Sharing economy, cosa c'è dentro la Risoluzione approvata dal Parlamento UE

Sarà il Parlamento Europeo a individuare le linee guida e gli Stati membri a studiare una normativa di attuazione. Niente iniziative dei singoli parlamenti nazionali: l'obiettivo è quello di creare un sistema unico, con uguali diritti e doveri all'interno dell'UE

Sharing economy, cosa c'è dentro la risoluzione approvata dal Parlamento UE
Sharing economy, cosa c'è dentro la risoluzione approvata dal Parlamento UE (Shutterstock.com)

TORINO - Il primo passo per una strategia UE bilanciata, capace di generare impatti positivi in termini di occupazione, di crescita economica e sostenibile dei territori. Non una minaccia per l’economia tradizionale, ma una nuova forma di integrazione, dove il pilastro portante sono le scelte sociali fatte dai consumatori. Sono questi alcuni punti della Risoluzione approvata dal Parlamento di Strasburgo in merito alla sharing economy o, per dirla all’italiana, all’economia collaborativa.

La Risoluzione sulla sharing economy
Un fenomeno economico e sociale, infatti, che in molti casi ha causato non poche polemiche, arrivando addirittura alla protesta e allo scontro in strada, come nell’emblematico caso di Uber. E questo perché l’economia collaborativa, secondo i dati riportati nella relazione, ha generato ricavi per 3,6 miliardi di euro nel 2015, con una crescita annua superiore al 25%. Ricavi che mettono al palo i professionisti tradizionali: un po’ in tutte le parti d’Europa, laddove sono insorte proteste ai danni di chi operava in economia collaborativa, le cause principali si riconducono, infatti, a questioni fiscali e di tutela dei nuovi impiegati, come nel caso delle proteste per i riders di Foodora. Questioni che la normativa dovrebbe risolvere, mentre restano ancora nel limbo delle zone più grigie.

No a regolamentazioni nazionali contraddittorie
Di fatto, la Risoluzione approvata dal Parlamento, invita gli Stati membri a considerare l’economia collaborativa come una grande opportunità dal punto di vista occupazionale e ambientale, giacché propone forme economiche anche più sostenibili. E soprattutto li invita a considerare con grande attenzione la normativa già esistente, al fine di evitare la nascita di regolamentazioni nazionali diverse tra di loro e contraddittorie. La parola d’ordine, infatti, è: semplificare. Laddove il Parlamento Europeo individua le linee guida e i principi fondamentali dell’economia collaborativa, dall’altra gli Stati membri avranno il compito di individuare le normative di attuazione. L’obiettivo è creare un mercato europeo unico, dove tutti gli attori della sharing economy possano avere gli stessi diritti e gli stessi doveri. E lo si dovrà fare, senza obiezioni di causa: il Parlamento ha infatti chiesto espressamente alla Commissione l’apertura di procedure di infrazione verso gli Stati che legiferano male e non perseguono quindi gli obiettivi comuni.

Concorrenza e adempimento degli obblighi fiscali
Il regime fiscale è una delle maggiori cause che hanno innescato le lotte di questi anni tra attori della sharing economy e professionisti tradizionali. Lo sviluppo dell’economia collaborativa ha, tuttavia, favorito una maggiore concorrenza e spinto gli operatori esistenti a concentrarsi sulle reali richieste dei consumatori. In questo senso il Parlamento UE incoraggia la Commissione a creare le condizioni per una concorrenza equa tra piattaforme e imprese tradizionali: libero flusso dei dati, nonché la loro portabilità e interoperabilità, utile per evitare la dipendenza da un determinato fornitore (lock-in); maggiore tracciabilità delle transazioni economiche consentita dalle piattaforme online per garantire l’adempimento degli obblighi fiscali. In questo senso è necessaria una maggiore collaborazione tra piattaforme e autorità competenti. Un caso emblematico è quello di AirBnb che ha recentemente siglato con il Comune di Genova un accordo per la riscossione della tassa di soggiorno e si prepara ad attuare la stessa procedura anche in altre città d’Italia, ma rifiuta categoricamente la tassazione imposta a livello nazionale dalla ‘manovrina’.

Fatica nella crescita
Intanto permane il problema delle startup che stentano a crescere nel territorio europeo, un po’ per la mancanza di fondi (problema ormai risaputo) e un po’ perché la normativa non è chiara e manca un soggetto unico con cui interloquire. Del resto, delle prime 10 aziende per fatturato, solo una - Blablacar - è nata in Europa e ha varcato i confini dei singoli stati, mentre le altre sono tutte multinazionali americane. In Italia si contano 138 piattaforme collaborative, secondo l’ultimo censimento fatto nel 2016 da Collaboriamo. Ma sono tutte esperienze limitate che, purtroppo, non varcano i confini.