12 dicembre 2019
Aggiornato 05:00
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Fintech: regole sì, ma fatte con le startup

Tutti d'accordo a una normativa a sostegno del Fintech a patto che siano date regole per tutti. Ma soprattutto che la normativa sia condivisa dalle startup

Fintech: regole sì, ma fatte con le startup
Fintech: regole sì, ma fatte con le startup Shutterstock

ROMA - Regole sì, ma che non frenino l’innovazione e siano uguali per tutti. Sono d’accordo anche le banche nel supporto al Fintech, il cui emendamento - approvato dalla Commissione Finanze - è pronto per andare a quella di Bilancio proprio in questi giorni. Regole per incanalare il mercato e supportare le startup. Oltre 700 quelle che, dal 2014 a oggi hanno ricevuto finanziamenti per 25,7 miliardi di dollari, a livello globale. E quelle che hanno ricevuto più investimenti sono poi quelle che operano in settori ancora non considerati dalle normative (+205%), secondo l'Osservatorio del Politecnico di Milano. Le nuove regole servono, quindi, a patto che siano scritte da tutti, dagli startupper ai banchieri.

Anche perché la paura maggiore (per le Banche, ndr.) è che l’assenza di normativa, combinata alla raccolta di ingenti capitali, possa addirittura portare le Fintech ad avere una posizione dominante. O meglio, di «abuso dominante». Una paura espressa dalla stessa Intesa Sanpaolo, il cui presidente Gian Maria Gros-Pietro ha fatto leva proprio sul paradigma «same service, same risk and same rules». Di supporto anche Giovanni Sabatini, dg dell’Abi (associazione bancaria italiana) secondo cui la Fintech «non deve essere ostacolata ma a essa vanno comunque applicate delle regole per evitare zone d’ombra sulle garanzie per i consumatori e la solidità della vigilanza».

Leggi sì, ma a favore dell’innovazione. Anche perché se, almeno fino ad ora, le startup Fintech non sono riuscite a conquistare grandi quote di mercato, se non altro sono state fonte di innovazione per gli incumbent. Un caso emblematico è quello di Hype, l’app messa a punto dall’acceleratore SellaLab (di Banca Sella), un conto di moneta elettronica che mette a disposizione un IBAN e una carta di pagamento virtuale, disponibile gratuitamente anche in versione «fisica» e dotata di tecnologia contactless, per effettuare pagamenti di prossimità. L’innovazione sviluppata dalla startup Hype è quindi servita a Banca Sella - già attenta da anni al digitale - a entrare ancora più insistentemente nel mondo dell’innovazione.

«Le Fintech, almeno finora, non hanno portato ad una chiara disruption di componenti del mercato o sono riuscite ad imporsi su un servizio o un segmento dell’intermediazione finanziaria - ha detto Marco Giorgino, Responsabile Scientifico dell’Osservatorio Fintech & Digital Finance -. Quello che però spesso è rilevante considerare è la principale impronta che lasciano queste aziende, costituita dalle nuove direzioni e frontiere che aprono, dai nuovi modi di operare e dalle nuove competenze che possono essere di stimolo e di supporto per gli attori tradizionali e per i propri processi di cambiamento».

Regole sì, ma che servano all’innovazione e non finiscano poi per ostacolarla. Come? Un buon rimedio per le startup italiane è rappresentato dal «sandobox», peraltro contenuto come misura auspicabile nell’emendamento che andrà alla Commissione Bilancio. Si tratta di ‘recinto regolamentare’ dove le startup possono operare liberamente anche eludendo le leggi per poter testare il proprio prodotto, ovviamente sotto la supervisione delle autorità di vigilanza. Trentasei mesi dove le imprese innovative testano i loro prodotti su un numero limitato di utenti, senza l’obbligo di dover sottostare alle massive regolamentazioni. Un sistema che importeremmo dal Regno Unito, la cui autorità di regolamentazione finanziaria, nel 2014, ha aperto il suo sandbox per le applicazioni di società finanziarie e tecnologiche che supportano servizi finanziari. I candidati possono, così, testare nuove idee per un periodo da tre a sei mesi con consumatori reali in base a normative meno rigide. Fino ad ora il sandbox britannico ha supportato quasi 70 aziende.

Regole sì, quindi. Ma fatte con gli startupper. Anche perché il rischio di fare danni è ingente. Un esempio? La prima normativa Consob per il mercato dell’equity crowdfunding entrata in vigore ormai 5 anni fa e inizialmente piuttosto ferrea, ha in parte limitato il possibile sviluppo dello strumento nel mercato italiano. I risultati ottenuti quest’anno, dove l’equity crowdfunding è stato capace di raccogliere ben 11 milioni di euro, sono anche frutto dell’apertura adottata in questi anni dalla stessa Consob, resasi disponibile ad «aprire» la normativa agli addetti ai lavori. L’intervento di chi conosce il mercato è quindi fondamentale per una giusta normativa. Leggi sì, ma condivise.