Esteri | Relazioni USA-Iran

Iran nel caos, migliaia di manifestanti in piazza. Trump lancia la sua minaccia al regime

Dopo le proteste anti-islamiche degli ultimi due giorni, decine di persone arrestate e due morti. Il Presidente americano: «Il mondo vi guarda»

Uno studente protesta contro il regime islamico davanti all'Universitą di Teheran
Uno studente protesta contro il regime islamico davanti all'Universitą di Teheran (EPA/STR)

TEHERAN - Imponenti manifestazioni contro il regime iraniano si stanno svolgendo a Teheran e in altre città del Paese nonostante l'invito delle autorità alla popolazione di non partecipare a «raduni illegali»; e questo dopo le proteste di piazza dei giorni scorsi, che hanno portato a 52 arresti nella seconda città del Paese, Mashhad. Dopo le due giornate di protesta iniziate giovedì, si tratta delle più grandi proteste degli ultimi anni. E' quanto riferisce la tv satellitare saudita al Arabiya, che pubblica fotografie postate sui social media che mostrano un massiccio schieramento delle forze di sicurezza nella capitale. Due persone sono rimaste uccise negli scontri avvenuti ieri sera nella città di Dorud, nell'Ovest dell'Iran. Lo ha riferito oggi il vicegovernatore della provincia di Lorestan, accusando «gruppi ostili e servizi segreti stranieri».

Due morti e decine di feriti
«Sabato sera c'è stata una protesta illegale e diverse persone sono scese in strada rispondendo all'appello di gruppi ostili, che hanno portato a scontri - ha detto Habibollah Khojastehpour alla televisione di Stato - sfortunatamente in questi scontri due cittadini di Dorud sono rimasti uccisi». Il vicegovernatore ha precisato che le forze di sicurezza non hanno sparato sulla folla: «In questi scontri, non un proiettile è stato esploso dalla polizia, dall'esercito o dalle forze di sicurezza contro le persone. L'obiettivo era che le proteste finissero in modo pacifico, ma a causa della presenza di alcune persone e di determinati gruppi, sfortunatamente è accaduto questo che ha portato all'uccisione di due persone». Stando a quanto riportato su Telegram dai Guardiani della rivoluzione, «persone munite di armi da caccia e da guerra si sono mischiate nelle proteste e hanno cominciato a sparare a caso tra la folla e contro l'edificio del governatore». In particolare, l'emittente riferisce di «decine di studenti dell'università di Teheran radunati davanti all'ateneo al grido 'il gioco di moderati e conservatori è finito'». Manifestazioni si sarebbero svolte anche a Karaj, città a sud di Teheran, e a Kirmansah, città nel Nord-ovest del Paese abitata da una maggioranza curda.

Trump: «Il mondo vi guarda»
Il presidente americano Donald Trump ha condannato gli arresti eseguiti in Iran durante le manifestazioni di piazza contro disoccupazione e carovita, ammonendo Teheran sul fatto che "il mondo sta guardando". "I regimi che opprimono i popoli non possono durare per sempre e arriverà il giorno in cui gli iraniani dovranno fare una scelta". Il presidente Usa ha diffuso su Twitter due spezzoni del suo discorso tenuto all'Asssemblea Generale delle Nazioni Unite nello scorso settembre, in cui aveva criticato il governo iraniano. "Il mondo intero capisce che il buon popolo iraniano vuole il cambiamento, e che al di fuori della grande potenza militare degli Stati Uniti il popolo iraniano è proprio ciò che i leader di Teheran temono di più", ha scritto citando ancora una volta le parole del suo discorso, ribadendo che «gli Stati Uniti stanno seguendo da vicino le violazioni dei diritti umani». «Grandi proteste in Iran - ha scritto ancora Trump - la gente sta finalmente prendendo consapevolezza di come i loro soldi e la loro ricchezza vengano rubati e sperperati nel terrorismo. Sembra che non ce la facciano più». Da parte sua la portavoce del dipartimento di Stato americano, Heather Nauert, ha invitato «tutte le nazioni a sostenere pubblicamente il popolo iraniano e le sue richieste di diritti fondamentali e della fine della corruzione». «I leader iraniani hanno trasformato un paese prospero, che vanta una ricca storia e una grande cultura, in uno Stato canaglia alla deriva, i cui leader esportano violenza, spargimenti di sangue e caos».

Nell'infografica realizzata da Centimetri la mappa delle principali cittą con manifestazioni di protesta
Nell'infografica realizzata da Centimetri la mappa delle principali cittą con manifestazioni di protesta (ANSA/CENTIMETRI)

Il botta e risposta del governo
L'Iran ha definito oggi «opportunistiche» le dichiarazioni del presidente degli Stati Uniti Donald Trump che ha denunciato l'atteggiamento della Repubblica islamica contro i manifestanti iraniani che hanno protestato questa settimana contro il regime e il carovita. «Il popolo iraniano non dà alcun valore né credito alle dichiarazioni opportunistiche dei funzionari americani e di (Donald) Trump», ha detto il portavoce del ministero degli Esteri Bahram Ghassemi. Ghassemi ha descritto come «inganno» e «frode» il sostegno di alcuni responsabili statunitensi ai raduni di protesta in diverse città iraniane nei giorni scorsi.  Il ministro dell'Interno iraniano Abdolrahman Rahmani Fazli ha dichiarato oggi che quanti «ricorrono alla violenza e creano disordini» ne «pagheranno il prezzo», dopo la terza notte di proteste contro il governo. «Coloro che danneggiano beni pubblici, creano disordine e infrangono la legge devono rispondere delle loro azioni e pagarne il prezzo - ha detto alla tv di Stato - agiremo contro le violenze e contro quanti stanno causando paura e terrore». Stando ai video pubblicati sui social network, manifestazioni di protesta si sono svolte in molte città del paese. Tuttavia è difficile verificare l'autenticità di questi filmati. 

Shirin Ebadi: «Inizio di una grande protesta»
Le proteste in corso da tre giorni in Iran contro carovita e disoccupazione sono «l'inizio di una grande protesta» che può superare le manifestazioni di piazza del 2009 e diventare «qualcosa di più grande rispetto a quello a cui assistemmo in quelle giornate». E' quanto ha detto l'avvocatessa iraniana Shirin Ebadi, premio Nobel per la Pace nel 2003, in un'intervista a Repubblica. «Il fatto è che in Iran, e non da oggi, c'è una gravissima crisi economica», ha spiegato Ebadi, secondo cui le proteste nascono da una «spaventosa differenza economica fra i ricchi e i poveri, fra chi può godere del benessere e chi non può», e da una «forbice sociale che in questi anni non ha fatto che allargarsi». Il premio Nobel ha quindi rimarcato come «la corruzione in tutto il Paese sia a livelli spaventosi». «La fine di alcune sanzioni legata alla firma dell'accordo sul nucleare con Europa e Stati Uniti nel 2015 non ha portato benefici reali alla gente, come invece molti si auguravano - ha precisato - il risultato è che per la gente della strada non è cambiato molto».

Social limitati
L'accesso ai social media Instagram e Telegram è stato limitato in Iran sui telefoni cellulari. Lo hanno riferito i media iraniani, dopo tre giorni di proteste in diverse città del Paese contro carovita e disoccupazione. L'accesso a Telegram, accusato dal governo di fomentare le violenze durante le manifestazioni di piazza, è stato ridotto a partire dal primo pomeriggio di oggi, stando a quanto riferito dall'agenzia di stampa Isna e da altri media. «Gli alti funzionari della sicurezza hanno deciso di bloccare in via temporanea Telegram e Instagram», si legge sul sito web della televisione di stato, che ha citato una «fonte informata». Le autorità accusano gruppi «controrivoluzionari» con sede all'estero di utilizzare i social network, in particolare Telegram, per incitare le persone a scendere in piazza e a usare bombe molotov e armi da fuoco. «La notte scorsa alcuni elementi controrivoluzionari hanno usato i social network per spiegare l'uso di armi da fuoco e delle bombe molotov», ha detto alla televisione di Stato il ministro delle Telecomunicazioni, Mohammad-Javad Azari Jahromi, aggiungendo che «se i gruppi controrivoluzionari vogliono usare i social media per causare disordini, naturalmente il Consiglio supremo per la sicurezza nazionale interverrà».

La battaglia contro Telegram
Ieri il ministro aveva già puntato il dito contro Telegram, accusato di fomentare la «rivolta armata», e il fondatore del servizio di messaggeria criptato, Pavel Durov, aveva subito annunciato la chiusura su Telegram del canale Amadnews, che conta 1,4 milioni di abbonati, per aver incitato alla «violenza». Tuttavia, sono subito apparsi altri canali su Telegram, tra cui Sedai Mardom (voce del popolo), che ha raggiunto più di 700.000 abbonati nel giro di poche ore, in cui sono stati lanciati nuovi appelli a scendere in piazza e sono stati pubblicati video dei raduni. Oggi Durov ha confermato il blocco ai social media: «Le autorità iraniane stanno bloccando l'accesso a Telegram alla maggioranza degli iraniani dopo il nostro rifiuto di chiudere Sedaie Mardom e altri canali che invitano a manifestazioni pacifiche».