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Web Tax, quanto guadagnano e quanto pagano i colossi del Web in Italia

L'Ue ha deciso per una web tax comune da applicarsi ai colossi Web. Ma quanto guadagnano e quanto pagano di tasse in Italia?

Web Tax, quanto guadagnano e quanto pagano i colossi del Web in Italia
Web Tax, quanto guadagnano e quanto pagano i colossi del Web in Italia (ANSA)

ROMA - Il successo dei colossi Tech? Da Google a Facebook, da Amazon a Booking. Se fatturano milioni di euro è anche perchè non pagano le tasse e, nei Paesei Europei, evadono facilmente il fisco. Secondo alcuni dati i colossi web di Oltreoceano (AirBnb, Amazon, Booking, Facebook, Google e Twitter) pagherebbe nel nostro Paese solo 9 milioni di tasse, una cifra piuttosto esigua se confrontata al loro enorme fatturato. Meglio fatturare nei paradisi fiscali e tenersi i propri guadagni nelle tasche, invece che elargire i propri averi allo Stato italiano.

La web tax dell’Unione Europea
Per questo motivo l’Unione Europea ha deciso di preparare una web tax comune, spinta anche dai grandi Paesei come Francia, Italia, Germania e Spagna, i quali hanno scritto una dichiarazione politica da portare all’ecofon di Tallin, previsto per venerdì e sabato prossimi. L’obiettivo è quello di formulare una regolamentazione che garantisca l’entrata fiscale di questi giganti, i quali devono essere tassati in tutti i Paesi dove producono reddito e non soltanto in quello in cui detengono la base fiscale. Con riferimento al mercato europeo per Google e Facebook i loro ricavi di gruppo sono concentrati in Irlanda: il ricavo dichiarato e tassato in Italia non supera lo 0,3 per cento per Google e lo 0,1 per Facebook dei rispettivi totali contro un ricavo che corrisponde a transazioni localizzate in Italia stimate pari a circa il 2,4% per Google, e al 2,8% per Facebook.

Pubblicità online, il giardino dell’Eden
Ma su cosa fanno davvero i soldi giganti come Google e Facebook? Buona parte del loro fatturato arriva dalla pubblicità online, uno dei pochi mercati che - nonostante tutto - non conosce crisi, con un giro d’affari che ha registrato più 41% tra il 2010 e il 2015. L’intero settore della pubblicità online, secondo i dati Nielsen, ha chiuso il 2016 con un incremento dell’8% dei ricavi a 2,28 miliardi di euro, piazzandosi nettamente al secondo posto come tipologia preferita dagli investitori pubblicitari, con una quota del 27,7%. In realtà l’incremento dell’8% messo a segno dal settore online nasconde soprattutto un aumento di search e social, le aree in cui sono attive Google e Facebook. Negli Stati Uniti, Google e Facebook hanno rappresentato il 99% della crescita dei ricavi della pubblicità negli Stati Uniti, acquisendo un totale del 77% della spesa lorda nel 2016, in crescita rispetto al 72% del 2015. Mark Zuckerber e Sundar Pichai detengono quindi il dominio di questo fiorente mercato, a discapito delle piccole imprese del territorio.

Fatturati e tasse in Italia
I fatturati delle Big Companies quindi salgono. Mai quanto le tasse pagate. Secondo il registro delle imprese delle Camere di Commercio, in Italia, Facebook ha registrato nel 2015 7,5 milioni di ricavi delle vendite e delle prestazioni e ha pagato un totale di imposte sul reddito d’esercizio di 203mila euro (erano 305mila nel bilancio 2014). Ancora più piccoli i numeri di Twitter e Airbnb: il conto economico dell’azienda dei famosi cinguettii riporta un totale valore della produzione di 3,9 milioni di euro e 112mila euro di imposte nel 2015 (32mila nel 2014). Mentre il portale degli affitti più utilizzato al mondo riporta 1,5 milioni di ricavi e 45mila euro di tasse pagate in Italia (39mila euro l’anno prima). Più importanti, si fa per dire, i conti di Google, Amazon e Booking. Il colosso di Mountain view nel 2015 ha pagato 2,231 milioni al Fisco italiano (2,186 nel 2014), mentre il sito per le prenotazioni ha sborsato 3,895 milioni (753mila euro l’anno prima). Infine Amazon, che secondo il bilancio del 2016 ha ricevuto un conto dal Fisco per quasi 2,6 milioni (1,5 nel 2015).

Quanto guadagna Amazon
Emblematico il caso di Amazon. Anche il colosso di Jeff Bezos avrebbe avuto in Italia una «stabile organizzazione» e avrebbe operato in maniera occulta generando redditi sui quali poi non avrebbe pagato le tasse. Per il fisco italiano Amazon avrebbe evaso in tutto 130 milioni di euro, per un giro d’affari che tra il 2011 e il 2015 ha superato i 2,5 miliardi di euro. Il gigante di Seattle non avrebbe quindi dichiarato ai fini Ires qualcosa come 85 milioni di euro e non avrebbe versato ritenute per circa 35 milioni. Per Amazon, però, è tutto ok, perché la società pagherebbe le imposte in tutti i Paesi e le pagherebbe sugli utili e non sui ricavi e «i nostri utili sono rimasti bassi a seguito degli ingenti investimenti e del fatto che il business retail è altamente competitivo e offre margini bassi», sostiene aggiungendo di aver dal 2010 investito «più di 800 milioni di euro» in Italia dove attualmente ha «una forza lavoro a tempo indeterminato di oltre 2.000 dipendenti».

Il pasticcio italiano
Solo lo scorso maggio la Commissione Bilancio aveva approvato un emendamento a firma Boccia che introduce un meccanismo per un accordo preventivo tra le multinazionali del web e il Fisco. In particolare il decreto prevede una forma di cooperative compliance nei confronti delle web companies che permetta all’Agenzia delle Entrate di avviare una serie di interlocuzioni con le imprese digitali, per raggiungere un accordo preventivo con il fisco italiano, sulla base di un modello già sperimentato e che ha già funzionato in altri settori. Si applica a tutti i gruppi multinazionali con ricavi consolidati superiori a 1 miliardo di euro e che effettuino cessioni di beni e prestazioni di servizi nel territorio dello Stato per un ammontare superiore a 50 milioni di euro. Per intenderci non c’è nessun obbligo di aprire partita Iva, ma Google deve collaborare con l’Agenzia delle Entrate per stabilire se ha una ‘stabile organizzazione’ Italia e quindi pagare una tassazione superiore. In cambio, Google otterrebbe uno sconto sulle sanzioni applicabili dall’Agenzia delle Entrate. Insomma, se collabori ti eviti controlli e contestazioni. La norma, peraltro, aveva sollevato le ire del presidente di Confindustria Digitale Elio Catania, contrario «a risolvere problemi globali, come quelli relativi alla fiscalità dell’economia digitale, attraverso un’iniziativa  nazionale unilaterale. Neanche possiamo condividere l’idea che una riforma della disciplina fiscale passi attraverso l’istaurazione di un regime di tassazione speciale per il settore digitale. Questa impostazione è antistorica».