosciamo è davvero destinata a finire?