23 luglio 2019
Aggiornato 04:30
Nomine UE

Von der Leyen (poco incisiva) non convince l'Europarlamento

Si comincia a parlare di un possibile rinvio, forse addirittura a settembre, del voto della plenaria di Strasburgo, inizialmente (e tuttora) previsto per martedì prossimo.

Ursula von der Leyen, presidente designata per la futura Commissione europea
Ursula von der Leyen, presidente designata per la futura Commissione europea ANSA

BRUXELLES - Non sta andando benissimo la presidente designata per la futura Commissione europea, la tedesca Ursula von der Leyen, nella sua offensiva in corso per cercare di assicurarsi l'appoggio della maggioranza assoluta del Parlamento europeo. Tanto che si comincia a parlare di un possibile rinvio, forse addirittura a settembre, del voto della plenaria di Strasburgo, inizialmente (e tuttora) previsto per martedì prossimo.

La Conferenza dei presidenti (i capigruppo politici più il presidente dell'Assemblea) deciderà domani l'agenda della sessione plenaria della prossima settimana, dal 15 al 18 luglio, a Strasburgo. Sul tavolo, hanno riferito stasera fonti dell'Europarlamento, «ci sono tutte le opzioni: voto martedì, voto mercoledì o posporre il tutto a dopo l'estate».

Per le sua audizioni di fronte ai gruppi politici del Parlamento europeo, oggi a Bruxelles, la Von der Leyen, cristiano democratica affiliata al Ppe (182 seggi) è stata prima dai Conservatori dell'Ecr (62 seggi), dai socialisti di S&D (154 seggi), e dai liberali di «Renew Europe» (108 seggi), mentre nel pomeriggio, dopo un breve intervento nella Conferenza dei presidenti, ha incontrato i Verdi (74 seggi). Domani vedrà la Sinistra unitaria europea (Gue, 41 seggi) e, caso senza precedenti, una delegazione nazionale dei non iscritti: i 14 eletti del M5s. Non è stato annunciato alcun incontro, invece, con il gruppo sovranista «Identità e Democrazia» (Id, 73 seggi), in cui siedono gli eurodeputati della Lega e quelli del Rassemblment national di Marine Le Pen.

Fra le novità durante le audizioni, Von der Leyen ha annunciato che, in omaggio alla parità di genere, chiederà che ogni governo le proponga due candidati commissari, un uomo e una donna, fra cui scegliere. Inoltre, si è detta disponibile a concedere più tempo ai britannici, se non saranno pronti per la Brexit alla scadenza del 31 ottobre.

Per il tema dell'immigrazione, ha ribadito che è importante la riforma del regolamento dell'asilo di Dublino, che «i paesi costieri non devono essere lasciati soli», e ha sottolineato «l'obbligo di soccorrere le persone in pericolo in alto mare».

Per ora sono già arrivate delle reazioni negative, anche se ancora prudenti, soprattutto dai Socialisti (e in particolare dagli italiani del Pd) e dai due co-presidenti dei Verdi, Ska Keller e Philip Lamberts (che Von der Leyen aveva già incontrato lunedì).

Per gli eurodeputati del Pd, la presidente designata è stata «molto deludente», nonostante «positivi impegni sull'ambiente e su alcuni temi sociali». Da parte di Von der Leyen, hanno sottolineato i Democratici, «sono mancate risposte chiare su questioni dirimenti come «la flessibilità per i bilanci pubblici, il rilancio degli investimenti, la riforma di Dublino sul sistema comune d'asilo, i salvataggi in mare e la difesa dello stato di diritto». Gli eletti del Pd non hanno ancora minacciato il loro voto contrario alla candidata designata, ma, hanno sottolineato, «occorre un negoziato approfondito che porti a impegni chiari e inequivocabili sul programma della futura Commissione».

I Verdi Keller e Lamberts, da parte loro, hanno alzato molto la posta per rientrare nella eventuale maggioranza che si sta cercando di costituire con i gruppi più europeisti, e che finora non li ha coinvolti. Esigono dei commissari verdi con portafogli di rilievo, e un programma molto più ambizioso e completo su clima e ambiente, rispetto agli impegni un po' generici che Von der Leyen ha menzionato. E hanno messo sul tavolo come priorità la questione della gestione degli sbarchi dei migranti, su cui la presidente designata non ha detto granché di nuovo.

I Liberali di Renew Europe le hanno chiesto soprattutto di chiarire le sue intenzioni riguardo alla continuazione del processo per la difesa dello stato di diritto a carico della Polonia e dell'Ungheria, vista la tendenza dei regimi autoritari al governo in quei due paesi a negare la divisione dei poteri, la libertà accademica e la libertà e il pluralismo dei media. Von der Leyen ha fornito anche qui risposte piuttosto vaghe, e ha dato l'impressione di non dare davvero priorità alla difesa dello stato di diritto, che, ha detto, è innanzitutto compito della Corte europea di Giustizia.

Da notare che stamattina, nell'incontro con gli eurodeputati dell'Ecr (fra cui quelli del partito polacco Pis al potere), la presidente designata era sembrata ancora «più morbida» proprio sullo stato di diritto, come ha notato su Twitter un eurodeputato belga del gruppo, Derk Jan Eppink.

Molto importante, per Renew Europe, è la conferma data da von der Leyen sulla nomina di Margrethe Vestager a futura vicepresidente della Commissione «allo stesso livello» del primo vicepresidente Frans Timmermans. Si tratta dei due «Spitzenkandidat», candidati di punta, di S&D e di Renew Europe, che formerebbero così insieme alla presidente del Ppe, una sorta di «direttorio» interno alla Commissione, sostenuta dai tre maggiori partiti europei.

Durissimo, invece, l'atteggiamento dei Verdi: alla fine dell'audizione, in serata, Keller e Lamberts hanno annunciato che il gruppo voterà contro la candidata alla presidenza della Commissione, accusata di non aver dato «alcuna proposta concreta, né sul rispetto dello stato di diritto né sull'emergenza climatica. Siamo stati eletti con un mandato per il cambiamento, e non vediamo - hanno concluso i leader dei Verdi - come il cambiamento sarà possibile con questa candidata».

Insomma, oggi tutto sembra possibile: che il voto, come si ipotizzava all'inizio, sia rinviato a settembre, se ci si rende conto che è necessario più tempo per consolidare la maggioranza; oppure che von der Leyen non riesca a convincere uno o addirittura due dei tre gruppi (S&D e Renew Europe) che dovrebbero sostenerla, e sia quindi bocciata al voto in plenaria (sono necessari 376 voti favorevoli, e i tre gruppi hanno 444 seggi, ampiamente sufficienti, ma solo se restano uniti).

In positivo, potrebbe accadere che, con un notevole sforzo di affinamento del programma, la presidente designata riesca ad assicurarsi il sostegno dei tre maggiori partiti, sapendo però che non si tratterà di una maggioranza «blindata», visti i possibili franchi tiratori nel voto segreto. In questo caso, in suo sostegno potrebbero forse arrivare i voti dei 14 eurodeputati del M5s. Da notare che oggi, a sorpresa, von der Leyen si è schierata nettamente a favore del salario minimo garantito in tutti i paesi, un cavallo di battaglia del M5s.

C'è anche un'altra possibilità: quella che la presidente designata vada a cercare a destra, presso l'Ecr (di cui fanno parte gli italiani di Fdi), i voti che rischia di perdere a sinistra, da una grossa fetta dei Socialisti e Democratici, e forse anche da una parte dei Liberali.

E' possibile che la votino anche i 28 della Lega? E' una domanda legittima, viste le pressioni del premier Conte sull'alleato di governo dopo la promessa di von der Leyen di attribuire al futuro commissario italiano (che sarà un leghista) un portafogli economico «di rilievo». E' chiaro, tuttavia, che uno spostamento a destra (e persino all'estrema destra dove oggi siede la Lega) della presidente designata stravolgerebbe il senso politico e le priorità della maggioranza iniziale a tre partiti. E renderebbe molto più complessa la «governance» dell'attività legislativa del Parlamento europeo durante tutta la legislatura.

(con fonte Askanews)