20 novembre 2019
Aggiornato 06:30
venture capital

Le startup, l'addio ai «mega deal» e gli investitori ribelli (che non ci sono)

La prima parte dell’anno ha registrato un ammontare investito pari a 1,9 miliardi di euro, in calo del 61% rispetto ai 4,9 miliardi di euro al 30 giugno 2016

Le startup, l'addio ai «mega deal» e gli investitori ribelli (che non ci sono)
Le startup, l'addio ai «mega deal» e gli investitori ribelli (che non ci sono) Shutterstock

MILANO - «Dobbiamo spingere il mondo del capitale di rischio italiano a rischiare di più, essere ribelli dell’innovazione. Se fossi un fondo investirei solo in innovazioni impossibili». Le parole di Stefano Venturi, Vice Presidente, Amministratore Delegato Gruppo Hewlett Packard Enterprise in Italia, riecheggiano nella Sala Plenaria di Smau Milano nello stesso giorno (ieri) in cui a pochissimi chilometri di distanza l’Aifi stava facendo un altro annuncio: il mercato del Venture Capital è Private Equity dà segni di cedimento. Non quello del segmento early stage che nei primi sei messi dell’anno passa da 35 milioni a 43. Ma questa non è una grande novità: del resto siamo famosi per investire in startup solo assegni di piccolo taglio, giusto per la fase di avvio.

Secondo Aifi e PwC - Transaction Services, la prima parte dell’anno ha registrato un ammontare investito pari a 1,9 miliardi di euro, in calo del 61% rispetto ai 4,9 miliardi di euro al 30 giugno 2016 (Venture Capital e Private Equity). Diminuisce l’expansion a 138 milioni di euro (-74%); il replacement (investimento finalizzato alla riorganizzazione della compagine societaria di un’impresa, in cui l’investitore nel capitale di rischio si sostituisce, temporaneamente, a uno o più soci non più interessati a proseguire l’attività) scende con un ammontare di 128 milioni di euro (erano 812 milioni di euro) pari al 7% del totale. «Le statistiche del primo semestre 2017 sono state caratterizzare dalla carenza di mega deal - ha commentato Francesco Giordano, Partner di PwC Transaction Services, salvo poi correggere il tiro affermando che «il mercato italiano risulta essere comunque molto frizzante con tanti operatori, sia italiani sia internazionali, molto attivi».

Attivi sì, ma che rischiano poco, evidentemente. E lo dimostra l’incremento delle operazioni in fase early stage che sappiamo non andare mai oltre i 500mila euro. Di fatto, ancora una volta, prevalgono le aziende con meno di 50 milioni di fatturato, che rappresentano il 87% del numero totale. Ed erano il 70% nel primo semestre del 2016.

Cosa ci rimane? Il patrimonio. Culturale, artistico, storico (che comunque non riusciamo a valorizzare come si deve) e quello intellettuale, con un’emigrazione di cervelli mai così alta, negli ultimi anni. Magra consolazione se non riusciamo a farli rimanere nel nostro Paese. Serve un cambio di rotta, nel mercato dei capitali di rischio. A pensarla così anche Agostino Santoni di Cisco Italia, intervenuto sempre ieri all’inaugurazione ufficiale di Smau Milano: «Dobbiamo assolutamente fare un salto di qualità negli investimenti sulle nostre startup: cambiare scala, per fare in modo che la nostra capacità di creare innovazione diventi per il nostro paese un patrimonio di competitività, occupazione e crescita», ha detto lui. Guardando anche agli interventi legislativi che negli ultimi anni hanno dimostrato di riuscire a stare al passo con i tempi (salvo poi scontrarsi spesso con i servizi analogici capillarmente distribuiti sul nostro territorio): «Se in passato potevamo dirci che non c’era nel Paese un percorso per ragionare sull’innovazione, per iniziare a integrarla nelle strategie di crescita, oggi non possiamo più dirlo. Dobbiamo muoverci - ha continuato Santoni -. Nel resto del mondo i settori chiave della nostra economia – il manifatturiero, l’agroalimentare, il turismo, il retail di qualità –  crescono grazie all’integrazione con le nuove tecnologie, sostenuta da cifre di tutt’altro calibro rispetto a quelle che esprimiamo noi oggi».

Intanto continuano a proliferare le startup: ormai hanno raggiunto praticamente le 8mila unità (in 5 anni). Merito anche della procedura online semplificata che, per quanto complessa, permette di eliminare la voce ‘notaio’ dalla lista delle spese (sì, adesso si possono fare ufficialmente online e sono oltre 400 al 31 marzo 2017). E merito di questi investimenti in early stage che crescono. Con investirori che erogano a tanti. Ma poco a ciascuno.

Una speranza per il venture capital italiano potrebbe arrivare dalla recente decisione della BEI (Banca europea per gli investimenti) di investire (100 milioni) nel fondo Italia Venture I, la SGR controllata da Invitalia, l’Agenzia Nazionale per lo Sviluppo, che dal 2015 investe a sua volta in startup innovative attraverso co-investimenti con investitori privati, nazionali e internazionali. Si spera. Perchè a quanto pare le startup italiane sono molto più «legate» agli investimenti bancari che a quelli in equity. Secondo quanto dichiarato da Massimo Nesi, di LVenture Group, «per ogni euro di equity ce ne sono 1,6 di debito», con un sistema bancario che tra gennaio e giugno 2017 avrebbe erogato alle startup innovative italiane 120 milioni di euro, contro i 75 milioni di investimenti in equity (sempre nello stesso periodo di riferimento).