25 giugno 2017
Aggiornato 03:30
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Gig economy, cambiare tutto affinchè non cambi nulla

La ricerca di Uiltucs scatta una fotografia ben precisa del fenomeno della Gig Economy, qui in Italia. I gig workers sono consapevoli di svolgere dei lavoretti che servono per arrotondare, proprio come accadeva 20 anni fa

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MILANO - Sarà che il fenomeno della Gig Econmy ha ormai pervaso il mondo del lavoro. Sarà forse anche un po’ una moda, un lifestyle, quello che induce a vestirsi di uniforme colorata per scorrazzare tra il traffico della città a consegnare sushi o pesce fritto. Sarà che se una decina d’anni fa, per mantenersi gli studi, si andava a lavorare al bar o al supermercato, oggi, invece, ci si affida alle piattaforme online. Non è un caso se i gig workers italiani sono principalmente uomini (84%), vivino al Nord (50%) e sono per la maggiore giovani (18-34 anni, 55%). Mentre nella fascia di età 35-54 anni si piazza il 28% dei rispondenti. La ricerca di Uiltucs scatta una fotografia ben precisa del fenomeno della Gig Economy, qui in Italia, che ha poco a che vedere con le polemiche intercorse negli scorsi mesi a seguito dello sciopero dei riders di Foodora.

La consapevolezza del lavoretto per arrotondare
Sì, perché la consapevolezza è alta e rispecchia una generazione che ha le stesse necessità della precedente: si sceglie la Gig Economy per necessità, quando non si trova lavoro e allora «l’importante è che mi paghino» oppure per farsi largo nel mondo del lavoro «ma il lavoro va svolto fuori. Lavorare direttamente sulle piattaforme significa fare concorrenza al ribasso con frotte di indiani, cinesi, est europei, il più delle volte incapaci, ma che distruggono il mercato». I più fortunati ottengono anche mance e affiancano i nuovi driver. Ma ciò che emerge chiaramente è che la Gig Economy non è nient’altro che il lavoretto part-time e temporaneo che sceglievamo 20 anni fa, nell’attesa di trovare di meglio.

I gig workers sono laureati
Anche perché i gig workers hanno una laurea di secondo livello (31%), seguiti da licenza media superiore (25%) e a pari merito (19%) la laurea di primo livello e il master o corsi post-laurea. Solo il 6% dichiara di avere la licenza di scuola elementare. Una prima evidenza offerta dall’indagine è la diversità dei lavori svolti dagli intervistati. Si va dal muratore al consulente per aziende in remoto, dal pizzaiolo all’ex impiegato di una multinazionale all’estero, dal pasticciere al grafico. Altro dato che conferma la periodicità di questa soluzione. Il 60% dei rispondenti ha dichiarato che ha lavorato almeno una volta nell’ultimo anno attraverso le piattaforme della gig economy. Il 25% invece lavora attualmente su una o più piattaforme in maniera costante. Come per le esperienze di lavoro passate, anche nel caso dei «lavoretti» online c’è una grossa varietà di risposte. Il settore più grosso è rappresentato dai lavori creativi/informatici sul proprio computer (35%). Seguono «Taxi o altro tipo di guida (fattorino)» col 20%. Al terzo posto si piazzano i lavori di ufficio, compiti brevi o «click work» tipo la moderazione di commenti e immagini online col 15%.

Orari e stipendi
Anche il tempo dedicato alle attività di Gig Economy è molto labile e flessibile e, di fatto, conferma la maggior parte delle persone lo svolge per arrotondare. Il 50% dei partecipanti al questionario ha risposto che dedica fino a 2 ore al giorno per il lavoro su piattaforme. Il 25% ha dichiarato di lavorare per più di 4 ore al giorno. Il 74% degli intervistati guadagna fino a 5mila euro all’anno. Mentre il 16% riesce a ottenere guadagni superiori ai 15mila euro all’anno. Segno chiaro della cosiddetta dinamica «winner takes all» della gig economy: cioè, da un lato molti lavoratori che guadagno poco e dall’altro pochi che guadagnano molto. Chiaramente nessuno ha applicato un contratto collettivo nazionale di lavoro.  La maggior parte ha un pagamento a cottimo, contratti a progetto o prestazioni occasionali. Un po’ come accadeva 15-20 anni fa (ognuno di noi ha, purtroppo, lavorato in queste condizioni). Il 67% ha dichiarato di avere «nessuna garanzia» tipo contributi, indennità di malattia, ferie, maternità, previdenza integrativa. Mentre il 20% risponde di avere come elemento di garanzia la flessibilità oraria. Riscontri interessanti si hanno dall’approfondimento sulle garanzie richieste. L’indennità di malattia è la garanzia più richiesta e desiderata per il lavoro su piattaforma online.

Bene Deliveroo
La consapevolezza di un lavoro temporaneo porta la maggior parte delle persone a esprimere un commento positivo nei confronti delle piattaforme online, in particolare di Deliveroo che sembra essere una delle soluzioni più utilizzate. «Posso parlare solo positivamente di Deliveroo. Il tutto si sviluppo attorno all'applicazione principale che una volta installata sul telefonino ci permette di loggarsi-entrare in turno, sloggarsi-uscire dal turno ricevere ordini e consegnarsi al cliente. Tutti questi dati sono raccolti dal server che a fine mese calcolerà automaticamente il nostro stipendio. Anche gli orari di lavoro si concordano su un altra piattaforma online (staffomatic). Deliveroo fornisce tutti gli strumenti necessari al lavoro senza caparre o altro (zaino, casco, batteria extra per cellulare, accessori, bici, giacca a vento ecc)». Nessuno consiglierebbe questo lavoro a tempo pieno, ma «per arrotondare» è una buona alternativa.