27 giugno 2019
Aggiornato 12:00
lavoro

Cos'è il Jobs App e perchè potrebbe essere il contratto per la Gig Economy

Il nuovo contratto applicabile e proposto con il nome di Jobs App dovrebbe prevedere una retribuzione variabile legata alle consegne e non a una pag oraria; un minimo contrattuale di retribuzione; una percentuale fissa

ROMA - E’ il lavoro on demand dove la domanda di mercato è subordinata a un’esigenza specifica, qui e ora. La chiamano anche sharing economy, o meglio gig economy, la cosiddetta economia collaborativa che ha conquistato in modo particolare il settore del food delivery, ovvero delle consegne di cibo a domicilio. Sarà che il fenomeno della gig econmy ha ormai pervaso il mondo del lavoro. Sarà forse anche un po’ una moda, un lifestyle, quello che induce a vestirsi di uniforme colorata per scorrazzare tra il traffico della città a consegnare sushi o pesce fritto. Sarà che se una decina d’anni fa, per mantenersi gli studi, si andava a lavorare al bar o al supermercato, oggi, invece, ci si affida alle piattaforme online. Un fenomeno che, tuttavia, ha scatenato le ire dei riders, manifestatesi in modo particolare a Torino, dove i ‘collaboratori’ di Foodora hanno messo in atto un vero e proprio sciopero, denominato anche ‘il primo sciopero della sharing economy’.

Il Jobs App
Come spesso accade i dissidi nascono da una mancata regolamentazione del fenomeno che, data l’innovatività e la presenza del web, resta comunque difficile da inquadrare. Tanto si è detto sulla legge relativa alla sharing economy, attualmente a un punto fermo, ma oggi spunta un’altra forma di contatto, ipotizzata dall'avvocato Francesco Rotondi dello studio legale LabLaw, il Jobs App, che un po’ prende spunto (solo per il nome) dal Jobs Act, la legge introdotta in Italia dall’ex governo di Matteo Renzi. Questo nuovo mondo, compreso nella denominazione generica di economia collaborativa, ha bisogno di una regolamentazione completamente nuova, diversa dagli schemi di lavoro applicabili ad altri settori e obsoleti per questa forma di mercato.

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Non si possono applicare le ‘vecchie’ forme di lavoro
La Gig Economy è, infatti, caratterizzata dall’assenza di un orario prestabilito dove sono i collaboratori a decidere se e quando offrire la propria prestazione lavorativa: on demand, appunto, quando la domanda si manifesta, in tempo reale, peraltro. In questo senso, aziende come Foodora, Deliveroo e AirBnb si configurano come intermediari tra consumatori e collaboratori autonomi. Queste prestazioni, secondo Rotondi, non sono inquadrabili nelle attuali fattispecie di lavoro subordinato, autonomo o di collaborazione coordinata e continuativa. Serve un contratto di lavoro ibrido in cui le tutele non sono garantite dal posto di lavoro ma nel e dal mercato del lavoro.

Cosa prevede il Jobs App
Partendo dal presupposto che il lavoro della gig economy prevede alcune caratteristiche del lavoro subordinato, il nuovo contratto applicabile e proposto con il nome di Jobs App dovrebbe prevedere una retribuzione variabile legata alle consegne e non a una pag oraria; un minimo contrattuale di retribuzione; una percentuale fissa, obbligatoria e aggiuntiva su ogni retribuzione (0,30 centesimi) per alimentare un fondo di categoria che servirà a finanziare una serie di prestazioni sociali e un sistema di welfare per il settore (malattia, assicurazione sanitaria, ecc., per intenderci).