29 marzo 2020
Aggiornato 14:30
web tax

La web tax al 3% per le imprese digitali: cosa c’è da sapere

Le proposte presentate dalla Commissione sono essenzialmente due. Ecco i dettagli

BRUXELLES - La Commissione europea ha proposto oggi le nuove regole per garantire che le attività del commercio digitale siano tassate in modo equo e favorevole alla crescita nell'UE. In particolare la proposta provvisoria (ce n’è anche un’altra più di lungo periodo, ndr.) prevede che i giganti del web, quelli che hanno fatturato globale superiore ai 750 milioni di euro e un fatturato generato nell’Unione pari almeno a 50 milioni di euro, debbano versare un’aliquota del 3% sul fatturato medesimo. Una percentuale che dovrebbe garantire 5 miliardi di euro di entrate aggiuntive.

Il recente boom delle imprese digitali, come le aziende di social media, le piattaforme collaborative e fornitori di contenuti online, ha dato un grande contributo alla crescita economica nell'UE. Tuttavia, l’attuale vuoto normativo, ha creato una situazione all’interno della quale si è generato un vero e proprio buco delle entrati fiscali all’interno dell’Unione Europea. I profitti derivanti dalle attività lucrative, come la vendita di dati e contenuti generati dagli utenti, non sono catturate dalle attuali norme fiscali. In questo senso la Commissione ha cercato un modo per garantire che l’economia digitale sia tassata in modo equo, favorevole alla crescita e sostenibile.

La questione dei ricavi generati dai colossi del web, negli ultimi tempi, è stata particolarmente sentita. Con riferimento al mercato europeo per Google e Facebook i loro ricavi di gruppo sono concentrati in Irlanda: il ricavo dichiarato e tassato in Italia non supera lo 0,3 per cento per Google e lo 0,1 per Facebook dei rispettivi totali contro un ricavo che corrisponde a transazioni localizzate in Italia stimate pari a circa il 2,4% per Google, e al 2,8% per Facebook. Ma su cosa fanno davvero i soldi giganti come Google e Facebook? Buona parte del loro fatturato arriva dalla pubblicità online, uno dei pochi mercati che - nonostante tutto - non conosce crisi, con un giro d’affari che ha registrato più 41% tra il 2010 e il 2015. Negli Stati Uniti, Google e Facebook hanno rappresentato il 99% della crescita dei ricavi della pubblicità negli Stati Uniti, acquisendo un totale del 77% della spesa lorda nel 2016, in crescita rispetto al 72% del 2015.

Le proposte presentate dalla Commissione sono essenzialmente due. La prima iniziativa mira a riformare le norme relative all'imposta sulle società in modo che gli utili siano registrati e tassati dove le imprese interagiscono in modo significativo con gli utenti attraverso i canali digitali. La seconda proposta risponde all'invito di diversi Stati membri a un’imposta provvisoria, la quale copre - appunto - le principali attività digitali che attualmente sfuggono del tutto all'imposizione fiscale nell'UE.

Riforma delle norme UE in materia di imposta sulle società per le attività digitali
La proposta consentirebbe agli Stati membri di tassare i guadagni che sono generati nel loro territorio, anche se l'azienda non ha un’effettiva presenza fisica nel territorio medesimo. Le nuove norme garantirebbero alle imprese online di contribuire alle finanze pubbliche allo stesso livello delle società tradizionali. Si riterrà che una piattaforma digitale abbia una «presenza digitale» imponibile o una «presenza virtuale permanente» in uno stato membro se soddisfa una serie di requisiti e quindi supera la soglia di 7 milioni di euro di entrate annue in uno Stato, ha più di 100mila utilizzatori all’anno all’interno dello Stato, oltre 3mila contratti commerciali per servizi digitali stipulati tra l’azienda e altre presenti nello Stato.

Imposta provvisoria su alcune entrate provenienti dalle attività digitali
Questa imposta provvisoria assicura che le attività che attualmente non sono tassate comincino a generare entrate immediate per gli Stati membri. Essa contribuirebbe inoltre ad evitare misure unilaterali volte a tassare le attività digitali in alcuni Stati membri, il che potrebbe dar luogo a un mosaico di risposte a livello nazionale che sarebbe dannoso per il nostro mercato unico. A differenza della riforma comune dell'UE delle norme fiscali di base, questa imposta indiretta si applicherebbe a redditi creati a partire da talune attività digitali che sfuggono completamente all'attuale quadro fiscale, in particolare quelle attività dove gli utenti svolgono un ruolo importante nella creazione di valore. Sono inclusi i ricavi generati dalla vendita di spazi pubblicitari online creati a partire da attività di intermediario digitale che consentono agli utenti di interagire con altri utenti e che possono facilitare la vendita di beni e servizi tra loro e ricavi creati dalla vendita di dati generati da informazioni fornite dall'utente. Il gettito fiscale sarebbe riscosso dagli Stati membri in cui sono stabiliti gli utenti e si applicherebbe soltanto alle imprese con un fatturato totale annuo a livello mondiale di 750 milioni di euro e un fatturato UE di 50 milioni di euro. Ciò contribuirà a garantire che le nuove imprese più piccole e le imprese in fase di espansione rimangano libere da oneri.

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